venerdì 6 luglio 2018

Intorno al 20 di luglio - Quarta puntata




Qui tutto iniziò, circa cinquant'anni fa


 A distanza di quasi un anno dall’ultimo post della serie “Intorno al 20 di luglio” (vedi qui: http://mostrodifirenzevolumei.blogspot.com/2017/09/intorno-al-20-di-luglio-aggiornamento.html )

non è successo quello che speravo: cioè, né Adriani né altri hanno effettivamente prodotto la lettera anonima della quale parlava, richiedendola indietro, la Della Monica nella sua missiva ai CC del 20 agosto. Tuttavia, può essere utile qualche piccolo ulteriore aggiornamento.

Dell’anonimo si parla in uno scritto apparso sul sito dello stesso avv. Adriani ( http://www.avvocatoadriani.com/wa_files/desnombreux.pdf ). Riportiamo qui il passaggio, ove si invitano gli odierni inquirenti ad accertare, tra le altre cose, se “la lettera che nel giugno 1982, dopo l’omicidio di Baccaiano, fu inviata da un anonimo agli inquirenti per invitarli ad indagare sul delitto del 1968 provenisse da una mancata vittima. L’Avv. Luca Santoni Franchetti Acerbo, già “dominus” di chi scrive,  nel 1992 riferì infatti a chi scrive una circostanza mai verificata, e però accertabile dall’A.G., ovvero  che essa fosse stata scritta da una persona la quale lamentava a sua volta di essere stata vittima di un tentativo di aggressione compiuto con le ben note modalità (tenuto sotto tiro), mentre si trovava appartato in auto con un’altra persona (un’amante?) e  che proprio per tale motivo gradiva rimanere anonima, a  tutela della  riservatezza personale propria e del partner con cui si era intrattenuto in auto”. Come avevo già scritto nel primo articolo, al processo del 1994 Santoni Franchetti richiese, invano, l’audizione di Tricomi e Spezi, ma disse di aver avuto conferma dell’anonimo dal PM Izzo; Izzo, come sappiamo, non era un magistrato che passava di là per caso, ma era incaricato dell’indagine sul mostro, dal duplice omicidio di Scandicci in poi.  Un episodio simile è riferito dai giornali (attacco a una coppia clandestina in un’auto blindata), ma sarebbe avvenuto in data 1 luglio 1984, quindi non è temporalmente compatibile con la segnalazione del giugno / luglio 1982; mentre in prossimità di quella data abbiamo l’agguato fallito di Cascine del Riccio, che però non corrisponde per caratteristiche (si trattava di due fidanzati che diedero ampia pubblicità all’accaduto).  Ci si potrebbe chiedere se questo agguato che sarebbe stato riferito in via confidenziale e avvenuto in epoca imprecisata sia l’oggetto di quell’anonimo di cui parla Rotella nella sua sentenza dicendo: “Un anonimo che riferisce di precedente esiste, bensì, negli atti generici del fascicolo del p.m. relativo al delitto di Montespertoli, ma concerne un reato a sfondo sessuale, circa il quale aveva indagato a suo tempo, e con successo, la magistratura fiorentina”. E’ pur vero che si parla della segnalazione di un precedente, ma definire un presunto agguato del Mostro come un generico “reato a sfondo sessuale” non sembra appropriato. Se Rotella non sbaglia la sua consecutio temporum, c’era stato un reato, sessuale, ed era stato risolto, già prima dell’omicidio di Baccaiano e quindi prima della segnalazione di cui si sta parlando. All’epoca, si ricorderà, si ricercava l’omicida nell’ambiente dei guardoni; allo stesso ambiente potrebbe condurre l’espressione “tenuto sotto tiro”; da qui forse l’idea dell’anonimo aggredito di aver avuto a che fare con il Mostro. Comunque, con gli elementi a disposizione, il tutto resta per forza di cose nebuloso.


Ancora l’avv. Adriani ha fornito un documento, consistente nella richiesta del G.I. Tricomi  al suo omologo di Palermo di interrogare il teste Barranca, che si sarebbe trovato prossimamente nella capitale siciliana, presumibilmente al rientro dalla Libia dove lavorava. Di tale documento, datato 29 ottobre 1982, ci interessa unicamente la frase “A seguito di segnalazione anonima che esisteva un quinto duplice omicidio commesso dal cosiddetto “mostro” si risaliva all’omicidio di Lo Bianco Antonio e Locci Barbara (…)”. Questo conferma quanto risultava già dalla lettera della Della Monica, che era stata allertata proprio da Tricomi sull’anonimo, il quale “evidenziava come i duplici omicidi commessi dal Mostro fossero cinque, non quattro, richiamando l’attenzione su un episodio analogo avvenuto in passato in altra località della provincia.” Ora, siccome Adriani al convegno di Pistoia del 18 settembre 2017  disse più o meno: “In realtà passeranno diversi mesi a quanto ho potuto verificare io, prima che questo pezzo di carta rientri nella disponibilità della Procura della Repubblica e del G.I.”  non vorrei che abbia preso questa documento come prova della restituzione a chi di dovere della lettera anonima. E’ ben possibile, invece, che Tricomi, per quanto smemorato, abbia scritto la frasetta di cui sopra a memoria, senza avere davanti l’anonimo. Può sembrare secondario, ma la restituzione, se davvero avvenuta, si scontra con quanto raccontò Spezi; mentre se la lettera fu “smarrita”, le cose comincerebbero a tornare; ma ne abbiamo già parlato.



L’ultima novità recente, che non c’entra direttamente con l’anonimo, ma la riporto ugualmente per la gioia dei miei lettori fautori di depistaggi e complotti, è che la mitica perizia Zuntini del 1968, che quasi tutti hanno letto eccetto il sottoscritto, fu consegnata a… Piero Luigi Vigna. Questo risulta infatti dal verbale di consegna, non del tutto leggibile, pubblicato su La Nazione del 23 giugno a corredo di un articolo del giornalista Stefano Brogioni. A ben vedere, dopo un entusiasmo iniziale, ho riflettuto che molto probabilmente  Zuntini consegnò al sostituto di turno, il 30 ottobre 1968, ma l’incarico fu affidato il 22 agosto, quando le indagini erano condotte da Caponnetto; quindi la mera ricezione del documento non dimostra un ruolo attivo di Vigna nel caso Mele.

Qui il Mostro rischiò di essere individuato e catturato


A questo punto, sulla base di quanto scritto qui e negli articoli precedenti, possiamo notare un’evidenza: la fonte principale per l’esistenza dell’anonimo è il giudice istruttore Tricomi (con la parziale, incerta partecipazione del PM Izzo).  E’ lui che richiama l’attenzione della collega PM sulla lettera; e sì che la Della Monica doveva averla letta in prima persona, in quanto la missiva era diretta alla Procura. Nella richiesta del 20 agosto, però, la Della Monica sembra conoscerla solo per sentito dire; possiamo pensare che fu smistata da altro PM (Izzo?) ai CC per le indagini senza dare soverchia importanza alla cosa. E’ Tricomi che scrivendo mesi dopo all’ufficio istruzione di Palermo dà per certo che l’indagine su Signa era nata in seguito all’anonimo. E’ sempre lui che racconta la cosa a Spezi;  ed è lui, che secondo la testimonianza di Spezi (pubblicata nel 1989, ma riferita al passato) ammette che il biglietto (o, nella versione di Spezi, il ritaglio di giornale) non gli venne mai restituito.  Che poi lo stesso Tricomi nella dichiarazione rilasciata a Spezi nel 2002 non abbia voluto inserire il dettaglio, beh, “sbiadito e incerto ogni ricordo”, lascia a mio parere il tempo che trova. Sembra incontrovertibile che, nel 1982, almeno Tricomi fosse convinto che la pista sarda era nata da una segnalazione anonima; e non possiamo escludere che i giornalisti Sgherri e Selvatici lo seppero da lui.

Detto questo, possiamo anche fare un’ipotesi sul contenuto dell’anonimo; che non indicava nomi di possibili colpevoli (è pur vero che le indagini del 1982 si concentrarono subito su Francesco Vinci, ma riguardando gli atti il nome balzava comunque agli occhi senza bisogno di suggerimenti espliciti), ma affermava, forse dicendo anche altro che non sappiamo,  l’esistenza di un episodio analogo e precedente avvenuto in altra località della provincia. Il fatto che si parlasse di un quinto duplice omicidio aiuta a collocare temporalmente la segnalazione dopo il quarto duplice omicidio fino ad allora noto; mentre non sappiamo se l’anonimo arrivò prima o dopo l’avvio della ricerca di precedenti richiesta dalla procura il 3 luglio 1982 (Adriani, vedi sopra, dice “giugno”, ma ha visto la lettera o no?).

Lastra a Signa Via XXIV Maggio n. 177


Purtroppo, anche se spero di essere presto smentito, come spesso mi è accaduto, dubito ormai che questa missiva anonima esca fuori e temo che saremo condannati a una penosa incertezza, che permette una miriade di ipotesi, anche le più strampalate.

Ne elenco di seguito, sommariamente e con invito ad possibili approfondimenti, alcune.

Ipotesi minimalista (Rotella). Ci fu una segnalazione anonima, ma si scoprì (dopo, investigando) che non riguardava il caso del Mostro. Quindi Tricomi prese fischi per fiaschi.

Ipotesi Fiori. In seguito alla diramazione della ricerca del 3 luglio, Fiori autonomamente si ricordò del delitto di Signa e andò da Tricomi con un ritaglio di giornale reperito in archivio, ma Tricomi capì che la segnalazione fosse arrivata dall’esterno (prese fischi per fiaschi).

Ipotesi “Cittadino amico” di De Gothia. Qui le date ci indicano, a mio parere inequivocabilmente, che, se Tricomi non ebbe a disposizione il fascicolo Mele (e i bossoli “inspiegabilmente” allegati) prima del 20 luglio, è materialmente impossibile che l’appello dei CC pubblicato lo stesso giorno su La Nazione fosse in rapporto  consequenziale con il recupero del fascicolo stesso. Se rileggiamo il primo libro di Spezi, è ben chiaro che egli ebbe modo di leggere le tre missive di cui parla o per lo meno il loro contenuto gli fu dettagliatamente riferito; inoltre fece esplicito riferimento, proprio in riguardo a queste lettere (pur non usando il termine “cittadino amico”) all’appello dei CC apparso sul giornale, che non sarebbe stato l’unico. E’ probabile che in una lettera l’anonimo si fosse firmato “l’amico che capisce il mostro” e in quella successiva (l’ultima) “un cittadino amico”; per aver fatto colpo con l’ipotesi “BABBO” l’ultima lettera doveva per forza di cose essere stata scritta prima del duplice omicidio di Baccaiano.  A questo punto, potremmo concludere che i fatti narrati da Spezi coincidono con le supposizioni di De Gothia, vi furono tre lettere anonime, ma l’autore nulla sapeva o diceva del delitto di Signa.
 Addendum. Si potrebbe però fare un’altra considerazione che riporterebbe parzialmente in gioco il “Cittadino Amico”. Immaginiamo uno scenario del genere. Poniamo che vi siano state alcune lettere anonime (che siano quelle di cui parla Spezi o no, poco importa) da parte di un volenteroso mostrologo dilettante. Nell’ultima, tra le altre cose, si afferma che vi era un omicidio precedente. In coincidenza con la ricerca avviata il 3 luglio, la lettera capita sotto gli occhi del maresciallo Fiori e gli fa scattare il ricordo. Questo avviene, ovviamente, prima del 17 luglio, data della richiesta a Perugia. Però,  a questo punto, ancor prima di avere la certezza  che a Signa sia stata usata la stessa pistola, i CC vogliono cercare di identificare il confidente che afferma di capire il mostro e che apparentemente sa tante cose; e l’appello sul giornale viene pubblicato, per mera coincidenza, proprio il giorno in cui i bossoli, dopo il viaggio a vuoto a Perugia, sono sulla scrivania di Tricomi. Insomma, il trafiletto non sarebbe dettato dalla voglia di apprendere altre cose dalla bocca del cittadino amico, ma sarebbe invece un’esca per la sua identificazione (come sosteneva Hazet in un vecchio commento agli articoli precedenti). A questo punto, spingendoci ancora oltre nelle “wild speculations” alle quali siamo costretti dalle carenze documentali, potremmo pensare che in realtà il cittadino amico, dopo un certo tempo, si rifece vivo, venne identificato e si scoprì che era un “testimone inconsapevole”, aveva sparato a caso e per caso aveva fatto centro, un po’ come Lotti a Giogoli.  Quindi, la segnalazione diventava ininfluente e venne “dimenticata”. Contra, naturalmente, rimane l’ignoranza di Rotella e la reticenza degli altri protagonisti.

Ipotesi Fiori con aiutino. Arrivò alla Procura  una segnalazione che vi era un (probabile?) quinto duplice omicidio precedente. Questo coinciderebbe con quanto uscito sui giornali (Sgherri: alcune lettere anonime giunte agli inquirenti facevano riferimento a 5 e non a 4 duplici omicidi).  Un PM la passò ai CC per verifica. Fiori e Piattelli si ricordarono di Signa. I CC andarono da Tricomi dicendogli che essendoci stata una segnalazione anonima volevano prendere visione di un vecchio fascicolo che doveva trovarsi a Perugia (si ricorderà che la ricerca originariamente doveva partire dal 1970). A Tricomi rimase in mente che c’era un anonimo (che forse non aveva visto direttamente) e lo segnalò alla Della Monica, perché poteva essere importante. A questo punto subentra però la nebbia; la lettera non uscì mai fuori, ma Tricomi per un certo tempo (ai colleghi, a Spezi, ad altri giornalisti) continuò a dire che lo spunto era venuto da un anonimo; poi col tempo se ne dimenticò anche lui.  Trovo questa spiegazione abbastanza plausibile e ha il pregio di coincidere (non nei dettagli, ma nella sostanza) con la fonte Spezi, che non è trascurabile; ho verificato in passato che dietro al fumo di Spezi c’era il più delle volte un succoso arrosto.

Ipotesi rivendicazione (Filastò). L’assassino manda un messaggio ben preciso: ho ucciso prima di quello che crediate, andate a vedere il processo Mele e ve ne renderete conto. In questo caso non si comprende perché non si investigò per scoprire il mittente, che è proprio il fine della richiesta della Della Monica: “Questo Ufficio ritiene indispensabile al fine delle ulteriori indagini concernenti l’identificazione dell’autore dell’anonimo rientrare in possesso dello scritto potendosi ritenere plausibile che esso sia attribuibile a persone a conoscenza dell’identità del vero assassino”.  Anzi, dopo le prime pacifiche ammissioni, se ne negò poi sempre l’esistenza, traendo in inganno anche il G.I. Rotella che era subentrato nelle indagini.

Ipotesi massimalista (depistaggio). Qualcuno ben addentro al tribunale di Firenze e alla storia giudiziaria della provincia, oltre che in possesso di bossoli sparati dalla Beretta cal. 22 dell’assassino (in altre parole, l’assassino stesso o un suo complice), si rese conto, dopo Baccaiano e in contemporanea con la ricerca dei precedenti, dell’opportunità di sviare le indagini sfruttando un lontano caso in cui una coppia di amanti clandestini era stata uccisa con una semiautomatica cal. 22 armata con proiettili Winchester serie H. A questo punto ottenne accesso all’archivio, sostituì i bossoli spillandoli al faldone, indi mandò la lettera anonima, creando dal nulla la pista sarda. Oltre all’incredibile fortuna di aver trovato un duplice omicidio molto simile, per essere sicuro della riuscita del piano avrebbe dovuto anche sostituire, se non il testo della perizia, le macrofotografie.   A me, questa ipotesi continua a sembrare un’incredibile combinazione di eventi, molto più incredibile dell’aver ritrovato in archivio bossoli che per buona prassi forse non sarebbero dovuti stare lì.
San Casciano Val di Pesa Località Ponte Rotto - il covo del Mostro?


In tutte le ipotesi in cui si ammette l’esistenza dell’anonimo, inoltre, occorre segnalare un’altra incredibile combinazione, questa volta a carattere temporale: il 3 luglio viene emanato l’ordine di ricercare precedenti (ma non oltre il 1970), prima del 17 luglio arriva un anonimo che riporta al 1968; il lasso temporale è di meno di due settimane. La domanda è se il mittente potesse sapere che la ricerca era in corso, ma con parametri sbagliati. E’ pur vero che di segnalazioni anonime ce ne saranno state centinaia, ma guarda caso quella giusta (o che almeno venne ritenuta giusta all'epoca) arrivò proprio quando doveva arrivare.


A questo punto, mi sembra onesto dichiarare per quale ipotesi attualmente propenda; per carità di patria, opterò per l’incertezza tra l’ipotesi Rotella e l’ipotesi Fiori con aiutino, anche se trovo entrambe non del tutto soddisfacenti e con ampie zone di oscurità. Inutile aggiungere che non ritengo sensato fare ipotesi sull’identità dell’autore dell’anonimo senza conoscere il testo. Vista la capitale importanza di interpretare correttamente questo passaggio nodale della storia delle indagini, speriamo di saperne di più in futuro. Ogni contributo e integrazione è bene accetto. 

Una via a caso in località Spedaletto, comune di san Casciano




 Link agli articoli precedenti:
http://mostrodifirenzevolumei.blogspot.com/2017/02/intorno-al-20-di-luglio.html
http://mostrodifirenzevolumei.blogspot.com/2017/02/intorno-al-20-di-luglio-2.html

lunedì 5 febbraio 2018

Memorie di un ottantenne


Foto di Vincenzo Trìcomi, dalla copertina del volume "Memorie di un ottantenne"



Grazie alla cortesia di una partecipante al gruppo Facebook “Mostro di Firenze”, la quale si firma Antonella Keller, ho potuto consultare un testo relativamente poco noto tra gli addetti ai lavori, ossia le Memorie di un ottantenne, titolo dietro al quale si nasconde l'autobiografia del giudice istruttore Vincenzo Trìcomi (è stata anche l'occasione per chiarirmi definitivamente dove cadesse l'accento, anche se probabilmente continuerò, per abitudine invalsa, a chiamarlo Tricòmi).
Il volumetto venne pubblicato nel dicembre del 2012 dalla piccola casa editrice fiorentina Edizioni Agemina e contiene appunto le memorie del giudice che ebbe una breve, ma decisiva parte nell'indagine sui delitti attribuiti al Mostro di Firenze. Il libro non ha pregio letterario e non vi si trova, in realtà, nulla di particolarmente nuovo;  non metterebbe neppure conto di parlarne se non fosse che in un forum dedicato (credo oramai l'unico sopravvissuto: I Mostri di Firenze su forumfree) si è recentemente riaperta la polemica su un presunto ruolo ambiguo di Tricomi nelle indagini, attribuendogli, solo sulla base di una citazione sbagliata da parte dell'avvocato Fioravanti nel corso del processo Pacciani, anche una diretta partecipazione alle prime indagini su Signa, in particolare agli interrogatori di Natale Mele bambino avvenuti nella primavera del 1969.
Per quello che può valere, riporto qui alcuni passi del libro che possono fornire un quadro dell'intervento del giudice Tricomi nelle indagini sul caso criminale del Mostro di Firenze; a patto, ovviamente, che si sia disposti a credergli.

Cominciamo col dire che il libro, da evidenze interne, risulta scritto in quello stesso anno 2012 nel quale fu pubblicato, poiché il giudice riferisce inizialmente di essere nato, a Catania, nel 1931 e di aver compiuto 80 anni all’atto della stesura dell’opera. Racconta poi brevemente episodi personali dell’infanzia e dell’età studentesca, fino all’ingresso in magistratura quale uditore giudiziario a Roma nel maggio 1957. Dopo un periodo di lavoro alla pretura e poi al tribunale di Modica, nel 1966 ottenne il trasferimento alla prima sezione penale del tribunale di Firenze, potendo così vivere direttamente la catastrofica esperienza dell’alluvione. Intorno alla fine del 1970 divenne giudice istruttore di quel tribunale. In queste pagine, il giudice Tricomi nomina diverse inchieste da lui condotte, senza fare alcun accenno ai delitti del mostro del 1968 e 1974; e ricorda anche, in numerose pagine, la tragedia di Ustica, dalla quale era fortunosamente scampato, e il suo controverso seguito.

Ma veniamo alla prima menzione diretta del caso che qui ci occupa [Nota: abbrevio le citazioni in più punti solo per comodità; e correggo alcuni errori presenti nell’edizione]. “Fu in quel periodo di relativa calma, verso la fine di giugno [1981], che mi fu assegnato il procedimento contro certo Spalletti, detenuto per duplice omicidio. Il pubblico ministero si limitò ad arrestare l'imputato e lo trasmise in giornata all'ufficio istruzione. Mi resi subito conto che non si trattava del solito omicidio. Si trattava di due giovani che si erano appartati in macchina nella campagna. L'assassino aveva sparato attraverso il finestrino uccidendo i due giovani. Il corpo della ragazza era stato trascinato fuori, completamente denudato e orrendamente mutilato con l'asportazione del pube. L'unico elemento a carico dello Spalletti era costituito dal fatto che ne era informato e ne aveva parlato anche al bar, prima che venissero scoperti i corpi dei due giovani da parte dei carabinieri, circostanza che l'imputato pervicacemente si ostinava a negare. A questo punto era arrivato il momento delle vacanze... " 
Dopo aver descritto le meritate vacanze dell’estate 1981, Tricomi così continua: ”I primi di settembre riprese il lavoro. Per prima cosa mi occupai del processo per il duplice omicidio e di individuare un medico, segnalato dai carabinieri come guardone, che era in rapporti con lo Spalletti. Trovai sul mio tavolo anche un voluminoso fascicolo, di cui si era occupato un collega che non era più all'ufficio istruzione, con la richiesta di archiviazione perché rimasti ignoti gli autori del fatto, che attirò la mia attenzione. Si trattava del duplice omicidio di due giovani, avvenuto nel settembre del 1974, nei dintorni di Borgo San Lorenzo. (…) Ovviamente non accolsi la richiesta del P.M., ordinai proseguirsi nell'istruttoria e l'unione al fascicolo di cui mi stavo già occupando”. [Nota: sappiamo invece che il collegamento tra Borgo San Lorenzo e Scandicci fu fatto dopo un paio di giorni sulla stampa; quindi Tricomi o ricorda male  - anche in funzione autoelogiativa - o si riferisce alla riunione formale del fascicolo presso il suo ufficio, che può essere avvenuta con ritardo.] 

Si passa poi alla narrazione di Calenzano e delle sue conseguenze, tra le quali il collegamento con Signa che viene qui spostato all’indietro nel tempo rispetto alla realtà:
“La sera del 22 ottobre arrivò una telefonata dei carabinieri per avvertirmi che nella campagna vicino a Prato era stato commesso un altro duplice omicidio con modalità analoghe ai precedenti. Anche in questo caso la ragazza era stata mutilata con l'asportazione del pube. A questo punto era evidente l'estraneità dello Spalletti e provvidi a ordinare la sua immediata scarcerazione. (...) Chiesi poi alle questure e ai comandi dei carabinieri in territorio italiano e all'Interpol per l'estero se si fossero mai verificati episodi simili. Non risultò che nel mondo, almeno in tempi recenti, ci fossero duplici omicidi con la particolare mutilazione della donna, ma ugualmente questa richiesta ebbe la conseguenza di imprimere una svolta al processo. Una mattina arrivò infatti un sottufficiale dell'arma dei carabinieri, credo che appartenesse al nucleo investigativo, portandomi un pezzettino di un giornale, nel quale c'era un articolo che parlava della scarcerazione di tale Stefano Mele, dopo avere scontato la pena inflittagli dalla corte d'assise di Firenze di sette anni di reclusione [Nota: sic! Mele in realtà fu condannato in via definitiva a tredici anni, di cui due condonati; fonte: La Nazione 13 aprile 1973], per avere ucciso la moglie Barbara Locci e il suo amante, Antonio lo Bianco, che aveva sorpreso mentre facevano l'amore nella vettura dello Bianco nelle campagne di Signa. Il Mele era stato condannato, con la concessione di diverse circostanze attenuanti, a solo sette anni di reclusione. Il sottufficiale mi chiese se era possibile richiedere il fascicolo ed acquisire i corpi di reato. Per il fascicolo gli dissi che l'avremmo avuto immediatamente, mentre era probabile che gli eventuali corpi di reato, per esempio l'arma con cui era stato commesso il delitto, fossero stati distrutti dato il tempo trascorso. Preparai una lettera, con la quale chiedevo all'archivio la trasmissione del fascicolo in visione e la detti al sottufficiale dei carabinieri pregandolo di farselo consegnare direttamente. Avemmo fortuna. Allegati alla perizia balistica c'erano i bossoli di una pistola calibro 22 con la H sul fondello e le caratteristiche tre incisioni, lasciate dall'estrattore difettoso per cui eravamo già sicuri, indipendentemente dalla perizia, che fu eseguita dopo e confermò il nostro convincimento. Inoltre l'arma non era stata trovata dagli inquirenti ed era indubbiamente la stessa che aveva ucciso nel 1974 nel giugno e nell'ottobre del 1981. Avevamo finalmente una pista da seguire. Cominciai a leggere il fascicolo con attenzione e mi sorprese la superficialità e incompletezza dell'istruttoria, che era stata condotta a quel tempo”. 
Ritengo che l’errata collocazione nel 1981 del collegamento con Signa abbia la funzione precipua di attribuirsi il merito di aver lui indotto la ricerca dei precedenti.  Non abbiamo traccia documentale di questa ricerca, bensì di quella, ben posteriore, della Procura, di cui abbiamo ampiamente parlato su queste pagine (si veda: qui, qui e da ultimo - ma non ultimo - qui); ma naturalmente la mancanza documentale non certifica in sé l’inesistenza di un fatto. Fortunatamente, sappiamo per certo che l’individuazione del precedente, vero o falso che fosse, avvenne nel luglio 1982. Secondo Tricomi fu comunque Fiori a occuparsi direttamente, su suo incarico, di recuperare il fascicolo (anche se non vi è cenno dell’inutile viaggio a Perugia altrimenti documentato).

Riprende il giudice, passando appunto al cruciale anno 1982: “Il 1982 fu denso di avvenimenti. (...) La sera del 19 giugno (...) una telefonata della collega Silvia della Monica, che mi annunciava che il mostro aveva colpito ancora e che un'autovettura dei carabinieri stava arrivando per portarmi sul posto. (...) Io e la collega della Monica ci sentivamo frustrati e depressi. L'unico dato certo era l'uso sempre della stessa pistola, che era evidente dai bossoli raccolti. Fu a questo punto che invitai i  numerosi giornalisti presenti in disparte e chiesi loro di aiutarci con una falsa notizia; giacché il giovane non era morto subito e l'assassino non poteva sapere quanto tempo fosse vissuto, dovevano pubblicare che questi aveva parlato con me all'ospedale prima di morire. I giornalisti accolsero la richiesta e la notizia apparve l'indomani sul quotidiano La Nazione [Nota: anche questo passaggio è sospetto di autocelebrazione, considerata l’analoga rivendicazione dell’iniziativa fatta dalla Della Monica].
Inizialmente sembrò che questa non avesse raggiunto un qualche risultato, solo dopo una decina di giorni fu scoperta in un fosso nel mezzo di un bosco della Maremma l'autovettura di Francesco Vinci, occultata sotto un mucchio di frasche. (...) Poiché in quel torno di tempo la moglie di Francesco Vinci era stata medicata in ospedale per numerose ferite causate dalle percosse inflitte dal marito, la collega ne approfittò per ordinarne l'arresto per maltrattamenti e lesioni ai danni della donna. Io presi 10 giorni di ferie (...) era l'anniversario del nostro matrimonio e festeggiavamo le nozze d'argento e così per un po' potei liberarmi del pensiero del serial killer. Rientrammo a Firenze il giorno che a Madrid si giocava la finale del campionato del mondo di Germania Italia.[Nota: la partita venne giocata il giorno 11 luglio, ben prima che si rinvenisse materialmente il fascicolo su Signa!] (...) In agosto trascorremmo le vacanze a Camaldoli, con le sue bellezze e visitando i dintorni, Poppi, Bibbiena, la Verna, la riserva naturale della foresta del Casentino (...)” [Nota: e questo è il periodo in cui Tricomi sarebbe invece stato tra Scicli, Sampieri e Modica a occuparsi del delitto Ciabani, un caso che nel libro viene del tutto ignorato].
Prima delle vacanze Tricomi narra di aver presentato richiesta di trasferimento alla Corte di Appello di Firenze, trasferimento che aprì un nuovo capitolo della sua carriera il giorno 11 aprile 1983. Carriera che a questo punto, peraltro, non ci interessa più. Nel volume non si fa più menzione del caso del Mostro di Firenze se non per ricordare la contestazione degli otto duplici omicidi (1974-1982) a Francesco Vinci (“fatta a malincuore” per mancanza di prove; sarà poi decostruita dal nuovo giudice istruttore Rotella) e il delitto di Giogoli, per il quale Tricomi ritiene che fosse un tentativo di scagionamento a opera di un nipote affettivamente legato a Francesco Vinci, un soggetto ben noto ai lettori di Mario Spezi.

La Città - Settembre 1983


Che commento possiamo fare, a parte quello, ovvio, che le autobiografie vanno sempre prese cum grano salis e che il giudice denuncia scarsa memoria rispetto ai tempi degli accadimenti che descrive? In particolare abbiamo una terza versione di Tricomi sulla nascita della pista sarda, dopo il biglietto consegnato a Spezi nel 2001 e l’intervista a Paolo Cochi, che è del 2011,  l’anno precedente a quello di redazione del libro. Salvo l’errore temporale, che si ritrova già nella dichiarazione del 2002, le versioni sono sostanzialmente coincidenti. Il discorso, apparentemente, fila. Tricomi o chi per lui ordina di cercare i precedenti, Fiori – da solo con un aiutino – individua il duplice omicidio di Signa e il resto lo sappiamo. Resta fuori da questo schema la segnalazione anonima di cui alla richiesta della Della Monica, che vi era stata spinta proprio da Tricomi (vedi articolo precedente già citato). Per inserire l’anonimo nel contesto c’è bisogno di un nuovo (o vecchio) paradigma, che però rimarrà del tutto ipotetico finché qualcuno non pubblichi il testo stesso dell’anonimo, qualora ancora esistente. In merito  spero di riuscire a formulare, con la dovuta calma, un’ipotesi di lavoro.


martedì 9 gennaio 2018

Giancarlo Lotti collaboratore di giustizia - Parte seconda (2)



Lotti:"...ma lui mi disse, l'avvocato,

se tu vai lì qualcosa in più bisogna tu dica, 
l'83, l'82, l'81...

o come fo' a sapere tutte queste cose?"


(stralcio di intercettazione telefonica – senza fonte - tratto dal blog “Pacciani, i Compagni di merende, ed altro ancora”)


La Nazione 11 dicembre 1996


Rivediamo, prima di procedere oltre, la cronologia del caso. Il 23 gennaio Mario Vanni riceve un avviso di garanzia; con grande immediatezza, potremmo dire, giacché  il  secondo verbale di SIT di Pucci, il primo nel quale si faccia il nome di Vanni in relazione all’omicidio di Scopeti, porta la stessa data del 23 gennaio ed è redatto alle ore 17. Il 6 febbraio il procuratore Tony chiede l’assoluzione di Pietro Pacciani, innescando una polemica con Vigna, alimentata dalla stampa. Il 9 febbraio Pucci conferma, pur in maniera tentennante, di aver visto Vanni tagliare con il coltello la tenda delle vittime francesi. Nella giornata dell’11 febbraio abbiamo un primo interrogatorio di Lotti, il confronto Lotti – Pucci e un secondo interrogatorio di Lotti, che, come detto, è verbalizzato per sommi capi. La sera stessa, come racconta Giuttari, il procuratore Vigna richiede al Ministero dell’Interno l’applicazione di speciali misure di protezione in favore del teste Beta,  Giancarlo Lotti. Il giorno successivo (12 febbraio) viene richiesta e ottenuta dal GIP la custodia cautelare in carcere di Mario Vanni; mentre  il 13, in seguito alla sentenza di assoluzione, viene scarcerato Pacciani. 


In questa tumultuosa serie di eventi, è ben difficile capire da chi dovesse essere protetto Lotti, se da Vanni che sarebbe andato in carcere il giorno dopo o da Pacciani, del quale si poteva prevedere (ma solo qualora, come in effetti avvenne,  la Corte d’Appello non avesse ammesso i testi algebrici) un prossimo ritorno in libertà e che sarebbe stato attentamente vigilato. Possiamo ben concordare dunque con l’opinione  di Giuttari del 2006, secondo cui il vero fine della protezione sarebbe stato non la tutela da inesistenti pericoli, ma il controllo completo del testimone. Di contro, poiché vi è sempre un contraltare, occorre chiarire che, una volta avviato il programma speciale di protezione, probabilmente in coincidenza del passaggio di Lotti dalla posizione di teste a quella di indagato, il collaboratore passa dalla gestione dell’autorità giudiziaria e di polizia locale alla tutela del Servizio Centrale di Protezione; diventa quindi, almeno in teoria, più difficilmente accessibile e influenzabile. 


L’argomento venne trattato poco in corso di processo. Rileggiamo un breve passaggio e scambio di battute tra l’avv. Pepi e il teste Michele Giuttari dall’udienza del 27 giugno 1997 (come sempre, da Insufficienza di Prove).

Avvocato Pepi: (…) Veniamo proprio ora a Lotti. Lei chiaramente è a conoscenza della attuale situazione giuridica del Lotti? Nel senso, il Lotti come lo si può definire, persona sottoposta a regime di protezione?

M.G.: Ma guardi, dalle notizie che posso darle io su questo aspetto molto generico, perché sono notizie anche di una certa riservatezza. Comunque le posso dire che è curato dal Servizio di Protezione, per i collaboratori di giustizia. Ecco, questo è quello che io so e le posso dire. I dettagli poi del servizio, sono cose riservate che non le posso riferire perché anche non le so, non è che non glielo voglia riferire.

Avvocato Pepi: Ecco, quindi lei per esempio non sa se il Lotti... come sappiamo benissimo i collaboratori di giustizia, sappiamo alcuni svolgono delle attività lavorative, hanno una retribuzione...

M.G.: questo aspetto assolutamente, non è competenza mia. Io faccio le indagini, non posso sapere queste cose no. (…)  C'è un ufficio ministeriale del Servizio Centrale di Protezione che ha competenza esclusiva su questo aspetto, quindi che gestisce i collaboratori di giustizia in tutte le necessità. Quindi non le posso dire completamente nulla su questo.

Avvocato Pepi: Lo chiederemo a Lotti al momento dell'esame, non è questo... (…)  Ecco, questa è una domanda, non lo so se lei mi può rispondere perché mi sembra che su questo non abbia cognizione perché l'ha detto prima lei. Lei... Comunque gliela faccio la domanda, semmai mi risponde che non lo sa. Che lei sappia il Lotti, essendo oggi in regime di protezione, può ricevere tranquillamente dall'esterno lettere?

M.G.: No, io questo non glielo so dire.

Avvocato Pepi: Non lo sa. Bene.

M.G.: Io non so né dove sta né...

Avvocato Pepi: No, no.. .

M.G.: Niente su Lotti.

Avvocato Pepi: Io ho fatto una domanda, lei è un alto funzionario di Polizia.

M.G.: Sì, sì. Non glielo so dire, sinceramente.

Avvocato Bertini: Presidente, mi perdoni.

M.G.: No, questo...

Avvocato Bertini: Avvocato Bertini. Vorrei sapere che attinenza hanno al processo queste domande? Se può spiegarcelo.

Avvocato Pepi: Hanno molto attinenza, basta leggere anche i...

Presidente: Va be', ma questo non lo sa, la domanda rimane senza effetto.

M.G.: Io queste cose non le posso sapere, signor Presidente.

Avvocato Pepi: Va be', io gliel'ho chiesto, se non lo sa...

M.G.: Io posso sapere l'attività investigativa. Queste cose amministrative esulano dalle mie competenze.

Avvocato Pepi: Bene. No, no...

Presidente: Ce lo dirà il Lotti dopo.

Ma non mi risulta (posso sbagliare) che al Lotti vennero poi fatte, nella sua deposizione, domande del genere. Della posizione del coimputato come collaboratore di giustizia parlò più a lungo l’avv. Mazzeo, nelle sue conclusioni (udienza del 3 marzo 1998), con argomentazioni molto acute e puntuali, ma che non ebbero alcuna presa sui giudici.

La Nazione 2 aprile 2002



Sarebbe interessante anche conoscere se e come siano stati applicati, nel caso di Lotti, i commi 1, 2 e 3 dell’art. 2 DM 687/94, i quali prescrivevano che, nella proposta di protezione, il Procuratore della Repubblica proponente dovesse indicare i motivi per i quali le dichiarazioni erano ritenute attendibili e importanti per le indagini, come pure gli elementi che confermavano l’attendibilità del teste/indagato /imputato collaborante (e qui possiamo immaginare che si sarebbe citato il riscontro fornito dal Pucci) e che alla proposta venisse allegato un verbale di dichiarazioni preliminari alla collaborazione (o verbale di informazioni ai fini delle indagini per i testi estranei al fatto) dal quale dovesse risultare la volontà di collaborare. Alla data del 12 febbraio ’96 e ancora per qualche tempo sarebbe stato difficile formulare un simile documento con riferimento alle scarne ed incerte dichiarazioni “a rate” che il Lotti, prima da persona informata sui fatti e poi da indagato, stava versando. Ma la dottrina ci insegna che questo “verbale delle dichiarazioni preliminari”, per motivi giuridici che qui non è il caso di approfondire, venne di fatto disapplicato fino alla legge di riforma (Rosa Anna Ruggiero, L’attendibilità delle dichiarazionidei collaboratori di giustizia, Giappichelli 2012, pp. 174 e seguenti.), talché si può presumere che nella vicenda che ci occupa non sia mai stato neppure redatto. La legge di riforma interverrà radicalmente su questo aspetto, proprio per evitare il “mercanteggiamento” tra dichiarazioni progressive del collaborante e corrispondente concessione dei  benefici, introducendo l'obbligo di un “verbale illustrativo dei contenuti della collaborazione”, da rendere alla Procura della Repubblica nel termine massimo di sei mesi.


Sta di fatto che Lotti viene protetto subito dopo il suo secondo interrogatorio e rimane sotto protezione durante tutte le indagini e i processi. Lo testimoniano i verbali disponibili; la perizia Lagazzi – Fornari del dicembre 1996; se ne parla in varie udienze del processo di I grado; è ancora protetto (diciamolo chiaramente: fornito di vitto, alloggio e sostegno economico) alla data della prima sentenza, il 24 marzo 1998, e ancora quando viene pronunciata la sentenza di Appello il 31 maggio 1999; ed è ancora e sempre domiciliato presso il Servizio Centrale di Protezione del Ministero degli Interni alla data della sentenza di Cassazione, il 26 settembre 2000. Quindi quanto meno dal 12 febbraio 1996 al 27 settembre 2000, per quattro anni e mezzo, Lotti usufruisce, grazie alla sua posizione di collaboratore di giustizia, di vitto, alloggio e assistenza economica a spese dello Stato.  La precarietà della sua situazione (in teoria, il collaboratore dovrebbe dire tutto quello che sa e subito, pena la decadenza dai benefici) può giustificare il contenuto di frasi tratte dalle intercettazioni telefoniche, delle quali è difficile non sottolineare l’importanza, come quella riportata in epigrafe o la seguente, detta al telefono a Don Fabrizio Poli il 14 giugno 1996: “Se non rispondi alla prima, alla seconda, sono costretti a portarti via, l’è quello il problema (…); c’è stato dei contrasti ultimamente, m’è toccato dì qualcosa, perché se no finiva male per dì la verità (…); e m’è toccato dì qualcosa perché se no alla fine mi mettevano dentro”. E’ anche significativo il ricorso della Procura allo strumento processuale dell’incidente probatorio (19 febbraio 1997), utilizzato di consueto per acquisire le dichiarazioni dei “pentiti” di mafia; infatti in tali situazioni il PM non ha mai la certezza che l’imputato collaborante in sede di dibattimento non cambi versione o si rifiuti di rispondere. E’ solo, quindi, dopo un anno di “protezione” che Lotti sarà pronto a dare la sua versione definitiva (o quasi: ci sarà ancora qualche aggiustamento in sede di dibattimento) dei fatti [Nota: Purtroppo il verbale dell’incidente probatorio non è disponibile e il contenuto è conosciuto solo attraverso brevi estratti, riportati nel “vecchio blog di Master” (http://i-compagni-di-merende.blogspot.co.uk/2009/12/incidente-probatorio.html)].


Quando terminò il programma di protezione di Lotti (se immediatamente alla pronuncia della sentenza di Cassazione, l’anno dopo o alla sua morte [Nota: per la modifica e revoca del programma, si veda art. 5 DM 687/94]), non mi è dato, allo stato delle conoscenze, di sapere con certezza. Secondo la norma regolamentare dell’epoca, le misure di protezione, fossero esse ordinarie o relative ad uno speciale programma di protezione, erano rinnovabili, ma sottoposte alla condizione del perdurare dello stato di grave pericolo derivante dalla collaborazione offerta alla giustizia dalla persona. Pertanto, accertato il venir meno del fattore di rischio (es. carcerazione di Vanni, morte di Pacciani), avrebbe dovuto essere disposta l’immediata revoca o sospensione dell’attività di tutela; cosa che, con tutta evidenza, non avvenne. Naturalmente lo stesso Lotti aveva introdotto un ulteriore soggetto (o più di uno) nella vicenda che avrebbe potuto essere pericoloso per la sua incolumità: il misterioso dottore mandante degli omicidi; il che poteva garantirgli la continuità delle misure di protezione.

La Nazione 13 aprile 2002


Da una notizia di agenzia del 3 ottobre 2000 (purtroppo dispongo solo della trascrizione), apprendiamo che <<Il "pentito" dell'inchiesta bis sui delitti del "mostro" di Firenze, Giancarlo Lotti, è stato arrestato. A quanto si è appreso l'arresto sarebbe avvenuto in una zona del nord Italia dove l'uomo era soggetto a programma di protezione. Il provvedimento è scattato dopo la conferma della sentenza sui cosiddetti "compagni di merende" da parte della Corte di Cassazione, che ha ribadito in via definitiva la condanna di Lotti a 26 anni di carcere. Egli fu il pentito-accusatore del processo bis che portò alla condanna all'ergastolo di Mario Vanni. Secondo il difensore del Lotti, avv. Stefano Bertini, il programma di protezione sarebbe decaduto al momento in cui la sentenza è diventata definitiva>>. Dopo di ciò, sappiamo solo, da scarne notizie giornalistiche (alcuni numeri de La Nazione del mese di aprile 2002), che, al momento del manifestarsi della malattia che lo portò alla morte (15 marzo), Lotti si trovava recluso nel carcere di Monza e che spirò 15 giorni dopo in un ospedale di Milano; non si sa – probabilmente non si può sapere - se godesse ancora di qualche beneficio penitenziario in conseguenza della sua passata collaborazione.




A conclusione di questo esame, poiché questo blog ha per destinatari utenti che già conoscono la vicenda e sono presumibilmente alla ricerca di approfondimenti più che nozioni di base (nei termini in uso da un noto settimanale enigmistico, direi “dedicato ai solutori più che esperti”), non starò certo a ripercorrere per l’ennesima volta la storia delle ondivaghe dichiarazioni di Lotti, nella considerazione di averlo fatto già su queste pagine e che ci sono testi che comunque lo fanno egregiamente e ai quali rimando. Una nota soltanto: dalla lettura delle trascrizioni dei verbali di interrogatorio che l’amico Antonio Segnini mi ha gentilmente anticipato (ora consultabili dal suo blog: http://quattrocosesulmostro.blogspot.it/p/contenuti-scaricabili.html ), risulta che molte delle dichiarazioni di Lotti furono spontanee, su impulso dell’indagato stesso e non necessitate da interrogatori, come invece accadde prima del 12 febbraio. In parole molto semplici, è solo dopo l’ammissione allo speciale programma di protezione che Lotti spontaneamente e progressivamente confessa la sua diretta partecipazione ai delitti. Reputo che a questo punto si possa lasciare ai lettori il giudizio se e in quale misura lo status di collaboratore di giustizia di Giancarlo Lotti abbia potuto influenzare il suo comportamento in corso di indagini e nei vari processi in cui comparve in qualità di coimputato chiamante altri in correità.


Ringrazio l’amico Maurizio Sozio per avermi usato la cortesia di rivedere il testo dal punto di vista strettamente giuridico, evitandomi qualche strafalcione; senza naturalmente che questo comporti una sua adesione alla mia interpretazione dei fatti.



Piccola bibliografia
Loris D’Ambrosio, Testimoni e Collaboratori di giustizia, CEDAM 2002
Silvio D’Amico, Il collaboratore della giustizia, Robuffo 1995
Luisella De Cataldo Neuburger, Psicologia della testimonianza e prova testimoniale, Giuffré 1988
Rosa Anna Ruggiero, L’attendibilità delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia nella chiamata in correità, Giappichelli 2012
Pierluigi Vigna, La gestione giudiziaria del pentito: problemi deontologici, tecnici e psicologici  (sta in Chiamata in correità e psicologia del pentitismo nel nuovo processo penale a cura di Luisella de Cataldo Neuburger, CEDAM 1992) 
Fabio Fiorentin, I benefici penitenziari per i collaboratori di giustizia (da Diritto e Diritti, rivista online)
Anacleto Fiori, Invisibili. Alla scoperta del Servizio centrale di protezione testimoni e collaboratori di giustizia (articolo online da Polizia Moderna).