giovedì 5 maggio 2016

Alfa rossa a Calenzano (2)


Travalle

Il 10 luglio 1997 Rossella Parisi e Giampaolo Tozzini resero testimonianza al processo “Compagni di merende”, indotti dal P.M. La loro testimonianza integrale si può leggere, come sempre, su “Insufficienza di prove”. Dall’udienza risulta che i due – o quanto meno la donna - erano già stati sentiti il 23 giugno 1994, ossia nel pieno del primo processo contro Piero Pacciani. Giovanni Faggi, futuro presunto “compagno di merende”, poi assolto, aveva deposto il precedente 26 maggio, venendo tartassato (termine che non uso a caso) dal PM Canessa in merito alla cartolina da lui spedita a Pacciani nel 1979 come pure sul suo uso di falli artificiali. La vicinanza delle date fa pensare che la testimonianza di Faggi, ritenuta reticente, abbia riportato l’attenzione sull’avvistamento di Calenzano, in quella fase storica piuttosto trascurato per un motivo molto chiaro: l’identikit stilato nell’occasione non assomigliava per nulla a Pacciani, né l’imputato risultava essere mai stato proprietario di un Alfa GT rossa. Non tutti sanno che in corso di processo le indagini andavano infatti avanti, concentrandosi soprattutto sui conoscenti di Pacciani; non si era ancora arrivati all’ipotesi “complici”, che spunterà fuori, piuttosto inopinatamente, nella sentenza di I grado, ma si cercava chi sapesse qualcosa e non avesse parlato (nonostante la taglia non indifferente del 1985, vabbè).


 
 Quello che appare fondamentale nella testimonianza Parisi – Tozzini, oltre all’identikit, è la sicura identificazione dell’auto, un modello certo non molto comune: Alfa GT rossa a 4 fari. Sono tutto meno che esperto di auto; ricorrendo a wikipedia, nella speranza che i dati riportati siano esatti, scopro che l’Alfa Giulia Gran Turismo (GT) venne prodotta dal 1963 al 1976, in vari modelli, alcuni a due fari altri a quattro, alcuni che mantenevano il nome Giulia, altri semplicemente rinominati Alfa GT junior o veloce. 

 Poiché in dibattimento si dice che l’auto non era una Giulia ma una Alfa GT, il modello visto dalla coppia potrebbe essere una Alfa GT 1750 veloce (prodotta in due serie dal 1967 al 1972) o una Alfa GT 2000 (prodotta dal 1971 al 1975). En passant, si può notare una vaga somiglianza nella parte frontale con la FIAT 128 coupé.





Non sappiamo (o, detto meglio: non so) quali indagini vennero condotte nel 1981 per individuare l’auto e il suo guidatore. Certamente, quando nel giugno del 1982 l’identikit venne diffuso alla stampa non si era raggiunto alcun risultato; tanto che l’articolo di Spezi si conclude con l’invito, che sarebbe stato fatto da carabinieri e inquirenti, a segnalare eventuali riconoscimenti o anche, se qualcuno si fosse riconosciuto nell’identikit, a presentarsi sotto garanzia di anonimato (tuttavia, c’è da dire che questa opzione, vista la sorte toccata a Enzo Spalletti, poteva sembrare poco allettante). Si può sperare che si sia verificato se qualche abitante del luogo (via dei Prati, via della Marinella) fosse in possesso di un’auto oggettivamente poco diffusa; altrettanto c’è da augurarsi che siano stati controllati i clienti del Ristorante di Travalle, anche se bisogna dire che chi volesse tornare dal ristorante principale poteva prendere, ugualmente e meglio, via Macìa. Chi rimane a potersi trovare a percorrere a grande velocità quella strada intorno alla mezzanotte e con il viso stravolto e gli occhi sbarrati? Esclusa una coppia di ritorno da un appuntamento clandestino (ma perché a quella velocità? E comunque l’uomo era solo), rimangono a mio parere due ipotesi: un guardone che abbia visto la scena del crimine (durante o al massimo immediatamente dopo il fatto) o l’assassino stesso. Ora, se poteva essere rischioso presentarsi nel 1981, difficilmente lo stesso si può ritenere del 1985 e seguenti, quando anzi ci si sarebbe potuti attendere, sapendo qualcosa, un concreto vantaggio economico. Ovviamente, può benissimo darsi che l’ignoto guidatore in fuga avesse visto solo la scena a delitto compiuto e non fosse stato in grado di dare informazioni utili.

La coincidenza di tempo e luogo è molto significativa. In linea d’aria - secondo Google Earth - il ponte sulla Marina dista 1200 metri dal luogo del delitto, poco di più seguendo via dei Prati; soprattutto, dal viottolo la strada di uscita è obbligata, a meno di non continuare fino a Travalle e poi girare in via Macìa, e non c’è possibilità di altro passaggio diciamo casuale. Quanto al tempo, occorrerebbe sapere l’ora precisa del delitto (la coppia uscì di casa, a brevissima distanza sulla via Mugellese, dopo le 22.40) e quando effettivamente avvenne l’avvistamento, se un po’ prima di mezzanotte come si dice in dibattimento (sarebbe una coincidenza notevole) o intorno alle 0.30, come riporta l’equipe De Fazio.

A chi pensa che questi elementi siano poco significativi, vorrei ricordare il contenuto di altri avvistamenti d’auto che vennero valutati al processo “Compagni di merende”. La signora Frigo vide le auto in un punto indeterminato a circa 1 km dalla Boschetta, ma più di due ore dopo l’omicidio; ii coniugi Caini-Martelli a circa 7 km (seguendo il confuso e del tutto incongruo percorso ipotizzato dalla sentenza; si veda qui ) e più o meno alla stessa ora della Frigo o addirittura prima – cosa palesemente impossibile. Per non parlare del riconoscimento della Ghiribelli che è, come oggi sappiamo, errato di almeno un giorno, probabilmente di due. Insomma, a parte il caso Spalletti, sul quale si sa troppo poco, quello delle Bartoline sembra essere l’avvistamento più prossimo per luogo e tempo a uno dei delitti del Mostro di Firenze.





Concludo con un apparente “fuori tema”. Nel 2009 sul forum “Il Mostro di Firenze” un utente riportò un brano di un articolo che sarebbe apparso su “Visto” nel 1994 (data imprecisata, probabilmente in coincidenza con il processo Pacciani). Riporto il breve brano:

“«Ho, paura, c’è un uomo alto, con una Alfa Romeo rossa, i capelli rossicci che mi segue continuamente», s’era confidata Susanna con Alessandra Ciaboni, sua amica e coetanea che, andata in vacanza a Ragusa l’estate successiva, fu trovata uccisa con un coltello nel petto e ferite profonde nel pube. Perché nelle trentamila pagine dell’inchiesta la verità
c’è, forse è seppellita o forse troppo evidente da non essere stata vista, ma c’è. E prima o poi verrà fuori. Perché ad esempio un’Alfa Romeo rossa fu fermata dai carabinieri alle Bartoline poco prima dell’omicidio di Susanna e Stefano, che avvenne attorno alle 23,30 e i militi dell’Arma si limitarono a controllare la patente del guidatore osservando, però, che «il conducente rivelava uno stato di agitazione psicomotoria inusuale». I carabinieri non lo sanno e non parlano, ma nelle famose trentamila pagine dell’inchiesta l’ex legionario è apparso, eccome, e proprio nel 1981 e proprio dopo l’omicidio di Susanna e Stefano. Era lui l’uomo fermato alle Bartoline su un’Alfa rossa alle 22 circa del 22 ottobre, era lui l’uomo agitato e nervoso che fu lasciato andare, era lui uno dei guardoni della zona.”

Poiché: 1. Non ho potuto vedere materialmente l’articolo; 2. il pezzo contiene gravi errori di fatto 3. il suo autore (De Stefano) dovrebbe essere quello stesso “Randagio” che ha scritto uno dei libri più brutti e insulsi mai pubblicati sull’argomento “Mostro di Firenze”, ho riportato la citazione solo a titolo di curiosità, lasciando ai lettori l’onere di trarne le conclusioni che preferiscono.

martedì 3 maggio 2016

Alfa rossa a Calenzano



Era da molto tempo (settembre 2015) che intendevo parlare del delitto di Travalle e dell’avvistamento dell’Alfa GT rossa in fuga sul ponte della Marina; ma ho sempre rimandato nella speranza di ottenere qualche documento in più riguardante le indagini dell’epoca (sono un inguaribile ottimista). Tramontata questa possibilità, parliamone ugualmente sulla base del poco disponibile.

La situazione geografica.

Via dei Prati è (ed era) una strada carrozzabile piuttosto stretta che collega la periferia di Calenzano con il minuscolo nucleo abitato di Travalle, sede di due ristoranti e una fattoria che vende prodotti locali, immersa in una bella campagna ai piedi dei monti della Calvana. Per accedere a via dei Prati venendo da Calenzano si oltrepassa lo stretto ponte sul torrente Marina; dopo il ponte, girando a destra si imbocca appunto via dei Prati, che costeggia il torrente, girando a sinistra ci si immette sulla strada per Prato, che è a pochi chilometri (Calenzano però è ancora provincia di Firenze). Il tutto può essere visto in dettaglio in questo estratto della carta topografica dell’Istituto Geografico Militare edizione 1986, quindi quasi contemporanea al delitto, considerato che i rilievi saranno di epoca precedente all’edizione (Serie 50 Foglio 263: la scala reale è 1:50.000). Arrivati alla fattoria di Travalle, la strada si interrompe, continuando solo in viottoli pedonali. Da quel punto, per ritornare sulla strada principale, si percorre via Macìa se si è diretti verso Prato, o si rifà all’indietro via dei Prati se si vuole andare verso Calenzano o Firenze; altre strade carrozzabili non esistono.

Come sappiamo il delitto Cambi-Baldi (ottobre 1981) avvenne su un viottolo a pochissima distanza da via dei Prati, in pratica prospiciente a una passerella pedonale che attraversa il torrente e continua in via delle Bartoline. A differenza di un altro paio di viottoli campestri paralleli, che collegano trasversalmente via dei Prati e via Macia, quello dove è posteggiata l’auto del Baldi è senza sfondo, quindi un luogo ideale per appartarsi in camporella. Con qualche difficoltà per i miopi, potrete individuare il ponte (A), il luogo dove avvenne il delitto (B) e il Ristorante di Travalle (C).






Provenendo da Calenzano, avendo svoltato a destra dopo il ponte, si incontrano alcune case, si incrocia sulla sinistra via della Marinella, che è una strada senza sbocco, si supera sulla sinistra una palazzina condominiale che esisteva anche all’epoca e, percorsi circa 1,4 km  si arriva sul luogo del delitto.  A sinistra si avrà il viottolo dove era parcheggiata l’auto (il luogo esatto è segnato da una lapide), a destra, oltrepassato l’argine, la passerella pedonale che scavalca il torrente e sbocca in via delle Bartoline. Proseguendo altri 800 metri si arriva al nucleo di Travalle(sono quattro case), dove la strada si biforca in via di Travalle, un impasse che porta solo alla Fattoria, e via di Macìa, che, più o meno parallela a via dei Prati, ci riporta sulla strada principale Calenzano – Prato in località “la Querce”.  In pratica, Travalle si trova al vertice di un triangolo i cui lati sono via dei Prati sul lato Calenzano e via Macìa su lato Prato, mentre la strada principale è la base.

Attualmente, dal ponte all’abitato di Travalle si contano 13 case (sulla mappa 1986 ne sono segnate di meno), quasi tutte unifamiliari all’infuori del condominio; a Travalle ci sono 4 case; 9 su via della Marinella. Via Macìa ha 54 numeri civici, che sono però  addensati nella prima parte della strada; nella seconda parte, molto vicino a Travalle, c’è quasi solo il locale che si chiama appunto “Ristorante di Travalle”. Penso di non sbagliare di molto supponendo che nel 1981 nel tratto di poco più di 2 km che porta dal ponte a Travalle abitassero al massimo una trentina di nuclei familiari, forse meno.
Questa, dunque, è la situazione topografica della zona. Quindi, su via dei Prati ci si passa per un qualche motivo ben determinato, poiché in sé, la strada non porta in nessun posto, fa un giro e ci riporta alla partenza.
 

Questa lunga introduzione era necessaria per rispondere con maggiore cognizione a una domanda. Chi può viaggiare intorno a mezzanotte da Travalle a Calenzano su via dei Prati? Un abitante del posto (sono più o meno 30 famiglie, abbiamo detto) che esce a tarda notte? Un avventore del ristorante di Travalle che torna a casa, da solo e di gran fretta? Una coppia che si è appartata ad amoreggiare in campagna? Un guardone? Chi può viaggiare su quella stradina a velocità folle e senza curarsi di altre auto tanto da rischiare un incidente? 

Ci passa, secondo una coppia di testimoni, un uomo di mezza età, stempiato, col viso stravolto e lo sguardo sbarrato, che proviene da Travalle e si dirige verso Calenzano; tra le 23.40 e la mezzanotte del 22 ottobre 1981: Susanna Cambi e Stefano Baldi sono presumibilmente stati uccisi da pochi minuti. La testimonianza dei due fidanzati che incrociarono l’auto fu raccolta nell’immediatezza dei fatti e fu steso un identikit, poi divenuto famoso come quello del “maniaco assassino” e diffuso alla stampa il 30 giugno 1982, dopo che vi era stato l’omicidio di Baccaiano. Per mera coincidenza, poco tempo dopo si sarebbe dato avvio, nel modo che sappiamo, alla “pista sarda”. Sulla “Nazione di quel giorno si parla (l’articolo è di Mario Spezi) anche di altre due coppie di giovani e di un secondo identikit, somigliante, ma non identico al primo; costoro però, a differenza della coppia in auto, non vennero sentiti a processo e la loro testimonianza sembra persa nel mare magnum dell’inchiesta. Dalle notizie di stampa (La Città, 30 giugno) l’uomo visto mentre si aggirava a piedi in atteggiamento di spiare le auto in sosta nelle vicinanze del luogo del delitto aveva capelli corti a spazzola e si distingueva per l’andatura goffa. Secondo De Fazio, l’avvistamento risale alle ore 0,30; è probabile che questa sia stata la prima versione verbalizzata, orario poi anticipato in dibattimento.



(SEGUE)






mercoledì 20 aprile 2016

Riconsiderare Signa



Chi, come me, pensa che la “pista sarda” non sia del tutto infondata, quanto meno relativamente al primo delitto, deve comunque porsi alcune domande anche alla luce di fatti successivi emersi nel corso delle indagini e dei processi sul caso “Mostro di Firenze”. Domande non tanto sulla sua nascita – sia subito chiaro, non credo affatto alla possibilità di un depistaggio – quanto sulle basi della sua reale consistenza.

Come si sa, prove materiali a carico del l’imputato e poi condannato marito della donna, Stefano Mele, non vennero trovate; la sentenza di condanna si basò su una stentata confessione con annessa chiamata di correità e sulla conferma del figlio della vittima, di 6 anni all’epoca del delitto, otto al momento del processo. Un processo quindi su base esclusivamente testimoniale, nel quale i testi chiave sono un ipodotato e un bambino. Pensando al processo ai cosiddetti Compagni di Merende già questo dovrebbe far scattare un robusto campanello d’allarme.

In nuce, il problema è ben chiaro: la coppia Locci – Lo Bianco venne uccisa casualmente da un serial killer sconosciuto ed estraneo alle vittime o da qualcuno –si intende, uno o più soggetti – che aveva interesse a eliminare la donna, l’uomo o entrambi in quanto coppia clandestina e fedifraga?

Nel 1968, lo stesso concetto generale di serial killer era probabilmente di là da venire; tanto meno, trattandosi di primo e allora unico delitto, quello di mostro di Firenze. L’interesse degli inquirenti si concentrò subito sui candidati più naturali: il marito tradito e l’amante geloso (Francesco Vinci). E’ un fatto innegabile che nella maggioranza dei casi quando le donne vengono uccise ciò avviene per mano di un uomo a loro vicino, che sia marito, compagno, fidanzato, amante o anche solo innamorato respinto; la componente di gelosia avrebbe portato a sopprimere anche il rivale, ossia il soggetto che quella sera aveva avuto la sfortuna di accompagnarsi con la vittima designata. Questo pensiero è peraltro sotteso a una dichiarazione di Giovanni, fratello del Mele, riferito dalla vedova Lo Bianco: << prima o dopo a qualcuno che era con lei sarebbe dovuto capitare. Mi dispiace che sia toccato a suo marito>> (Rotella). Vi è, del resto, più di un’evidenza che generalmente si ritenesse Francesco come possibile assassino, e questo anche da parte dei propri fratelli; tuttavia, essere sospettati non significa essere automaticamente colpevoli.

Dopo un primo diniego, Stefano confessò abbastanza velocemente, cercando comunque di addossare la maggiore responsabilità a un complice, prima Salvatore Vinci, poi il di lui fratello Francesco, infine a un altro preteso amante della moglie, Carmelo Cutrona. Come si sia venuti alla confessione del Mele non è ben chiaro; che vi siano state pressioni fisiche si desume da un appunto del suo avvocato Dante Ricci (Filastò) e da tardive dichiarazioni alla stampa dello stesso Mele; l’evenienza, come ben sappiamo, non è improbabile. Nel frattempo, Natalino continuava a sostenere di aver camminato da solo lungo la stradina di campagna che portava alla casa del De Felice; e solo pressato, più o meno bonariamente, dal maresciallo Ferrero, ammise di esservi stato accompagnato dal padre, il quale, in quel momento aveva già confessato il delitto. Quindi, il maresciallo già sa per certo, o quanto meno crede di sapere, che quella notte Stefano Mele era sul posto; e Natalino gli dice esattamente quello che Ferrero desidera sentirsi dire ossia una conferma della veridicità della confessione; il che naturalmente non esclude che quanto riferisce Natalino in quel momento sia la pura verità. E’ però interessante notare che nella prima confessione del Mele l’accompagnamento di Natalino non trovi alcun posto: << A questo punto il figlio si sveglia e lo chiama: "babbo". Non dice altro o lui non lo sente, perché scappa>> (Rotella). Chi sia a scappare, se il padre, il figlio o entrambi, non risulta chiaro; in questa versione sembra sia stato Stefano “colto da un profondo senso di vergogna e colpa”. Sta di fatto che questo racconto è del tutto diverso da quella di Natalino e non verrà mai confermato dal figlio. Sembra proprio che il Mele in questo momento non abbia idea di cosa abbia fatto il bambino dopo l’esecuzione del delitto; né i Carabinieri dopo aver raccolto la versione di Natalino hanno l’accortezza di fargli rifare il presunto percorso notturno.

Riassumendo, la confessione e chiamata in correità di Stefano, l’ammissione della presenza del padre da parte di Natalino non avvengono spontaneamente, ma sono indotte da pressioni di diverso genere su due soggetti indubbiamente fragili; questo è del tutto normale in tali casi e non ci deve indurre a ritenerle per ciò stesso false. Prima di proseguire il ragionamento, facciamo ora un veloce parallelo con la situazione delle indagini sui “compagni di merende”: anche qui incontriamo un soggetto oligofrenico e uno comunque ipodotato che, interrogati, cedono e confessano, il primo un ruolo di spettatore, il secondo addirittura una partecipazione attiva. I tempi sono cambiati e non vi è problema di confessioni estorte con la violenza; ma vi è un evidente dislivello tra chi, determinato, esperto e agguerrito, interroga; e chi, intellettualmente debole, suggestionabile e senza supporto legale in quanto semplice persona informata sui fatti, rende testimonianza.

Detto questo, salta agli occhi una evidente differenza tra Stefano Mele e Giancarlo Lotti. Mentre il Lotti non aggiunge nulla di nuovo al patrimonio di conoscenze degli inquirenti, se non particolari risibili o comunque incontrollabili, il Mele dimostra di conoscere qualcosa della scena del crimine; e come potrebbe se fosse vero che, come dirà anni più tardi al giudice istruttore, vi venne portato per la prima volta dai CC due giorni dopo il delitto? Questa (limitata) conoscenza dei fatti si può spiegare in qualche modo supponendo che il Mele fosse estraneo al delitto? In verità sì. Il giudice Rotella nella sua sentenza suppone che, nella notte tra il 22 e il 23 agosto, il padre abbia ammaestrato il figlio; ma poiché la presenza in loco di Natalino è certa e incerta quella di Stefano, sarebbe più naturale pensare che sia stato il bambino a informare l’adulto di quel poco che poteva aver visto: la posizione dei corpi, la luce posteriore lampeggiante nel buio. Un’unica cosa Natalino non può sapere che invece Stefano conosce: il numero dei colpi sparati. Bisogna supporre (così almeno fa Ognibene nella sua sentenza contro Pietro Pacciani) che la cosa sia sfuggita agli inquirenti stessi, posto che essi già la conoscessero; e per quanto l’indagine fosse fin dall’inizio sgangherata e frettolosa, e subito inquinata da una confessione palesemente falsa, si tratterebbe di un errore investigativo davvero difficile da mandar giù. Assai acutamente, Giovanni Mele evidenzierà ,nel suo enigmatico biglietto che nel 1984 lo porterà in carcere, che la prova provata del coinvolgimento del fratello nel delitto consisteva proprio nella sua conoscenza del numero dei colpi sparati. Forse, anche lui non sapeva nulla di preciso e da quel dettaglio aveva tratto il convincimento della partecipazione del fratello al delitto.

Sia come sia, per il resto l’atteggiamento di Stefano Mele sembra proprio quello di chi nulla sa e affastella nomi a casaccio, pescando dal mucchio i più noti amanti della moglie; più avanti, allargherà il tiro ai suoi stessi congiunti. Un passaggio delle sue dichiarazioni appare rivelatore: informato che l’esito del guanto di paraffina scagiona Francesco Vinci ed è positivo per Cutrona, Mele si limita a dire: << Non c’è bisogno del confronto con Francesco. Se gli accertamenti sono come dite vuol dire che è stato il Cutrona>>. E il 16 gennaio 1984: << Insomma cercavo di cavarmela e perciò facevo nomi non veri. Non era vero neanche il nome di Francesco Vinci. Adesso non ricordo chi fosse con me. Prendo atto che la cosa è poco credibile>>. I casi sono due: o mente perché non sa chi sia l’assassino o sta proteggendo, oltre a se stesso, qualcun altro, che non può essere che l’esecutore materiale del delitto.

Le esternazioni di Natalino, anche se non ondivaghe come quelle del padre, sono ugualmente inaffidabili; soprattutto, non può esservi certezza che, fin dal suo primo apparire alla soglia di casa De Felice, non siano state inquinate da un eventuale accompagnatore che intendeva, naturalmente, nascondere la sua presenza. La testimonianza resa al processo del 1970 è probabilmente suggerita dai familiari e protettiva nei confronti dello zio Pietro; quella del 1994 apertamente reticente e senza dubbio inesatta nei particolari: Natale dice di essere uscito da un finestrino che venne trovato chiuso e di essersi diretto verso una lucina che dal luogo ove era parcheggiata l’auto non si può in alcun modo vedere. Rimane il macigno della sua passeggiata notturna in solitario; perché sembra veramente impossibile che un killer spietato ed estraneo si trasformi dopo il delitto in provvidenziale accompagnatore che mette a rischio la sua incolumità per portare in salvo il figlio della vittima. Ho abbondantemente parlato, nel libro e poi in questo stesso blog, dell’improbabilità, psicologica prima che fisica, di un cammino notturno fatto dal bambino; e ciò sarebbe comprovato dall’insistenza di Ferrero, che con tutta evidenza ritenne impossibile che Natalino avesse compiuto quel tragitto da solo. Tuttavia, come già detto, il sopralluogo avviene in un momento in cui Stefano ha già confessato; e in fin dei conti non vi sono impossibilità fisiche che ci permettano di escludere con assoluta certezza l’ipotesi.

L’ultimo elemento forte che trovo contro la decostruzione della “pista sarda” è la predizione della Locci sulla propria fine: è un fatto che la donna fu uccisa proprio nel modo che temeva; e per quanto sia impossibile sapere con certezza chi fosse il soggetto di cui aveva paura, tutto fa pensare che appartenesse al giro dei suoi frequentatori. Anche qui, è difficile immaginare che una donna manifesti il timore di essere uccisa in un determinato modo e poi, del tutto indipendentemente, si presenti un serial killer sconosciuto che senza saperlo metta in pratica l’eventuale disegno di altri. Difficile, ma non impossibile: le coincidenze esistono e non si possono eliminare dalla vita reale con il calcolo delle probabilità.

Sintetizzando al massimo: se Signa fosse il quarto o il quinto delitto della serie, chi mai dubiterebbe che sia opera del Mostro di Firenze? La sua posizione archetipica apre al dubbio. Considerato in sé, sembra proprio un classico delitto di gelosia/onore: da qui la nascita, pienamente legittima dal punto di vista investigativo, della pista sarda; perché chi avrebbe dovuto desiderare, per “onore” o gelosia, la morte di una donna, se non il marito, i familiari o gli amanti di lei? Tricomi e Rotella seguirono quella che era la strada maestra per risolvere il caso; apertasi all’improvviso dopo il 1982, terminò in un vicolo cieco. Una volta inserito il delitto in una serie di omicidi della stessa tipologia commessi con la medesima arma (e analogo munizionamento) il discorso cambia. Non vi sono elementi di fatto ineludibili che certifichino la pista sarda come l'unica possibile, nemmeno per Signa.

E’ difficile che Stefano Mele abbia casualmente indovinato il numero dei colpi; che Natalino abbia trovato il coraggio di avventurarsi nel buio della notte verso una destinazione a lui ignota; che la Locci abbia potuto prevedere le modalità della propria morte. E’ di conseguenza improbabile che la pista sarda sia solo un’arbitraria e testarda costruzione mentale degli inquirenti. La pista sarda tiene.

Ma è anche difficile che l’arma sia passata di mano continuando a commettere gli stessi delitti; che i due Mele, pur conoscendo la verità, non l’abbiano mai detta; che un eventuale amante geloso o spasimante deluso della Locci, rimasto sconosciuto alle indagini, si trasformi, anni dopo, in un serial killer per libidine. La pista sarda non tiene.

E’ impossibile che l’arma di Signa non sia la stessa; è impossibile che Francesco, Giovanni e Pietro siano il Mostro di Firenze, giacché erano in galera; è difficile che Salvatore continui a uccidere pur essendo sotto sorveglianza e cosciente di esserlo. Difficile, difficilissimo; ma non impossibile. La pista sarda tiene?

Sulla pista sarda possiamo continuare a romperci la testa.