martedì 29 marzo 2016

Fallacia dei ricordi



Ai fini dell’accertamento della verità, quanto valgono le testimonianze, anche in buona fede?

Lo scorso Natale mi è capitato un episodio curioso. Venne a trovarmi un amico, che chiameremo Stefano; saremmo poi andati a cena, per scambiarci gli auguri, da una comune amica, ad esempio Maurizia. E’ nostra abitudine, come credo di quasi tutti, nelle cene pre-natalizie di scambiarci, oltre agli auguri, piccoli regali.

Stefano aveva comprato, per Maurizia, un carosello di latta con carillon, un oggetto grazioso e originale, che mi mostrò. Mi parve bello, un’idea regalo di buon gusto, azzeccata per la nostra amica e del tutto nuova per me. Ad un tratto, prima di uscire, Stefano fu assalito da un dubbio: non aveva forse regalato il medesimo oggetto proprio a Maurizia in occasione del Natale precedente? Fui subito colto dal medesimo dubbio: ero sicuro di averlo già visto in funzione; e quando poteva essere successo se non al momento dello scambio di regali di Natale con Maurizia (personalmente, non faccio né ricevo regali del genere)? Ricordai addirittura che Maurizia era rimasta piacevolmente sorpresa per il regalo e si era proposta di usarlo come centrotavola. Detto fatto, Stefano, per evitare una brutta figura, acquistò un altro oggetto strada facendo – ovviamente molto più brutto dell’originale – e riciclò il carillon destinandolo ad altra persona. Al momento della distribuzione dei regali, Stefano chiese comunque conferma del suo ricordo a Maurizia, ricevendone una netta smentita: mai lei aveva ricevuto tale dono, che avrebbe anzi molto gradito.

Sulla via del ritorno, Stefano fu in grado di svelare l’arcano: il Natale precedente aveva sì comprato il medesimo carillon, ma lo aveva regalato ad un’altra amica, Clelia; quanto a me, non avevo mai visto direttamente il carillon prima di quella sera, ma Stefano me l’aveva abbondantemente descritto poiché gli era piaciuto molto e la vera destinataria (non Maurizia) lo aveva assai apprezzato. In sostanza, Stefano aveva riportato un fatto realmente accaduto, ma attribuendolo ad una persona diversa (aveva regalato il carillon a Clelia e non a Maurizia); mentre io avevo trasformato, venendone indotto da un suggerimento (infatti, a prima vista non l’avevo assolutamente riconosciuto), un evento appreso per “sentito dire” in ricordo da esperienza diretta; in realtà, avevo sentito soltanto descrivere il carillon e la favorevole accoglienza da parte di Clelia, ma non l’avevo mai visto (anzi, neppure conoscevo Clelia se non di nome).

Sono convinto che queste situazioni accadano molto spesso, non solo a Stefano e a me; potrei portare altri esempi, se non temessi di passare per un inguaribile smemorato.

Ammessa la buona fede, la costruzione inconscia di ricordi fittizi partendo da uno spunto reale spiega abbondantemente anche tante testimonianze apparentemente incongrue rese nei procedimenti giudiziari intorno al cd Mostro di Firenze. Basta pensare, senza scendere nei dettagli, alla ridda di testi – tutti indubbiamente in buona fede – che ricordano e raccontano cose diverse in merito all’episodio di Baccaiano. E su Scopeti: il teste E.I. avrà davvero visto delle scarpe fuori dalla tenda o gli saranno state mostrate delle fotografie della scena del crimine? La teste S.C. avrà davvero sentito puzza di morto la domenica pomeriggio o ha fatto proprio un dato appreso indirettamente? la teste G.G. ha visto quella sera una macchina rossa scodata o semplicemente una macchina – e magari in un’altra sera? E’ infatti assodato che in questa inchiesta a un certo punto tutte le macchine diventano rosse scodate e appartengono al Lotti. Eppure, ognuna di queste testimonianze porta il suo mattone, grande o piccolo che sia, all’edificio dell’errore giudiziario.

Vorrei lanciare una provocazione: potrebbe il nocciolo dell’episodio inizialmente narrato da Fernando Pucci (ossia il venire minacciato da due tizi nel corso delle proprie e altrui attività voyeuristiche) essere avvenuto sì, ma in altro luogo o in altro momento o con altri protagonisti?

Concludo citando un articolo di Ivana Distefano, dal titolo “Fallacia della testimonianza: esito di un esperimento” (liberamente consultabile su Internet):

“In considerazione dell’elevato rischio di fallacia mnestica , in epoca recente gli studi si sono concentrati in modo particolare sugli aspetti giudiziari della questione, e non c’è “addetto ai lavori” che non sappia quante insidie possono nascondersi dietro la affermazione del capoverso dell’art. 196 del codice di procedura penale “Ogni persona ha la capacità di testimoniare”, anche quando nulla fa pensare che siano necessari gli accertamenti del successivo n.2 “Qualora, al fine di valutare le dichiarazioni del testimone, sia necessario verificarne l’idoneità fisica o mentale a rendere testimonianza, il giudice anche d’ufficio può ordinare gli accertamenti opportuni con i mezzi consentiti dalla legge”. In sostanza, esclusa l’ipotesi della falsificazione volontaria, bisogna riconoscere che in fatto di testimonianza rimangono confermati due diversi assunti: il codice riconosce come causa di distorsione mnestica solo una patologia fisica o mentale del testimone, motivo per cui non ricorrendo una causa del genere si presume che tra percepito ed evocato ci sia identità; per il pensiero scientifico, invece, la difformità prescinde da patologie ed è anzi un fenomeno in qualche misura inevitabile, che dipende dalla fisiologia de
ricordare e che, pertanto, è presente anche quando ed è questo il senso della ricerca effettuata - ricorrono le condizioni soggettive ed oggettive più favorevoli ad una testimonianza fedele".

giovedì 10 dicembre 2015

Pietro Pacciani tra Cerbaia e Scopeti (2)


Mercatale Val di Pesa - Piazza del Popolo


Il post precedente ha scatenato alcune polemiche sia qui che in altri luoghi deputati del web; cosa invero strana, giacché mi sono limitato a riportare, senza commenti, quanto dichiarato da Pacciani nelle sue conclusive dichiarazioni spontanee del 18 ottobre 1994. La discussione verte sulla sussistenza o meno del controllo che l’imputato avrebbe subito il pomeriggio del 9 settembre, nemmeno due ore dopo la scoperta dei cadaveri; il che farebbe pensare che Pacciani sia stato, già all’epoca, tra i sospettati e non di quelli secondari, se è vero che fu perquisito nell’immediatezza dei fatti. Nel rapporto preliminare dei CC il nome di Pacciani non c’è, ma vi è stata evidentemente una scrematura; i controlli di cui si dà conto sono solo una dozzina, ma furono senz’altro di più; lo dimostra la menzione, in corso di processo, della perquisizione effettuata nei confronti del “Dottor B.”, anch’essa non menzionata nel rapporto, ma realmente e certamente fatta, poiché ne esiste verbale. L’evento del controllo e della perquisizione è affermato in aula da Pacciani, “non ricordato” sulle prime e poi decisamente smentito dal mar. Lodato (<<Signorno! Lo escludo>>)su esplicita domanda del PM. Mentre le considerazioni negative sul fatto svolte nella sentenza Ognibene sembrano avere una propria logica intrinseca, bisogna comunque dire che vi sono indizi che il controllo possa aver avuto davvero luogo: indizi risultanti sia da notizie di stampa risalenti al marzo 1996 in occasione dell’inchiesta “fantasma” nei confronti dell’appuntato FNT, che avrebbe affermato di aver partecipato a entrambe le perquisizioni, sia da racconti “de relato” da me personalmente ricevuti. Non sono in possesso di informazioni sufficientemente certe per poter prendere decisamente posizione sull’argomento, quindi preferisco svolgere il mio ragionamento supponendo, per cautela, che Pacciani abbia detto la verità sia sul modo in cui aveva trascorso la sera della domenica sia sulla prima perquisizione del giorno 9, evidenziando però che le versioni si arricchiscono e modificano nel tempo, dal 1985 al 1994, come risulta anche dal riassunto fatto dal giudice Ferri nella sua sentenza di assoluzione, in un passaggio che vale la pena di riportare.
<<Il Pacciani rendeva varie e contrastanti dichiarazioni in tempi successivi. Il 19.9.1985, sentito dai CC. di S. Casciano a titolo di sommarie informazioni testimoniali, ed invitato a descrivere i movimenti compiuti la  domenica 8 settembre 1985, dichiarava che nel pomeriggio si era recato in auto con le figlie alla Festa dell'Unità in località Cerbaia, ove era rimasto fino alle ore 19 in detta località, gli si era scaricata la batteria dell'auto, onde egli si era rivolto per un parere ad un meccanico di sua conoscenza, certo Fantoni Marcello, il quale si trovava alla Festa; il Fantoni gli aveva detto che la batteria era scarica, ed egli con una spinta aveva messo in moto l'auto ed era ritornato con le figlie alla casa di Mercatale, aveva cenato, era uscito di casa alle ore 21, ed era andato alla Casa del Popolo ove si era intrattenuto fino alle ore 22, ed infine era rientrato a casa a dormire. (…) Il 27.11.1990, interrogato come persona sottoposta ad indagini per detenzione e porto di arma ed anche per gli omicidi del c.d. "mostro", confermava l'alibi già fornito in relazione all'omicidio dei francesi, ma con modifiche: egli e le figlie avevano cenato alla Festa di Cerbaia, quindi si era fatto buio, ed al momento di ripartire l'auto (che precisava essere stata la Ford Fiesta di sua proprietà) non si era messa in moto; il Fantoni aveva dato una occhiata, aveva detto che si era bruciato l'interruttore di minima, e si era messo alla guida del veicolo dicendo al Pacciani ed alle figlie di spingere; così egli e le figlie erano riusciti a ripartire e, tornati a casa, erano andati tutti a dormire; il giorno dopo egli aveva fatto riparare l'auto ad un meccanico di Mercatale che gliela aveva venduta, pagando lire 90.000; contestatogli che nelle prime dichiarazioni egli aveva riferito di essere uscito, dopo rincasato, verso le ore 21, per andare alla Casa del Popolo, ammetteva tale possibilità>>.
Veniamo al merito e cerchiamo di riportarci nella situazione in cui si trovano gli inquirenti dal 1985 alla fase pre-processo. Si sa (o meglio: si crede) che il delitto è avvenuto prima di mezzanotte del giorno 8. E’ di tutta evidenza che l’alibi di Pacciani per la domenica sera, giorno per il quale venne interrogato fin dall’inizio, non sta tanto nella presenza alla festa di Cerbaia fino alle ore 21 quanto nel guasto all’auto, che avrebbe dovuto (ma non fu) venire certificato dal meccanico Fantoni. Come avrebbe potuto infatti il sospettato recarsi da Mercatale alla piazzola di Scopeti dopo il suo ritorno dalla festa di Cerbaia, essendo rimasto appiedato? Ancor più, come avrebbe poi potuto portarsi a San Piero a Sieve per imbucare la famosa lettera alla Della Monica in tempo per la levata della posta del lunedì mattina? Beh, il 19 settembre questo elemento Pacciani avrebbe potuto conoscerlo solo essendo l’autore degli omicidi, in quanto la notizia uscì sui giornali fiorentini il 27 settembre. L’alibi fornito il giorno 19 ( e forse già 10 giorni prima) sembra veramente debole; molto dopo, Pacciani dirà che i carabinieri videro che l’auto Ford Fiesta non era in garage, di più, che poterono vederla ricoverata nell’officina del Giani, ma di ciò non vi è, né può esservi, traccia documentale. Ma, in primo luogo, il Pacciani non disponeva all’epoca di altri mezzi di locomozione? Una 500 e un ciclomotore? Non ho notizie precise sulla 500, ma il ciclomotore doveva essere quanto meno funzionante, giacché viene visto sul luogo del delitto il sabato mattina (non è il suo, ma il PM e i giudici lo suppongono) e considerato un indizio valido. Dunque, l’alibi del Pacciani è traballante, il che non significa che sia falso; paradossalmente, diverrà più importante nel corso del processo, quando Il Nesi riferirà di aver incrociato Pacciani sulla Fiesta (stranamente divenuta nel ricordo del testimone “rosso amarantina”!) nella tarda serata di domenica 8 al bivio tra via degli Scopeti e via di Faltignano; una testimonianza che verrebbe messa in crisi dalla constatazione che la Fiesta era, a quell’ora, già immobilizzata nel garage dell’imputato.
Veniamo all’oggi; a cosa conduce l’opinione, ben fondata, come abbiamo visto nei post precedenti, che il delitto è avvenuto uno o anche due giorni prima della sua data ufficiale? Ovviamente all’irrilevanza dell’alibi richiesto e fornito per la domenica, compreso il guasto dell’auto, vero o finto che fosse; con il che si può anche lasciar cadere la defatigante polemica tra “alibi falso” e “alibi fallito” portata avanti dalle sentenze. In ogni modo, l’assassino aveva tutto il tempo non solo di compiere il delitto, ma anche di recarsi, magari nella giornata del sabato o in quella della domenica, a San Piero a Sieve per spedire il reperto alla Dott.ssa Della Monica. Ma non è tutto: divengono insignificanti le testimonianze Nesi e Longo, già molto controverse e che furono funzionali non solo alla condanna di Pietro Pacciani in primo grado, ma ancor più all’avvio dell’inchiesta sui presunti complici, i cosiddetti “Compagni di merende”. Si ritorna esattamente al Via: alla situazione indiziaria esistente prima dell’apertura del processo del 1994, un quadro che fu ritenuto sufficiente al rinvio a giudizio, ma ben difficilmente avrebbe potuto portare a una condanna.
Tutto considerato, l’inchiesta giornalistica condotta da Paolo Cochi e sfociata nel recente documentario ha dunque portato quanto meno a una certezza negativa: alcuni indizi contro Pietro Pacciani diventano insignificanti, la prova testimoniale fornita da Lotti e Pucci si rivela mendace, almeno nei termini in cui fu resa. E’ un passo indietro nella storia giudiziaria che costituisce al contempo un passo avanti verso la verità.

domenica 6 dicembre 2015

Pietro Pacciani tra Cerbaia e Scopeti




Concluderei temporaneamente la serie sul delitto di Scopeti, che ci impegna dalla scorsa estate, esponendo la versione dei fatti che diede il principale sospettato, Pietro Pacciani. Detto che Pacciani fa, almeno secondo i dati ufficiali, il suo primo racconto il 19 settembre 1985 e che quella versione iniziale sarà successivamente corretta, non posso addentrarmi  su questo aspetto perché il verbale non è pubblico. Voglio invece dare conto di quanto Pacciani sostiene in corso di processo, all’interno delle sue ultime dichiarazioni spontanee, rese il 18 ottobre 1994. Purtroppo  l’udienza non è stata trascritta in Insufficienza di Prove, forse per carenza del verbale, ma è tuttora ascoltabile su Radio Radicale. Non ho il tempo né la pazienza  di trascriverla per intero (l’intervento dell’imputato dura più di due ore), ma ne riassumerò qui i punti principali.
Pacciani comincia ricordando di essere stato alla festa di Cerbaia come confermato anche dalla figlia, testimone peraltro a lui sfavorevole, quindi senz’altro sincera sul punto;  la figlia avrebbe anche confermato il guasto dell’auto e l’intervento del meccanico (NdA: si deve intendere Graziella  nell’udienza del 25 maggio 1994 e forse precedentemente in corso di indagini). Il meccanico Fantoni invece non avrebbe confermato il fatto essendo stato indotto a cambiare versione (NdA: si intende <<dalla magistratura di Firenze>>: <<gli dissero di non dire>>; <<dì che tu non c’eri>>) in un interrogatorio di quattro ore a San Casciano (<<è successo il finimondo>>). Pacciani ripete che partì alle 15.30, dopo pranzo, <<s’andette a cena a Cerbaia, per portare queste figliolucce alla festa>>. Ricorda che la figlia maggiore andò a trovare una compagna di collegio, Rosanna Z., che si era sposata di recente e viveva a Cerbaia: <le si abbraccionno, le si salutonno e compagnia bella, insomma>>; dopo di che la famiglia Pacciani si reca alla festa. Dopo aver cenato, all’ora di ripartire, intorno alle 9.30-9.45, l’auto <<Forde, l’è nova>> non si mette in moto, non vuole partire. A fianco di tavolo c’è un meccanico, il Fantoni Marcello, che lavora nell’officina Bellini di San Casciano ed è vicino di casa dei Pacciani, il quale già aveva aiutato a volte per far partire la vecchia 500. Seguono una serie di particolari sull’intervento del Fantoni che gli dice <<queste testuali parole:  non insistere con la chiave, perché tu scarichi tutta la batteria e la macchina non ti parte, perché si è bruciato l’alternatore di minima>>.  Il Fantoni collega con i cavi la propria batteria a quella della Ford e <<con un colpo di chiave la partì subito>>; gli raccomanda di tenere sempre l’auto accelerata perché il motore non si spenga più e segue i Pacciani fino a casa con la sua auto per accertarsi che non rimangano in panne durante il tragitto, promettendo l’indomani di far intervenire il carro attrezzi.
Giunto felicemente a casa senza altri problemi e parcheggiata la Ford nel garage, la mattina dopo Pacciani chiama il carrozziere Giani Roberto, presso il quale aveva acquistato la macchina, che fa portare l’auto nella propria officina con il carro attrezzi. Seguono considerazioni sull’esorbitante prezzo della riparazione (per la sostituzione di un <<gingilluccio grande come un cecino>> che però comportava un lungo lavoro) e il ricordo, un po’ incerto, che l’auto venne riparata in un paio di giorni. A questo punto Pacciani esplode in maledizioni contro il Fantoni che, interrogato, aveva smentito il suo alibi dicendo <<io un c’ero, io un c’ero>>. (NdA:  il riferimento è probabilmente alla SIT resa dal Fantoni nel novembre del 1991), alle quali seguono apprezzamenti negativi  contro la moglie di questi, detta <<la gruga>> (NdA: gru?) perché sporge il collo fuori dalla finestra per spettegolare e <<la racconta ‘icché non è vero>>, interrotti dal presidente Ognibene.  Pacciani sostiene di avere avuto un chiarimento con il Fantoni in piazza, nel quale il presunto teste avrebbe sostenuto di non voler avere a che fare con i carabinieri. 
Segue l’episodio del primo controllo da parte dei carabinieri di San Casciano, che a detta dell’imputato sarebbe avvenuto il 9 settembre, lo stesso giorno del rinvenimento dei cadaveri, intorno alle 15.30; Pacciani, riferendosi implicitamente allo scontro verbale avvenuto in aula durante la deposizione del maresciallo Lodato (3 maggio 1994), afferma ora di non potersi ricordare se si trattasse proprio del maresciallo “De Lodato” o un altro graduato, accompagnato da due carabinieri <<vestiti in divisa, insomma, son quasi tutti uguali>>.  Racconta lo svolgimento dell’interrogatorio (non verbalizzato e la cui esistenza era stata negata dal teste e dal PM) e della successiva perquisizione (<<apri qua, apri là, guardonno dappertutto>>) per quanto informale (<<un s’ha mandato, ma se si vole si procura>>). A richiesta del maresciallo di avere eventualmente conferma da qualcuno che lo avesse visto a Cerbaia, Pacciani avrebbe subito indicato il Fantoni Marcello, precisando che era stato colui che gli aveva rimesso in moto la macchina.  Viene perquisito anche il garage, conseguentemente  i carabinieri, così ragiona Pacciani, devono aver constatato che la macchina non era lì ricoverata.  <<Loro andettero, passonno dal Giani Roberto, perché la strada che va a San Casciano l’affianca con la carrozzeria e andettero a vedere e la mi macchina era lì, era rotta, era in questo garage del Giani Roberto, è la verità>>. Pacciani conclude in maniera sconsolata: <<Insomma, l’è stata fatta tutta una tragedia, gli è stato sparito ogni cosa; io dissi tutta la verità e compagnia bella>>.
Segue l’episodio della Sperduto (<<questa bertuccia, gl’è una matta>>), poco rilevante per il processo, se non per un commento del Pacciani che potrà bene attagliarsi anche ai processi futuri: <<gli è stato fatto una selezione – non voglio offendere nessuno - dei  più furbi>>.
Nel seguito, qualche considerazione personale mia.
(Segue)

domenica 29 novembre 2015

Ancora sulla data di Scopeti





Anche dopo i “nuovi-non nuovi” risultati degli studi degli entomologi forensi che inducono a spostare all’indietro nel tempo l’occorrenza del delitto di Scopeti del settembre 1985, in alcuni luoghi deputati il dibattito continua, anche con toni accesi: larve sì o larve no, scontrini sì e scontrini no, testimonianze sì e testimonianze no.
Ognuno avrà le proprie motivazioni per sostenere con forza le proprie convinzioni e su queste non voglio entrare.
Mi limito qui ad elencare una serie di coincidenze che devono necessariamente coesistere (è una tautologia, a guardar bene) per far sì che si possa ragionevolmente tener fermo alla data della domenica sera, cadendo la quale crolla, come è evidente, il teorema accusatorio costruito negli anni dalla Procura di Firenze.
1. I testimoni. Bisogna pensare che i due testi della pensione Ponte agli Scopeti (ma in realtà, in prima battuta, uno solo) che videro la ragazza entrare nel bar la domenica mattina siano riusciti a riconoscerla correttamente pur solo mediante la foto vista sul giornale, molto dissimile dalle sembianze reali della vittima, quanto meno per la lunghezza dei capelli, oltre che per il lungo tempo trascorso. Il particolare dell’auto Golf bianca vista parcheggiata senza persone a bordo, anziché rassicurare, genera ulteriori dubbi. Se l’auto era vuota e nel bar entrò soltanto Nadine, dov’era Jean Michel? E cosa significa l’enigmatica frase, redatta in verbalese:<< La stessa attirò la mia attenzione proprio per la particolarità della targa che non è solito vederla sulle macchine di nazionalità francese>>?  Dalle poche foto che ho potuto vedere, la targa dell’auto delle vittime era del tutto conforme agli standard francesi dell’epoca, con lettere e cifre bianche su fondo nero, come questa:



[NdA: la targa dell’auto delle vittime era 9952 SE 25] Stesso problema si pone per il teste Marcello F., improvvidamente addotto dalla difesa di Vanni al processo, che riferendosi al suo servizio alla festa dell’Unità di Cerbaia non ricorda bene il giorno in cui notò la presenza dei francesi, ma propende per la domenica piuttosto che per il sabato (del venerdì non si parla, anche se la festa era iniziata proprio il venerdì e si sa con sufficiente certezza che i francesi quel giorno dovevano essere già in comune di San Casciano). [NdA: per questa incertezza, comunque comprensibile a distanza di 12 anni dai fatti, credo ci possa essere una spiegazione che per ora preferisco tenere per me]
E' anche corretto aggiungere che una diversa foto di Nadine con i capelli lunghi era stata pubblicata sulla Nazione del 10 settembre. Ad ogni buon conto, ammesso che non era impresa facile, assumiamo comunque che i testimoni, con vista acuta e per così dire retrospettiva, abbiano realmente riconosciuto la ragazza / i ragazzi e passiamo al secondo punto.
2. Gli scontrini. Gli scontrini raccolti da Nadine, probabilmente al fine di operare detrazioni fiscali, giacché ufficialmente si trattava di un viaggio di lavoro (vedi infra), si fermano al venerdì pomeriggio. Dato per certo che alle feste dell’Unità non venivano rilasciati scontrini fiscalmente validi, rimangono scoperti due giorni (sabato 7 e domenica 8) in cui le vittime non avrebbero fatto nulla che abbia dato adito alla richiesta di scontrini (fatto colazione al bar, pranzato in trattoria, acquistato una qualsiasi cosa, rifornita l’auto di benzina) o abbiano incontrato soltanto evasori fiscali. L’obiezione che all’epoca in Italia lo scontrino fiscale era un optional regge fino a un certo punto, considerato il comprovato interesse di Nadine a ottenerli, documentato da quelli acquisiti fino al venerdì e conservati; e chissà se i gestori che asseritamente-la servirono la domenica mattina abbiano rilasciato lo scontrino, per l’acqua brillante o il panino che fosse; sarebbe da chiedersi che fine abbia fatto, se davvero era stato consegnato alla vittima. Certo, se i francesi fossero andati a Bologna con l’autostrada (anche su questo vedi infra), si sarebbero ritrovate le ricevute dei pagamenti ai caselli. Sta di fatto, a leggere il ben noto testo di Adriani-Cappelletti-Maugeri, che vennero rivenuti almeno 10 scontrini e ricevute relativi al periodo dal mercoledì mattina al venerdì pomeriggio e nessuno dal venerdì pomeriggio in poi (nel rapporto dei CC si parla di “quattordici foglietti con annotazioni varie”, riepilogati nell’allegato 4 al rapporto – che ovviamente non ho). [NdA: Curiosamente, si dà anche per certo che i due siano stati alla fiera delle calzature di Bologna, ma non viene detto su quali basi, visto che non vennero riconosciuti dagli espositori interpellati]
Rimane quindi l’ipotesi che l’assassino o gli assassini abbiano asportato dalla scena del crimine qualcosa che conteneva gli scontrini relativi ai due giorni più recenti; un’ipotesi che ovviamente non si può scartare, ma che sembra parzialmente contrastare con il comportamento del MdF in occasione dei delitti precedenti, con la parziale eccezione di quello del 1974 (del resto, l’auto era chiusa a chiave al momento del ritrovamento e la chiave all’interno della tenda).
3. L’auto. Se concordiamo che la coppia vista montare la tenda nel pomeriggio di venerdì 6 dal teste Antonio B., di passaggio per via degli Scopeti, fosse quella delle vittime, possiamo seguire da quel punto i movimenti dell’auto Golf bianca di Nadine sulla base delle testimonianze rese in corso di indagini o a processo. Il teste Angelo C. vede i ragazzi scendere dall’auto Golf bianca intorno alle 20.30 del venerdì sera, alla festa dell’Unità di Cerbaia, dove mangiano (per il modello dell’auto seguo sempre Adriani-Cappelletti-Maugeri poiché al processo la lettura del verbale è probabilmente monca). Il sabato mattina intorno alle 10.15 l’auto verrà vista accanto alla tenda dal teste Giuliano P. e dalle 10.30 a poco prima delle 12 dal teste Edoardo I., che nota la tenda chiusa e forse delle scarpe fuori della tenda. Per la giornata del sabato non risulterebbero altri avvistamenti dell’auto. Per la domenica, oltre alla già citata testimonianza del gestore della Locanda Ponte agli Scopeti, abbiamo il teste Mauro B., che ricorda di aver visto una Golf primo tipo con targa francese nel primo pomeriggio (15.30?) in luogo vicino, ma non corrispondente alla piazzola del delitto; è da notare che questa testimonianza appare perla prima volta al processo Pacciani del 1994. Nell’immediatezza, invece, Sabrina C. riferisce di essere stata sulla piazzola alle 17.30 col fidanzato e di avervi trovato la Golf parcheggiata nell’identica posizione in cui verrà trovata il lunedì al momento della scoperta dei cadaveri. Quindi, mentre le vittime non vengono più riconosciute in vita dopo il venerdì sera se non dai gestori della locanda, sia il sabato mattina che la domenica pomeriggio l’auto viene vista parcheggiata di fronte alla tenda. Bisogna pensare che, se Nadine e Jean Michel erano vivi, passassero le loro vacanze italiane a dormire in tenda o andassero in giro a piedi, lasciando l’auto parcheggiata nella piazzola degli Scopeti. Chi ha una minima conoscenza del luogo concorderà che la campagna dei dintorni è bellissima, ma va visitata per forza di cose in auto e che a piedi dagli Scopeti si può arrivare al massimo a San Casciano o all’Albergaccio di Villa Machiavelli. Il mancato uso dell’auto nei giorni del sabato e della domenica ci conduce a parlare della partecipazione alla fiera delle calzature di Bologna.
4. Per quanto le indagini sul punto siano state approssimative, come documentano i già citati Adriani-Cappelletti-Maugeri, sembra proprio che le vittime non si siano recate alla fiera delle calzature di Bologna, che costituiva l’obiettivo primario e ufficiale della loro trasferta in Italia, come attestato già il 10 settembre ai CC da parte del fratello di Jean Michel, Serge, e confermato dal marito di Nadine, Athos, in un’intervista alla Nazione pubblicata il giorno successivo. Bisogna quindi supporre che i due abbiano lasciato passare, passeggiando e dormendo, il sabato e la domenica, riservandosi di recarsi alla fiera il lunedì, ultimo giorno di apertura e anche il limite ultimo, a detta dei familiari, entro cui erano attesi di ritorno a Montbeliard. Soluzione che può sembrare poco probabile, ma non del tutto inverosimile. Ma il ritorno a scuola della figlia?
5. La suocera di Nadine, raggiunta telefonicamente dal corrispondente a Parigi della Nazione già nel tardo pomeriggio del 9 settembre, ancora ignara di quanto avvenuto, dice di aspettarla a casa in serata, al massimo la mattina dopo (ossia martedì 10) per motivi di lavoro. E’ la prima indicazione cronologica relativa al progettato rientro della coppia in Francia, in parte contrastante con quanto affermato anni dopo dalla sorella di Jean Michel, secondo la quale Nadine avrebbe voluto rientrare in tempo per accompagnare la figlia maggiore a scuola in occasione dell’apertura del nuovo anno scolastico, ossia lunedì 9 settembre; per far questo, Nadine sarebbe dovuta ovviamente essere a casa entro la domenica (pag. 30 del volume già citato). Sulla riapertura delle scuole c’è stata un po’ di confusione. Le scuole secondo il calendario scolastico, tuttora consultabile in rete, riaprivano lunedì 9; ciò non significa che la bambina dovesse obbligatoriamente andare a scuola il primo giorno o che la madre dovesse accompagnarla; in assenza di Nadine, del resto la piccola Estella era stata affidata ai nonni. L’argomento del rientro a scuola è in verità poco cogente di per sé, ma aggiunge un’altra piccola coincidenza al quadro generale.
6. Il rigor mortis. Si può leggere tutto il necessario nel libro “Delitto degli Scopeti” quindi faccio a meno di parlarne, se non per dire che, per mantenere ferma la datazione del delitto alla domenica, occorre supporre che per le vittime degli Scopeti la risoluzione del fenomeno sia stata accelerata, per un qualche motivo non spiegato, di almeno 40 ore rispetto ai valori consueti. La perizia medico-legale, quanto meno nella parte recentemente resa pubblica, pur diffondendosi ampiamente sulle osservazioni tanatologiche, non dà a mio parere adeguatamente conto di questa difficoltà. Veniamo al punto ultimo e più forte.
7. Le larve (per cui si vedano i post precedenti in questo stesso blog). Posto che non vi è incompatibilità tra lo sviluppo larvale documentato sui due cadaveri, cosa potrebbe aver determinato uno sviluppo così precoce (L2 e L3 a poche ore dalla ovodeposizione)?  La vecchia ipotesi dell’effetto serra della tenda pare poco percorribile, ma ammettiamola pure, in qualità di advocatus diaboli. E per Jean Michel, il cui corpo giaceva seminascosto tra le frasche? Occorre supporre una migrazione di larve già mature, da carogne, escrementi e simili, colonizzati in precedenza. Supponiamo anche questo e veniamo al riassunto, ricordando che tutto è possibile, ma non tutto ugualmente probabile.
Perché il delitto sia avvenuto la notte della domenica, come affermato nella perizia medico legale e poi conclamato nelle sentenze, è necessario il verificarsi contemporaneo dei seguenti punti.
1. I testi della locanda di Ponte agli Scopeti videro e riconobbero Nadine nonostante la foto fosse diversa dalle fattezze ultime della donna; al contempo, nessun altro teste vide le vittime nelle giornate di sabato o domenica.
2. Nadine e Jean Michel non raccolsero gli scontrini relativi agli acquisti del sabato e della domenica; o il MdF li portò via.
3. L’auto rimase ferma davanti alla tenda nei giorni di sabato e domenica perché le vittime non ne fecero uso; o, se fu mossa, nessuno notò la presenza della tenda e l’assenza della macchina.
4. Le vittime non si recarono alla fiera di Bologna avendo cambiato inopinatamente programma; o perché pensavano di farlo, in tutta fretta, nello stesso giorno in cui sarebbero rientrati in Francia.
5. Nadine non era interessata al rientro a scuola della figlia maggiore; o lo aveva altrimenti organizzato, ma noi non lo sappiamo.
6. Il rigor mortis si risolse, per motivi rimasti sconosciuti, molto più velocemente che nella generalità dei casi; o i medici sbagliarono nell’osservazione del fenomeno.
7. Le larve di mosca si svilupparono molto più velocemente che di quanto indicato in letteratura (e recentemente ribadito in via sperimentale) sia per l’effetto serra (Nadine) che per migrazione (Jean Michel); o gli entomologi interpellati hanno preso una colossale cantonata.

Ognuna di queste ipotesi è in sé singolarmente possibile, naturalmente con diversi gradi di probabilità. Che tutte si verifichino insieme è sommamente improbabile.