domenica 21 maggio 2017

Il teste Alfa (3)





Con il SIT del 18 aprile termina sostanzialmente l’iter dichiaratorio - accusatorio di Pucci. Il teste verrà chiamato a deporre in aula il 6 ottobre 1997, con il risultato che il lettore informato già conosce: una valanga di “non ricordo”. E’ fin troppo facile osservare che, il 2 gennaio 1996, Pucci inizia la sua dichiarazione su Scopeti con le parole “ricordo bene”; ossia ricorda bene fatti e particolari (il motorino! E i discorsi al bar!) avvenuti più di 10 anni prima. E nel successivo aprile ricorda bene le cose che Lotti gli diceva dopo Baccaiano; ossia ricorda racconti fatti quattordici anni prima. Tuttavia, nel periodo tra l’aprile 1996 e l’ottobre 1997 sembra aver perso la memoria; peggio, non ricorda cosa ha dichiarato in corso dell’istruttoria dell’anno precedente, tanto che l’interrogatorio da parte del PM si riduce a una lettura dei verbali e il teste che conferma, non per sua esperienza o ricordo diretto, ma “perché c’è scritto costì”; un’applicazione davvero incongrua del principio che la prova si forma in dibattimento. A sua scusante, adduce il fatto che non si ricorderebbe neppure ciò che ha mangiato la sera precedente; ma da gennaio ad aprile 1996, quando veniva sentito, la memoria evidentemente funzionava più che bene, anzi migliorava progressivamente. Infatti, contrariamente al normale processo della memoria, col passare del tempo ricordava sempre di più (nota: sarebbe interessante disegnare un grafico dell’ascesa e del crollo della memoria del Pucci negli anni 1996-7, credo assomiglierebbe all’andamento della Borsa di Wall Street nel 1928-9; ma è superiore alle mie capacità tecniche). Potremmo citare le famose frasi dette in udienza: “No, lo voglio sapere, perché vu' scrivete un monte di robe, io 'un me lo ricordo... “ e “No, l'abbia pazienza un momento. Costì, come c'è scritto sul foglio? Perché io non me ne ricordo mica icché c'è scritto, costì”; ma facciamola breve, chi vuole saperne di più si legga i verbali di udienza disponibili su Insufficienza di Prove; o ancor meglio, con pazienza, ascolti l’audio su radio radicale. Sta di fatto che nella sua arringa al processo di appello, il PG Propato dichiara testualmente: “Secondo me il Pucci del dibattimento non può essere utilizzato a riscontro di dichiarazioni”. (nota: sarà, insieme al papocchio della doppia macchina del Lotti, l’elemento decisivo per convincerlo a chiedere l’assoluzione di Vanni; giacché la chiamata di correo fatta da Lotti a questo punto rimarrebbe senza riscontro alcuno). Anche qui, bisogna avere la pazienza di leggere o ascoltare le conclusioni di Propato, non certo accattivante come oratore; ma ne vale la pena. La Corte la penserà diversamente.

 Di fronte a questo atteggiamento del teste al processo, possiamo chiederci se Fernando Pucci era in grado di testimoniare, ai sensi dell’art. 196 C.P.P. (ossia se sussistesse l’idoneità fisica o mentale a rendere testimonianza). La domanda era stata preventivamente posta da parte del P.M. (dicembre 1996) ai consulenti d’ufficio prof. Lagazzi (psicologo) e prof. Fornari (psichiatra), gli stessi che avevano precedentemente periziato Giancarlo Lotti; anche perché, come abbiamo già detto, il teste riceveva una pensione di invalidità per oligofrenia grave.Si prospettava la richiesta di rinvio a giudizio per Vanni e Lotti (11 gennaio 1997) e il P.M. intendeva presentare tutte le sue carte in regola. Si tratta propriamente, in quanto non disposta dal giudice, di una consulenza tecnica di parte e non di una perizia; ma i consulenti verranno poi sentiti a processo, come era doveroso (udienza del 30 settembre 1997).







Nei due incontri intercorsi con i  periti Pucci sostanzialmente rifiuta, progressivamente, di collaborare. Gli viene proposto il test di Rorschach, con esito disastroso, che i periti interpretano come rifiuto di collaborare; proprio per questo, ritengono inutile somministrare il reattivo psicometrico W.A.I.S., rinunciando così a misurare il Q.I. del periziato (nota: possiamo dire che una consulenza così fatta non serve a nulla? O meglio, serve molto alla parte che l’ha richiesta; del resto la consulenza Lotti era stata dello stesso tenore). Dopo molti giri di parole che lasciano intendere che Pucci non collabora perché non vuole collaborare, ma se volesse potrebbe raccontarne di cotte e di crude, la consulenza giunge infine alla riposta ai quesiti, che riporto testualmente (da storico, cerco di astenermi dai giudizi, anche se a volte riesce difficile).
Risposta ai quesiti:
a) non è possibile accertare l’invalidità da cui risulta affetto PUCCI FERNANDO, per assenza di adeguata collaborazione da parte del soggetto alle nostre indagini al momento, È possibile attestare unicamente l’esistenza di un disturbo di personalità e di un ritardo mentale, non quantificabili;
b) comunque quantificata, dato il contenuto specifico della sua testimonianza, tale invalidità non è in grado di influenzare nella sostanza l’idoneità del PUCCI FERNANDO a rendere testimonianza.


Non sarebbe mio compito aggiungere (deve ben saperlo il giudice) che la testimonianza del soggetto affetto da ritardo mentale, alla pari di quella del minore, deve essere valutata con particolare attenzione e la sua attendibilità, in quanto più facilmente influenzabile, soppesata con maggiore cautela. Tuttavia, si cercherebbe invano, nella sentenza di primo grado, anche un solo accenno alla condizione di ritardo mentale del Pucci, che anzi viene definito, sic et simpliciter, “un teste oculare di totale affidamento e quindi di piena credibilità” (pag. 198, il grassetto questa volta è del giudice estensore); e ciò, nonostante che “lo stesso Pucci (abbia) saputo riferire molto poco in ordine alla dinamica dell'azione omicida ed in ordine ai particolari di essa” (quindi un teste oculare di totale affidamento, che però ha saputo riferire molto poco). L’argomento verrà invece affrontato in Appello, giacché era stato tra i motivi di ricorso dell’avvocato Filastò. Purtroppo, la sentenza sembra stravolgere la lettera della perizia, quando afferma che “d'altro canto i disturbi dichiarati allora, ove pure esistenti, non sono apparsi tali da impedire una completa collaborazione da parte del soggetto con i periti” (pag. 150; ma è proprio il contrario di quanto avevano scritto Fornari e Lagazzi).
Possono essere più interessanti dell’esito, invero deludente, della perizia (e della sua ricezione nelle sentenze), alcune notizie desumibili a margine dal testo della stessa. Pucci racconta che a 15 anni era ancora in quinta elementare (scuola d’altri tempi, oggi sarebbe probabilmente diplomato). La sorella riferisce che è stato per qualche tempo inserito presso un istituto per handicappati mentali, che è seguito da un medico specializzato in pazienti con handicap, che non ha mai svolto una stabile attività lavorativa (nota: il timore di perdere la pensione di invalidità può indubbiamente giocare un ruolo in queste dichiarazioni).  
Riportiamo ancora questa dichiarazione resa da Pucci ai periti, in quanto costituisce un’ulteriore versione, alla data del 12 dicembre 1996,  dell’episodio di Scopeti e del rapporto di Pucci con gli altri protagonisti del caso: “Noi quella sera eravamo andati a Firenze come sempre la domenica sera. Al ritorno, ci fermammo sulla piazzola degli Scopeti per fare acqua e sentimmo sparare- ricordo anche che sentii il rumore di una tenda che veniva tagliata, poi Pacciani saltò fuori e ci disse: 'cosa fate qui voi due? andatevene'. Noi dalla paura si scappò. lo volevo andare subito dai carabinieri a dire quello che avevamo visto, invece Lotti disse di no, perché aveva paura del Pacciani. Io mi sono sempre tenuto lontano da quel gruppo, né ho mai chiesto niente a Lotti. lo non mi aspettavo che lui fosse dentro questo giro. Me ne sono reso conto la sera del fatto degli Scopeti. Ci sono rimasto molto male. Dopo questo fatto ho rotto l'amicizia con il Lotti”.
Ci ritorneremo su nell’ultima puntata.

(Disclaimer: le illustrazioni non vanno intese come pubblicità delle persone e delle opere rappresentate, neppure occulta)

(SEGUE)
 

mercoledì 17 maggio 2017

Il teste Alfa (2)




  
Dopo il 2 gennaio, sembrerebbe che gli inquirenti si siano dedicati alla ricerca di riscontri alle dichiarazioni raccolte fino a quel momento. Il giorno 23 le abitazioni di Vanni e di Lotti furono perquisite e a Vanni fu trovato e sequestrato un coltello (nota: così si legge in “Al di là di ogni ragionevole dubbio”, pag. 152; ma non dovrebbe essere lo stesso sul quale poi si discusse animatamente al processo, il quale, secondo la requisitoria del P.M. in data 23 febbraio 1998 fu invece sequestrato all’atto dell’arresto di Vanni, quindi il successivo 12 febbraio). Lo stesso 23 gennaio alle 17 Pucci viene sentito dai magistrati (nota: Fleury e Vigna; il primo interrogatorio era stato eseguito dalla P.G.). Rispetto al 2 gennaio le sue dichiarazioni variano un po’: ammette che si erano sì fermati per fare un bisogno, ma anche per spiare qualche coppia. Vedono la macchina e più oltre la tenda (nota: quindi la macchina è ancora a metà tra via degli Scopeti e la piazzola); dalla macchina escono due individui minacciosi, uno dei quali ha una pistola; era notte fonda però c’era un po’ di albore. Si sono subito allontanati; Lotti ha affermato di averne riconosciuto uno. Ribadisce la presenza del motorino. Di fronte alle insistenze dei magistrati, racconta confusamente che il Lotti, giorni dopo, disse che credeva di aver riconosciuto il Pacciani e di stare attento perché Pacciani aveva una pistola; stranamente, a questo colloquio sarebbe stato presente anche Vanni e non si capisce bene chi abbia detto cosa. A nuove insistenze, dice che quello che aveva il coltello era Vanni; ma in effetti non è proprio sicuro, però in un’occasione, non datata, ha visto Vanni a Montefiridolfi girare, forse ubriaco, con un coltello. A questo punto, i magistrati si saranno chiesti qualcosa sull’affidabilità del teste, il quale riferisce di aver finito le elementari a 15 anni, di aver svolto qualche lavoretto saltuario in passato e di essere titolare di una pensione di invalidità, ma di non sapere perché. Notiamo che ancora in questa versione i due individui scendono dalla macchina e che della macchina dei francesi, posta - come sappiamo - dietro la tenda, non c’è traccia.
Il 9 febbraio Pucci viene nuovamente sentito. Ritornando alla domenica 8 settembre, racconta di essere stato con Lotti dalla Gabriella, poi di aver girovagato, cenato (non si sa dove) e sul ritorno Lotti ha proposto di andare a fare una guardatina a due in una tenda. C’era come aveva già detto la macchina e poi la tenda e questa volta i due individui sono in mezzo, tra macchina e tenda; uno aveva un coltellone da cucina ed era certo il Vanni, l’altro, tarchiato, con la pistola, era Pacciani. A questo punto, però, su insistenza del magistrato, aggiunge (nota: come egli stesso dice: “liberandosi da un peso”) la seconda parte del racconto. Invece di andare via subito sono tornati verso la piazzola e hanno visto la scena (nota: scena che ben conosciamo, quindi non starò a ripetere), dopo di che spaventatissimi sono scappati via. Ha visto una sola macchina, che Lotti gli disse essere quella dei francesi, avendone riconosciuto la targa. Quindi Pacciani e Vanni forse erano venuti con il motorino di cui ha già parlato. A questo punto, i magistrati gli chiedono se sia stato anche nella zona di Vicchio con il Lotti a spiare coppiette e lui conferma di esserci stato una volta e guarda caso la coppietta che avevano spiato pochi giorni dopo era stata ammazzata. Possiamo chiederci se vi è una ragione per questa domanda apparentemente incongrua dei magistrati; in effetti, tre giorni prima, la Nicoletti, sentita a SIT, aveva riferito di essere stata nella piazzola di Vicchio (delitto del 1984) con il suo amante di Arezzo; solo successivamente ammetterà di esserci stata anche con Lotti.
A questo punto, la Procura ha in mano un teste oculare – insperato - del duplice omicidio di Scopeti e deve ancora sentire l’altro, il Lotti. Che viene infatti convocato il giorno 11 e, debitamente torchiato, fa qualche ammissione, ma non vuole dire i nomi dei due uomini, chiede anzi che nomi abbia fatto Pucci. Viene quindi messo in atto un confronto tra i due testimoni, condotto da Pier Luigi Vigna, del quale abbiamo una preziosa trascrizione, pubblicata nella seconda edizione del volume “Al di là …” . Sorprendentemente, nel confronto della scena dell’omicidio non c’è traccia. Riporto solo alcune battute di Alfa / Pucci:
Insomma, ci si fermò lì con la macchina a fare un bisogno, no?
A pisciare, vero?
E poi s’andò a vedere, per curiosità…
E si sentì due vociare. Ora, mentre loro vociavano: “vi s’ammazza”, va bene? Uno gl’avea la pistola e quell’altro gl’avea un curtello da cucina…
E allora i’ che si fece noi? Dissi: “bah, scappiamo.”
Dalla paura che s’ebbe, si venne via noi dopo con la macchina. Ha capito? E allora… i’che si stava lì a farsi ammazzare? Sennò…
E quanto all’identità delle persone:
A me mi sembrava uno i’ Pacciani e uno il… come si chiama? Il Vanni. Mi sembrava, ma sa …
Io, tanto sicuro unn’ero nemmen io. Ma insomma… a me mi sembrava Mario quello lì. Quello co’ il curtello.
Bisogna esse’ proprio sicuri, sicuri, sicuri. Ha capito? E allora … bah, e …
Sulla macchina, a domanda del Lotti, che non  ricorda o pretende di non ricordare:
Sì, c’avei il 128. Proprio … quella rossa, sì. E si venne via.
E sul pomeriggio a Firenze:
Da chi s’eramo stati, dalla cosa … da … dalla Gabriella, no?
Sì. S’eramo … Sì, quella sera lì.
Quella sera lì. Di domenica. Preciso, proprio di domenica.
In sostanza, a parte l’incerto riconoscimento dei due vocianti per Pacciani e Vanni, siamo tornati alla prima dichiarazione del 2 gennaio. Per completezza, bisogna aggiungere che forse Pucci appare particolarmente incerto perché il Lotti non gli dà affatto man forte, anzi sembra capitato lì in Procura per caso. Sta di fatto che dal confronto esce solo il racconto di essere stati cacciati via con minacce da due individui che forse erano Pacciani e Vanni. Questa trascrizione della registrazione audio è preziosa perché ci restituisce, parola per parola (punto interrogativo per punto interrogativo, puntini di sospensione per puntini di sospensione) il reale e povero contenuto delle dichiarazioni del teste Alfa al di là della ricchezza lessicale e consequenzialità logica messe nero su bianco nei precedenti verbali redatti dalla P.G. in forma riassuntiva, sintetizzando o comunque ampiamente riformulando.
Ad ogni modo, dopo il confronto, Lotti viene nuovamente interrogato e questa volta, a quanto pare, confermando quanto già detto da Pucci (nota: ma perché non l’aveva confermato prima? O almeno durante il confronto? Perché aspettare di essere reinterrogato dopo?). Contestualmente, la Procura richiedeva per Lotti (nota: perché solo per Lotti? che si era solo adeguato al Pucci?) l’applicazione di misure di protezione e successivamente l’ammissione al programma di protezione testimoni del Ministero dell’Interno. Il giorno dopo, il GIP autorizzava l’arresto di Mario Vanni (nota: giacché Alfa e Beta erano, a questo punto, concordanti nell’affermare la sua partecipazione all’omicidio).


Il successivo atto di P.G. a carico del teste Alfa (13 febbraio) è un sopralluogo alla piazzola di Scopeti, dal quale non emergono elementi nuovi, a parte una grande confusione nel collocare temporalmente gli eventi (nota: significativamente, anche qui si tratta della trascrizione di una registrazione, quindi non ci sono interventi redazionali dei verbalizzanti): non è chiara la sequenza tra minacce, taglio della tenda, spari e fuga dei due testimoni dalla scena. Si legga ad esempio questo passaggio: “E si sentì strappare, come strappare. Madonna bona! Dopo si stette un attimo a vedere, e ritornarono addietro. Noi, via, si scappò, capito? Si senti vociare. Dice: "oh! dice  Che vu’ ci fate? Andate via, perché sennò si spara". Madonna bona! Io ... si scappò, capito? (…)  Poi dopo si sentì un altro sparo, mi sembra, ora ... Madonna bona, qui ... dopo un po' si disse andiamo via  e basta, perché noi ... (…)  Non si stette, non si stette a vedere proprio ogni cosa, ha capito? Perché si ebbe paura noi!
Paura comprensibile, verrebbe da commentare, se non che, secondo quanto affermano le sentenze accogliendo come veritieri i racconti dei due, Lotti era complice e Pucci, dal canto suo, era da tempo consapevole dell’identità degli assassini; cosicché non si comprende da dove provenisse tutta questa paura di cose già vissute in prima persona dall’uno e note all’altro. Per inciso, il 13 febbraio è anche il giorno della sentenza della Corte d’Assise di Appello che assolve Pietro Pacciani, senza che siano stati sentiti i “testi algebrici”; il segreto viene poi tolto il 16 febbraio, in coincidenza con l’interrogatorio di garanzia di Vanni, cosicché i giornali ormai possono tranquillamente chiamare Alfa con nome e cognome.
Quattro giorni dopo, Pucci viene condotto a Vicchio per un sopralluogo, a conferma di quanto aveva dichiarato il 9 febbraio, ma non riconosce i luoghi. Si dà atto a verbale, però, che appare a disagio nel guardare la piazzola (nota: che non gli facesse piacere vedere le croci delle vittime?).



Il 5 marzo Pucci viene di nuovo interrogato per sentire se si sia “ricordato qualche particolare in più” (nota: nel frattempo, infatti, Lotti sta ampiamente vuotando il sacco). Ma la sua versione, stavolta, è peggiore delle precedenti; infatti sostiene che quella sera Lotti si sia fermato agli Scopeti “su suo (di Pucci) invito perché aveva necessita di fare un bisogno fisiologico”. La cosa può, al momento, non impensierire gli inquirenti, perché Lotti, pur raccontando sempre più cose, non ha ancora svelato il suo ruolo di complice. In sostanza, però, dal 2 gennaio al 9 marzo, le dichiarazioni di Fernando Pucci non sono cambiate di molto e il suo ruolo (e quello del Lotti) è ancora a suo dire quello di involontario testimone dell’ultimo duplice omicidio; come assicura il teste: “quanto precedentemente riferito è la piena verità e di ciò vi prego di credermi.”
E’ dunque inaspettato, di fronte a questa sentita dichiarazione di aver già riferito la piena verità, il fuoco d’artificio di notizie inedite che Pucci racconterà il 18 aprile, quindi dopo una pausa di un mese e mezzo dall’ultimo interrogatorio.
La messe di importanti novità è tale che riassumere diventa difficile, proviamo comunque a farlo, ma sarà necessaria qualche citazione. Dopo aver detto di sapere che Lotti era presente all’omicidio di Vicchio (nota: cosa che fino ad allora mai aveva detto), gli viene chiesto se sa il perché Pacciani e Vanni li abbiano ammazzati. “Chiesto a questo punto al Pucci se conosce il motivo per il quale Vanni e Pacciani volessero ammazzare i due giovani, ci pensa a lungo chiedendo al P.M. successivamente se il Lotti abbia già raccontato qualche cosa in proposito; avuta risposta negativa dice: li hanno ammazzati perché anche loro volevano fare l'amore con quella figliola”. Poi ritorna su Scopeti e dice di essersi fermato a spiare la coppia in tenda anche al pomeriggio (nota: questa correzione era ovviamente necessaria per aggiustare l’apparente contrasto con la testimonianza Chiarappa – De Faveri). Andando indietro nel tempo, rivolgendosi al P.M.:  A questo punto lei mi chiede se io abbia saputo dal Lotti anche degli omicidi compiuti ai danni di coppie appartate con le stesse modalità negli anni dal 1980 al 1983. lo non so nulla”. L'Ufficio da atto che a questo punto il Pucci tiene a lungo il capo chino e non guarda il P.M., né gli Ufficiali di P.G. presenti, voltandosi dalla parte opposta alla scrivania. Ed aggiunge, io non so nulla di questi fatti. Quello che sapevo l'ho già detto”; inopinatamente però, in sede di rilettura del verbale, Pucci aggiunge che, già prima dell’effettiva esecuzione del delitto, Lotti gli aveva detto che Pacciani e Vanni avrebbero ammazzato la coppia che loro avevano spiato a Vicchio; che gli aveva detto che avevano ammazzato anche le altre coppie degli anni precedenti, i due tedeschi, la coppia di Montespertoli e quelli di Calenzano. Ammazzavano le ragazze perché quelle non volevano stare con loro. Parla di un guardone omosessuale di Calenzano, conosciuto da Pacciani e Vanni, che sarebbe stato presente al delitto di Scopeti (nota: qualche minuto prima aveva detto di non saperne nulla). Riporta ancora il verbale: “Chiestogli se il Lotti gli dicesse perché ammazzavano, risponde: "Perché gli garbava". Chiestogli ancora se il Lotti gli dicesse perché tagliassero parti anatomiche delle vittime femminili risponde: "Perché gli garbava". Lotti gli raccontava gli episodi nel tempo, man mano che facevano gli omicidi. Al Lotti piaceva guardare, Pacciani e Vanni invece avevano passione anche per ammazzare (nota: mentre il Faggi era semplicemente interessato, ci andava volentieri; sembra davvero si stia parlando di un’allegra scampagnata; mai il termine di compagni di merende è parso più appropriato che in questa occasione). 


Considerato che all’epoca Lotti aveva ammesso solo una sua presenza ai delitti di Scopeti e Vicchio, è facile vedere come questo S.I.T. di Fernando Pucci sia centrale nello sviluppo delle indagini e della vicenda giudiziaria nel suo complesso. Lotti infatti, che è già indagato per Scopeti e Vicchio, nuovamente interrogato il 26 aprile, dopo un primo diniego si adeguerà, confermando quanto dichiarato da Pucci. Vediamo quindi che Pucci, il 2 gennaio 1996, dà la stura a una prima serie di ammissioni su Scopeti; il 9 febbraio parla di essere stato a spiare coppiette a Vicchio con il Lotti (della piazzola di Vicchio ne aveva già parlato, invero, la Nicoletti qualche giorno prima, ma riferendosi a una girata con il suo attuale amante); il 18 aprile, infine, tira dentro Lotti anche nei delitti di Giogoli, Baccaiano e, forse, Calenzano. Insomma, in altre parole, è sempre il teste Alfa che dà il la ai racconti del teste Beta; il quale ci ricama su, aggiunge particolari importanti rispetto ai moventi suoi personali e della banda, ma a livello di ricostruzione fondamentale dell’iter delittuoso non sa andare oltre quanto già ammesso da Pucci.
Da quel giorno, non risulta, quanto meno dalla lettura di libri e dei documenti disponibili, che Pucci sia più stato sentito, fino all’esecuzione della perizia psichiatrico-forense condotta dai prof. Fornari e Lagazzi nel dicembre 1996.

(SEGUE)

domenica 14 maggio 2017

Il teste Alfa (1)





Sono sempre affascinato dalla genesi delle cose e delle opinioni.

Dopo aver studiato la genesi di un’opinione smentita – quella della pista sarda – voglio dedicarmi alla genesi di un’opinione confermata in giudizio – quella dei Compagni di Merende.


Avendo già parlato della teste Gamma (qui) , è il caso di parlare di Alfa, che dovrebbe essere l’inizio: Alfa è la prima lettera dell’alfabeto greco e non per caso a Fernando Pucci fu affibbiato lo pseudonimo Alfa, quando si trattò di acquisire le nuove testimonianze nell’ambito del processo di appello Pacciani. Pucci, infatti, era all’epoca cronologicamente il primo – e il più importante - testimone diretto dell’ultimo duplice omicidio. La sua importanza verrà poi oscurata dall’astro nascente di Giancarlo Lotti, per cui Beta sopravanzerà di gran lunga Alfa. Ma limitiamoci per ora ad Alfa, appunto Fernando Pucci. Solo che, per capire il modo in cui Pucci irrompe sulla scena delle indagini quel 2 gennaio 1996, bisogna andare ancora a ritroso nel tempo, di un anno e mezzo circa, e riportarsi all’epoca del primo processo Pacciani; è una strada che ho fatto più volte, ma possiamo rifarla, con più attenzione e nuovi documenti, insieme. Avverto però che la strada che porta ad Alfa è lunga e tortuosa e si rischia di perdercisi; per cui mi appello alla pazienza del lettore.


Siamo dunque nel luglio del 1994 e il precedente 8 di giugno il ben noto superteste Lorenzo N., convocato per la seconda volta in aula, aveva detto di aver visto Pietro Pacciani in auto insieme a un’altra persona la sera del 8 settembre 1985 nei pressi di Scopeti. E poi c’era chi aveva visto – o creduto di vedere – Pacciani su un’auto non sua; o, al contrario, qualcun altro, non riconosciuto, vicino all’auto di Pacciani.  Non ci dilunghiamo su questo perché sono cose arcinote, come è arcinoto che da queste testimonianze – e da altre – sorse agli inquirenti l’idea – e poi lo scriverà anche il giudice – che almeno a Scopeti Pacciani avesse un complice. Naturalmente, esisteva nelle menti degli inquirenti un pre-giudizio: che Pacciani non poteva non essere colpevole; onde per cui tutte le testimonianze apparentemente discordanti dovevano essere accordate a questo dato di fatto incontrovertibile. E quindi, in maniera riservata, mentre il processo continuava, si condusse un supplemento d’indagine mirato a scoprire se qualche amico di Pacciani gli aveva dato man forte, magari inconsapevolmente, anche solo prestandogli la propria auto. A questo punto il già citato supertestimone tornò a farsi informalmente vivo con la S.A.M., insistendo non solo sulla lunga e consolidata amicizia tra Pacciani e Mario Vanni, ma facendo altri nomi: in particolare quello di un certo Lotti, detto Garibaldi, anch’egli amico di Vanni, che insieme a Vanni andava a fare l’amore con tale Filippa, la quale, per fortunata coincidenza, aveva abitato in via di Faltignano (e Pacciani era stato visto proprio all’incrocio tra via di Faltignano e via degli Scopeti!), senza contare che nella casa accanto a quella della Filippa aveva abitato la Sperduto Antonietta vedova Malatesta, autoconclamata amante sia del Pacciani che del Vanni! (Si veda udienza del 24 maggio 1994, ma, facendo un ritorno al futuro, anche 27 gennaio 1998 al processo Compagni di Merende). E in più si era saputo, da una recentissima testimonianza, che in quella casa, con la Filippa, aveva abitato un mago che faceva filtri d’amore (quello che fanno tutti i maghi, insomma, ma chissà cosa ci metteva, nei suoi filtri, quel mago, che viveva vicino al luogo di un duplice omicidio e insieme a una donna che forse faceva anche l’amore con due amici dell’imputato). La coincidenza non era poi così cogente, giacché all’epoca del delitto di Scopeti, - secondo quanto riferisce la S.A.M. - sia la Filippa che la Sperduto si erano già trasferite da altre parti, ma andiamo avanti. Sta di fatto che la S.A.M. fece il suo mestiere, prendendo informazioni al PRA e sentendo sia Lotti che la Filippa, identificata per Nicoletti Filippa. Quindi si scopre che questo Lotti aveva posseduto, tra le sue altre macchine, due Fiat 128 coupé (Nota: due? Che sia una duplicazione del PRA?) e il Lotti ricordava infatti di aver posseduto una 128 coupé rossa; mentre di cosa sia stato chiesto alla Filippa e di cosa lei abbia dichiarato non c’è traccia. Questo ritorno di fiamma delle indagini produceva solo un’annotazione di P.G. informale e si acquietava. Rimaneva però nero su bianco che Giancarlo Lotti, amico di Pacciani e Vanni, era stato possessore di una 128 coupé rossa.


Saltiamo ora all’11 ottobre 1995, quando due nuovi testi, Marcella De Faveri e Vittorio Chiarappa, riferirono che nel pomeriggio della domenica 8 settembre 1985 erano stati ospiti del proprietario della villa situata su via degli Scopeti di fronte all'ingresso della stradina che porta alla piazzola del delitto e di aver visto "un'auto dalla forma tronca dietro, di colore rosso sbiadito stazionare per diverse ore sul lato destro della carreggiata; a lato della macchina avevano visto due uomini” (nota: la signora verrà sentita ulteriormente il 14 novembre, dopo di che i coniugi deporranno al processo il 30 giugno 1997). Quindi il commissario Giuttari nell’assumere l’incarico di Capo della Squadra Mobile di Firenze aggiungeva questa fresca testimonianza a quelle che parlavano di due macchine (una bianca, una rossa) a Vicchio e, ancora più indietro nel tempo, eventualmente all’Alfa rossa GT vista alle Bartoline di Calenzano. Nel contempo, veniva a sapere dall’annotazione di cui abbiamo parlato prima, che tale Giancarlo Lotti aveva posseduto una Fiat 128 coupé rossa e che tale Filippa Nicoletti frequentava gli amici di Pietro Pacciani. E che la Fiat 128 di Lotti fosse già nel cuore  degli inquirenti risulta dal SIT reso direttamente al P.M. il 27 novembre 1995 da Filippa Nicoletti, alla quale viene addirittura mostrata una fotografia di un’auto di quel tipo affinché la riconosca come (identica a) quella di Lotti, il che la teste ovviamente fa.

Che la macchina rossa sia il grimaldello di questa fase dell’indagine me lo conferma anche un documento riservato ove si parla dell’interrogatorio subito il 6 dicembre 1995 da Sabrina C., alla quale veniva pressantemente richiesto di identificare la macchina che, nel pomeriggio della domenica 8 settembre, era arrivata nella piazzola mentre lei e il fidanzato stavano andando via. Pare che la polizia fosse convinta, con una certa insistenza, che l’uomo fosse Mario Vanni (eppure si doveva ben sapere che Vanni non guidava l’auto!). Chi volesse ricostruire l’episodio può combinare i vari articoli comparsi sui giornali il giorno 7 dicembre con il confuso controesame della teste condotto dall’avvocato Colao in data 30 giugno 1997 (si veda Insufficienza di prove e, volendo, la registrazione dell’udienza su radio radicale, dove è evidente lo stupore di Colao e l’imbarazzo di Canessa).  Si legga anche questo estratto da un articolo non firmato, apparso su La Repubblica 16 dicembre 1995 “La settimana scorsa la squadra mobile interrogò a lungo un' altra testimone: una signora che ricorda un particolare che potrebbe diventare decisivo. Secondo quella testimonianza un amico di Pacciani fu visto su un' auto rossa nella campagna di Scopeti, dove il mostro uccise i turisti francesi Nadine Mauriot e Jean Michel Kraveichvili, pochi giorni prima di quel delitto, nel settembre 1985”. Ma appunto questa notizia data alla stampa da qualcuno non verrà affatto confermata al dibattimento.


Il verbale del 6 dicembre non è disponibile, ma, atteso che il riconoscimento dell’amico di Pacciani (ossia, per parlare chiaro, Mario Vanni) venne poi recisamente smentito,  il dato importante è che si parlò di un motorino rosso appoggiato su un albero visto nei giorni precedenti il delitto. Questo si desume sia dalla trascrizione dell’udienza del 1997 sia dagli articoli di giornale dell’epoca, in particolare la nazione, dove, a firma di Amadore Agostini è gran discorso di questo motorino, che ovviamente doveva essere quello di Pacciani. Di un motorino o motocicletta a Scopeti avevano peraltro parlato anche i testi Pordoli nell'immediatezza e Iacovacci al processo del 1994.






Ci stiamo avvicinando ad Alfa, che al momento è ancora un perfetto sconosciuto. Infatti, l’utenza telefonica della Nicoletti viene messa sotto controllo e il commissario Giuttari sente Lotti il 15 dicembre, ma, a quanto risulta ufficialmente, non si parla di auto (Giuttari, Il Mostro pag. 104 e segg.). Il giorno dopo, però, Lotti telefona alla Filippa, che è intercettata (e dall’intercettazione si comprende che si è parlato di macchine, fuori verbale, almeno di quella vista a Calenzano) e viene informato dalla donna che a lei è stato chiesto della macchina rossa, il 128 coupé, e che “loro (= la polizia) hanno una foto della macchina”. Al che Lotti si limita a ribattere: “ah quel coupé, il 128… ti hanno fatto vedere quello? Ma quello è da quindici anni e più…” L’intercettazione viene ritenuta rilevante dalla SAM in quanto il Lotti vi ammette di aver posseduto una Fiat 128 coupé rossa (ma lo aveva già pacificamente ammesso nel 1994!) e l’auto poteva essere messa in relazione con quella vista il pomeriggio di domenica 8 settembre 1985 nei pressi della piazzola del duplice omicidio di Scopeti (quindi, ci si riferisce alla testimonianza Chiarappa – De Faveri).

L’audizione di Lotti ha però portato a un nuovo nome, Gabriella Ghiribelli; viene sentita il 21 dicembre e anche a lei viene mostrata la foto dell’auto “di Lotti” (anche qui veniamo a saperlo non dal verbale, ma dalla successiva intercettazione; l’identificazione formale, con la discussione sullo sportello, avverrà nella seconda convocazione del 27 dicembre, ma di questo ho già parlato ad abundantiam nell'articolo linkato all'inizio). Sta di fatto che al 27 dicembre abbiamo i seguenti elementi d’informazione scaturiti dall’indagine in corso: l’auto di Lotti (con due uomini) che staziona tutto il pomeriggio di domenica davanti alla piazzola e forse nel pomeriggio tenta di entrarci, ma la trova occupata; l’auto di Lotti che viene avvistata nello stesso luogo intorno alle 23.30 (testi Ghiribelli e Galli, nonostante le discordanze tra loro); e Ghiribelli che già il 23 dicembre si lascia sfuggire al telefono che è strano che Lotti, parlando a vanvera come è solito fare, non abbia ancora messo in mezzo il suo amico del cuore, Fernando. Chi è Fernando? Come ben sappiamo con il senno di poi, è il teste Alfa.

Prima dell’entrata in scena di Alfa dobbiamo però situare ancora un episodio, rilevante, ma del quale purtroppo si sa poco di certo: l’incontro avvenuto tra il Lotti e la Ghiribelli, a Firenze, nel corso del quale lui avrebbe giustificato la sua presenza agli Scopeti la sera dell’8 settembre 1985 con la fatidica frase “Non ci si può più fermare neanche a pisciare!” Da un documento che ho potuto consultare grazie alla cortesia di un amico mostrologo, risulta il seguente stralcio di intercettazione telefonica, in data 28 dicembre 1995 (nota: a parlare è la Ghiribelli):

  G.G. mi hanno fatto vedere una macchina.....tanti testi dicono che hanno visto una macchina rossa con uno sportello più chiaro....a quell'epoca, ...agli Scopeti. Secondo che ho capito io l'hanno detto anche a lui ( sta parlando di Lotti). ..."Lei ha la 131 rossa con lo sportello di un altro colore. Come mai adesso ha venduto la macchina?.....Perché noi sappiamo che ha comprato due gomme antineve per questa macchina! Come mai le ha comprate e dopo 15 giorni che l'abbiamo interrogata ha cambiato la macchina?" Mi hanno chiesto :" lei cosa ne sa di questa storia? ". Io ho risposto che non andava più. (…) comunque questo cretino ha venduto la macchina dopo due giorni che l'hanno interrogato. A loro sembra che lui abbia qualcosa da nascondere…

Non si capisce bene se la Ghiribelli stia riferendo quello che le hanno detto in questura o un suo colloquio diretto con il Lotti o un mix di entrambe le cose. Sta di fatto che Giancarlo Lotti al più tardi al 28 dicembre è ampiamente allertato del fatto che la sua auto sarebbe stata vista quella domenica pomeriggio e sera agli Scopeti. Naturalmente non sa che l’auto rossa è stata vista nel pomeriggio (da Chiarappa – De Faveri), ma sa del presunto avvistamento della Ghiribelli e probabilmente, se la sequenza temporale è quella corretta, ha già trovato, nella sua agile mente, una scusa buona: non ci si può nemmeno fermare a pisciare?

Per inciso, nel pomeriggio del 28 dicembre, come sappiamo dai giornali, viene interrogato un testimone segreto, un uomo di una certa età, abitante a San Casciano. “Ignorava il motivo per cui era stato convocato in questura ed era anzi abbastanza spaventato da questa convocazione”, ci dice ancora Amadore Agostini su la Nazione del 29 dicembre (la notizia verrà brevemente battuta anche dall’ANSA). Chi è questo testimone segreto, abitante a San Casciano, di una certa età e comprensibilmente spaventato? A mia scienza, nessun libro ne parla, neppure Giuttari, che nei suoi due volumi è piuttosto meticoloso su questa fase delle indagini. Forse il teste segreto non aveva nulla di interessante da dire.



Sia come sia, Pucci / Alfa, di anni 64, pensionato (pensione di invalidità per grave oligofrenia, ma questo tralasciamolo per ora)  è facilmente identificato e convocato in questura  il 2 gennaio 1996. Interrogato da Giuttari, comincia subito male raccontandogli quella dell’uva sulla rottura della sua amicizia con Lotti  circa 10 anni prima. Poi si parla un po’ della Gabriella, un po’ di Vanni; dopo di che Giuttari chiede molto semplicemente se si sia mai fermato a Scopeti con Giancarlo.  Una nota: nel libro “Compagni di sangue” (pag. 77) Michele Giuttari ritiene opportuno precisare: “ Formulai in maniera diretta la domanda sia perché già conoscevo la circostanza della presenza di un auto simile a quella del Lotti agli Scopeti la notte del delitto (…)”; e d’altronde, aggiungiamo, giacché la signora De Faveri aveva visto due uomini – e la Sabrina C. aveva escluso che ci fosse Vanni, - chi altri avrebbe potuto trovarsi con il Lotti se non il suo compagno di girate Pucci, che ha appena detto che era solito trascorrere insieme al Lotti tutte le domeniche pomeriggio e sera? Insomma, sembra che il commissario vada sul sicuro.
E infatti, siccome due più due fa sempre quattro, Pucci spiattella subito tutto; beh, non proprio tutto, una prima versione: “ricorda bene” di essercisi fermato solo una volta, agli Scopeti, e circa 10 anni prima, e proprio una domenica e proprio mentre tornavano dalla settimanale ora di ricreazione con la Gabriella e insomma, si sono fermati per un bisogno fisiologico.

C’era la tenda, c’era la macchina e dalla macchina sono scesi due uomini che si sono messi a vociare e li hanno cacciati via. E la macchina di Lotti qual era? Non ricorda di preciso, ma certo era rossa, o il 128 coupé o il 131 (come sappiamo, tra le due Lotti ha avuto anche la 124 celestina, ma per qualche strano motivo il ricordo di Pucci si concentra subito  sulle auto rosse). Però questa versione non deve essere sembrata, agli occhi degli inquirenti, del tutto soddisfacente. Che ci facevano infatti i due uomini vocianti (ossia Pacciani e l’ancora ignoto suo complice, come è facile immaginare anche se i nomi non sono stati fatti) nella macchina dei francesi? Pucci corregge un po’ il tiro. L’auto non è più vicina alla tenda, ma a metà strada tra l’asfalto (via degli Scopeti) e la piazzola (ma ora, la macchina dei francesi dov’è andata a finire?). Ora va tutto bene, è normalissimo che il teste, dopo dieci anni, possa confondere le posizioni dell’auto o dove si trovassero i due uomini. Quello che appare molto strano è che nella breve scena che descrive (scendono dall’auto per fare un po’ d’acqua, vengono affrontati e minacciati dai due tipacci, e subito se ne vanno, anche rincorsi dai due) il teste abbia avuto il tempo e la prontezza di spirito di notare un vecchio motorino che era appoggiato nel pressi del cancello al muro o ad un albero. E allora non si può non ricordare la testimonianza della Sabrina C., e conseguente grancassa di stampa, sulla presenza del motorino appoggiato a un albero.

In altre parole, è naturale che chi vive un evento choccante come quello narrato dal Pucci, ne serbi a lungo il ricordo, anche a grandi linee, impreciso; ma quanto è probabile che, all’interno della scena principale (la minaccia, la fuga) si serbi il ricordo di un particolare insignificante che nulla a che fare con l’evento? Questa sovrabbondanza di particolari, in genere utili all’investigazione, ossia “riscontri” a posteriori di conoscenze già acquisite, è una costante dei testimoni particolarmente collaborativi.

Nella seconda parte cercheremo di seguire il processo di liberazione di Alfa, che per ora ha detto quello che gli inquirenti si aspettavano, ma non tutto quello che si aspettavano; e avrà ancora molto da dire.


(SEGUE)