mercoledì 20 aprile 2016
Riconsiderare Signa
Chi, come me, pensa che la “pista sarda” non sia del tutto infondata, quanto meno relativamente al primo delitto, deve comunque porsi alcune domande anche alla luce di fatti successivi emersi nel corso delle indagini e dei processi sul caso “Mostro di Firenze”. Domande non tanto sulla sua nascita – sia subito chiaro, non credo affatto alla possibilità di un depistaggio – quanto sulle basi della sua reale consistenza.
Come si sa, prove materiali a carico del l’imputato e poi condannato marito della donna, Stefano Mele, non vennero trovate; la sentenza di condanna si basò su una stentata confessione con annessa chiamata di correità e sulla conferma del figlio della vittima, di 6 anni all’epoca del delitto, otto al momento del processo. Un processo quindi su base esclusivamente testimoniale, nel quale i testi chiave sono un ipodotato e un bambino. Pensando al processo ai cosiddetti Compagni di Merende già questo dovrebbe far scattare un robusto campanello d’allarme.
In nuce, il problema è ben chiaro: la coppia Locci – Lo Bianco venne uccisa casualmente da un serial killer sconosciuto ed estraneo alle vittime o da qualcuno –si intende, uno o più soggetti – che aveva interesse a eliminare la donna, l’uomo o entrambi in quanto coppia clandestina e fedifraga?
Nel 1968, lo stesso concetto generale di serial killer era probabilmente di là da venire; tanto meno, trattandosi di primo e allora unico delitto, quello di mostro di Firenze. L’interesse degli inquirenti si concentrò subito sui candidati più naturali: il marito tradito e l’amante geloso (Francesco Vinci). E’ un fatto innegabile che nella maggioranza dei casi quando le donne vengono uccise ciò avviene per mano di un uomo a loro vicino, che sia marito, compagno, fidanzato, amante o anche solo innamorato respinto; la componente di gelosia avrebbe portato a sopprimere anche il rivale, ossia il soggetto che quella sera aveva avuto la sfortuna di accompagnarsi con la vittima designata. Questo pensiero è peraltro sotteso a una dichiarazione di Giovanni, fratello del Mele, riferito dalla vedova Lo Bianco: << prima o dopo a qualcuno che era con lei sarebbe dovuto capitare. Mi dispiace che sia toccato a suo marito>> (Rotella). Vi è, del resto, più di un’evidenza che generalmente si ritenesse Francesco come possibile assassino, e questo anche da parte dei propri fratelli; tuttavia, essere sospettati non significa essere automaticamente colpevoli.
Dopo un primo diniego, Stefano confessò abbastanza velocemente, cercando comunque di addossare la maggiore responsabilità a un complice, prima Salvatore Vinci, poi il di lui fratello Francesco, infine a un altro preteso amante della moglie, Carmelo Cutrona. Come si sia venuti alla confessione del Mele non è ben chiaro; che vi siano state pressioni fisiche si desume da un appunto del suo avvocato Dante Ricci (Filastò) e da tardive dichiarazioni alla stampa dello stesso Mele; l’evenienza, come ben sappiamo, non è improbabile. Nel frattempo, Natalino continuava a sostenere di aver camminato da solo lungo la stradina di campagna che portava alla casa del De Felice; e solo pressato, più o meno bonariamente, dal maresciallo Ferrero, ammise di esservi stato accompagnato dal padre, il quale, in quel momento aveva già confessato il delitto. Quindi, il maresciallo già sa per certo, o quanto meno crede di sapere, che quella notte Stefano Mele era sul posto; e Natalino gli dice esattamente quello che Ferrero desidera sentirsi dire ossia una conferma della veridicità della confessione; il che naturalmente non esclude che quanto riferisce Natalino in quel momento sia la pura verità. E’ però interessante notare che nella prima confessione del Mele l’accompagnamento di Natalino non trovi alcun posto: << A questo punto il figlio si sveglia e lo chiama: "babbo". Non dice altro o lui non lo sente, perché scappa>> (Rotella). Chi sia a scappare, se il padre, il figlio o entrambi, non risulta chiaro; in questa versione sembra sia stato Stefano “colto da un profondo senso di vergogna e colpa”. Sta di fatto che questo racconto è del tutto diverso da quella di Natalino e non verrà mai confermato dal figlio. Sembra proprio che il Mele in questo momento non abbia idea di cosa abbia fatto il bambino dopo l’esecuzione del delitto; né i Carabinieri dopo aver raccolto la versione di Natalino hanno l’accortezza di fargli rifare il presunto percorso notturno.
Riassumendo, la confessione e chiamata in correità di Stefano, l’ammissione della presenza del padre da parte di Natalino non avvengono spontaneamente, ma sono indotte da pressioni di diverso genere su due soggetti indubbiamente fragili; questo è del tutto normale in tali casi e non ci deve indurre a ritenerle per ciò stesso false. Prima di proseguire il ragionamento, facciamo ora un veloce parallelo con la situazione delle indagini sui “compagni di merende”: anche qui incontriamo un soggetto oligofrenico e uno comunque ipodotato che, interrogati, cedono e confessano, il primo un ruolo di spettatore, il secondo addirittura una partecipazione attiva. I tempi sono cambiati e non vi è problema di confessioni estorte con la violenza; ma vi è un evidente dislivello tra chi, determinato, esperto e agguerrito, interroga; e chi, intellettualmente debole, suggestionabile e senza supporto legale in quanto semplice persona informata sui fatti, rende testimonianza.
Detto questo, salta agli occhi una evidente differenza tra Stefano Mele e Giancarlo Lotti. Mentre il Lotti non aggiunge nulla di nuovo al patrimonio di conoscenze degli inquirenti, se non particolari risibili o comunque incontrollabili, il Mele dimostra di conoscere qualcosa della scena del crimine; e come potrebbe se fosse vero che, come dirà anni più tardi al giudice istruttore, vi venne portato per la prima volta dai CC due giorni dopo il delitto? Questa (limitata) conoscenza dei fatti si può spiegare in qualche modo supponendo che il Mele fosse estraneo al delitto? In verità sì. Il giudice Rotella nella sua sentenza suppone che, nella notte tra il 22 e il 23 agosto, il padre abbia ammaestrato il figlio; ma poiché la presenza in loco di Natalino è certa e incerta quella di Stefano, sarebbe più naturale pensare che sia stato il bambino a informare l’adulto di quel poco che poteva aver visto: la posizione dei corpi, la luce posteriore lampeggiante nel buio. Un’unica cosa Natalino non può sapere che invece Stefano conosce: il numero dei colpi sparati. Bisogna supporre (così almeno fa Ognibene nella sua sentenza contro Pietro Pacciani) che la cosa sia sfuggita agli inquirenti stessi, posto che essi già la conoscessero; e per quanto l’indagine fosse fin dall’inizio sgangherata e frettolosa, e subito inquinata da una confessione palesemente falsa, si tratterebbe di un errore investigativo davvero difficile da mandar giù. Assai acutamente, Giovanni Mele evidenzierà ,nel suo enigmatico biglietto che nel 1984 lo porterà in carcere, che la prova provata del coinvolgimento del fratello nel delitto consisteva proprio nella sua conoscenza del numero dei colpi sparati. Forse, anche lui non sapeva nulla di preciso e da quel dettaglio aveva tratto il convincimento della partecipazione del fratello al delitto.
Sia come sia, per il resto l’atteggiamento di Stefano Mele sembra proprio quello di chi nulla sa e affastella nomi a casaccio, pescando dal mucchio i più noti amanti della moglie; più avanti, allargherà il tiro ai suoi stessi congiunti. Un passaggio delle sue dichiarazioni appare rivelatore: informato che l’esito del guanto di paraffina scagiona Francesco Vinci ed è positivo per Cutrona, Mele si limita a dire: << Non c’è bisogno del confronto con Francesco. Se gli accertamenti sono come dite vuol dire che è stato il Cutrona>>. E il 16 gennaio 1984: << Insomma cercavo di cavarmela e perciò facevo nomi non veri. Non era vero neanche il nome di Francesco Vinci. Adesso non ricordo chi fosse con me. Prendo atto che la cosa è poco credibile>>. I casi sono due: o mente perché non sa chi sia l’assassino o sta proteggendo, oltre a se stesso, qualcun altro, che non può essere che l’esecutore materiale del delitto.
Le esternazioni di Natalino, anche se non ondivaghe come quelle del padre, sono ugualmente inaffidabili; soprattutto, non può esservi certezza che, fin dal suo primo apparire alla soglia di casa De Felice, non siano state inquinate da un eventuale accompagnatore che intendeva, naturalmente, nascondere la sua presenza. La testimonianza resa al processo del 1970 è probabilmente suggerita dai familiari e protettiva nei confronti dello zio Pietro; quella del 1994 apertamente reticente e senza dubbio inesatta nei particolari: Natale dice di essere uscito da un finestrino che venne trovato chiuso e di essersi diretto verso una lucina che dal luogo ove era parcheggiata l’auto non si può in alcun modo vedere. Rimane il macigno della sua passeggiata notturna in solitario; perché sembra veramente impossibile che un killer spietato ed estraneo si trasformi dopo il delitto in provvidenziale accompagnatore che mette a rischio la sua incolumità per portare in salvo il figlio della vittima. Ho abbondantemente parlato, nel libro e poi in questo stesso blog, dell’improbabilità, psicologica prima che fisica, di un cammino notturno fatto dal bambino; e ciò sarebbe comprovato dall’insistenza di Ferrero, che con tutta evidenza ritenne impossibile che Natalino avesse compiuto quel tragitto da solo. Tuttavia, come già detto, il sopralluogo avviene in un momento in cui Stefano ha già confessato; e in fin dei conti non vi sono impossibilità fisiche che ci permettano di escludere con assoluta certezza l’ipotesi.
L’ultimo elemento forte che trovo contro la decostruzione della “pista sarda” è la predizione della Locci sulla propria fine: è un fatto che la donna fu uccisa proprio nel modo che temeva; e per quanto sia impossibile sapere con certezza chi fosse il soggetto di cui aveva paura, tutto fa pensare che appartenesse al giro dei suoi frequentatori. Anche qui, è difficile immaginare che una donna manifesti il timore di essere uccisa in un determinato modo e poi, del tutto indipendentemente, si presenti un serial killer sconosciuto che senza saperlo metta in pratica l’eventuale disegno di altri. Difficile, ma non impossibile: le coincidenze esistono e non si possono eliminare dalla vita reale con il calcolo delle probabilità.
Sintetizzando al massimo: se Signa fosse il quarto o il quinto delitto della serie, chi mai dubiterebbe che sia opera del Mostro di Firenze? La sua posizione archetipica apre al dubbio. Considerato in sé, sembra proprio un classico delitto di gelosia/onore: da qui la nascita, pienamente legittima dal punto di vista investigativo, della pista sarda; perché chi avrebbe dovuto desiderare, per “onore” o gelosia, la morte di una donna, se non il marito, i familiari o gli amanti di lei? Tricomi e Rotella seguirono quella che era la strada maestra per risolvere il caso; apertasi all’improvviso dopo il 1982, terminò in un vicolo cieco. Una volta inserito il delitto in una serie di omicidi della stessa tipologia commessi con la medesima arma (e analogo munizionamento) il discorso cambia. Non vi sono elementi di fatto ineludibili che certifichino la pista sarda come l'unica possibile, nemmeno per Signa.
E’ difficile che Stefano Mele abbia casualmente indovinato il numero dei colpi; che Natalino abbia trovato il coraggio di avventurarsi nel buio della notte verso una destinazione a lui ignota; che la Locci abbia potuto prevedere le modalità della propria morte. E’ di conseguenza improbabile che la pista sarda sia solo un’arbitraria e testarda costruzione mentale degli inquirenti. La pista sarda tiene.
Ma è anche difficile che l’arma sia passata di mano continuando a commettere gli stessi delitti; che i due Mele, pur conoscendo la verità, non l’abbiano mai detta; che un eventuale amante geloso o spasimante deluso della Locci, rimasto sconosciuto alle indagini, si trasformi, anni dopo, in un serial killer per libidine. La pista sarda non tiene.
E’ impossibile che l’arma di Signa non sia la stessa; è impossibile che Francesco, Giovanni e Pietro siano il Mostro di Firenze, giacché erano in galera; è difficile che Salvatore continui a uccidere pur essendo sotto sorveglianza e cosciente di esserlo. Difficile, difficilissimo; ma non impossibile. La pista sarda tiene?
Sulla pista sarda possiamo continuare a romperci la testa.
martedì 29 marzo 2016
Fallacia dei ricordi
Ai fini dell’accertamento della verità, quanto valgono le testimonianze, anche in buona fede?
Lo scorso Natale mi è capitato un episodio curioso. Venne a trovarmi un amico, che chiameremo Stefano; saremmo poi andati a cena, per scambiarci gli auguri, da una comune amica, ad esempio Maurizia. E’ nostra abitudine, come credo di quasi tutti, nelle cene pre-natalizie di scambiarci, oltre agli auguri, piccoli regali.
Stefano aveva comprato, per Maurizia, un carosello di latta con carillon, un oggetto grazioso e originale, che mi mostrò. Mi parve bello, un’idea regalo di buon gusto, azzeccata per la nostra amica e del tutto nuova per me. Ad un tratto, prima di uscire, Stefano fu assalito da un dubbio: non aveva forse regalato il medesimo oggetto proprio a Maurizia in occasione del Natale precedente? Fui subito colto dal medesimo dubbio: ero sicuro di averlo già visto in funzione; e quando poteva essere successo se non al momento dello scambio di regali di Natale con Maurizia (personalmente, non faccio né ricevo regali del genere)? Ricordai addirittura che Maurizia era rimasta piacevolmente sorpresa per il regalo e si era proposta di usarlo come centrotavola. Detto fatto, Stefano, per evitare una brutta figura, acquistò un altro oggetto strada facendo – ovviamente molto più brutto dell’originale – e riciclò il carillon destinandolo ad altra persona. Al momento della distribuzione dei regali, Stefano chiese comunque conferma del suo ricordo a Maurizia, ricevendone una netta smentita: mai lei aveva ricevuto tale dono, che avrebbe anzi molto gradito.
Sulla via del ritorno, Stefano fu in grado di svelare l’arcano: il Natale precedente aveva sì comprato il medesimo carillon, ma lo aveva regalato ad un’altra amica, Clelia; quanto a me, non avevo mai visto direttamente il carillon prima di quella sera, ma Stefano me l’aveva abbondantemente descritto poiché gli era piaciuto molto e la vera destinataria (non Maurizia) lo aveva assai apprezzato. In sostanza, Stefano aveva riportato un fatto realmente accaduto, ma attribuendolo ad una persona diversa (aveva regalato il carillon a Clelia e non a Maurizia); mentre io avevo trasformato, venendone indotto da un suggerimento (infatti, a prima vista non l’avevo assolutamente riconosciuto), un evento appreso per “sentito dire” in ricordo da esperienza diretta; in realtà, avevo sentito soltanto descrivere il carillon e la favorevole accoglienza da parte di Clelia, ma non l’avevo mai visto (anzi, neppure conoscevo Clelia se non di nome).
Sono convinto che queste situazioni accadano molto spesso, non solo a Stefano e a me; potrei portare altri esempi, se non temessi di passare per un inguaribile smemorato.
Ammessa la buona fede, la costruzione inconscia di ricordi fittizi partendo da uno spunto reale spiega abbondantemente anche tante testimonianze apparentemente incongrue rese nei procedimenti giudiziari intorno al cd Mostro di Firenze. Basta pensare, senza scendere nei dettagli, alla ridda di testi – tutti indubbiamente in buona fede – che ricordano e raccontano cose diverse in merito all’episodio di Baccaiano. E su Scopeti: il teste E.I. avrà davvero visto delle scarpe fuori dalla tenda o gli saranno state mostrate delle fotografie della scena del crimine? La teste S.C. avrà davvero sentito puzza di morto la domenica pomeriggio o ha fatto proprio un dato appreso indirettamente? la teste G.G. ha visto quella sera una macchina rossa scodata o semplicemente una macchina – e magari in un’altra sera? E’ infatti assodato che in questa inchiesta a un certo punto tutte le macchine diventano rosse scodate e appartengono al Lotti. Eppure, ognuna di queste testimonianze porta il suo mattone, grande o piccolo che sia, all’edificio dell’errore giudiziario.
Vorrei lanciare una provocazione: potrebbe il nocciolo dell’episodio inizialmente narrato da Fernando Pucci (ossia il venire minacciato da due tizi nel corso delle proprie e altrui attività voyeuristiche) essere avvenuto sì, ma in altro luogo o in altro momento o con altri protagonisti?
Concludo citando un articolo di Ivana Distefano, dal titolo “Fallacia della testimonianza: esito di un esperimento” (liberamente consultabile su Internet):
“In considerazione dell’elevato rischio di fallacia mnestica , in epoca recente gli studi si sono concentrati in modo particolare sugli aspetti giudiziari della questione, e non c’è “addetto ai lavori” che non sappia quante insidie possono nascondersi dietro la affermazione del capoverso dell’art. 196 del codice di procedura penale “Ogni persona ha la capacità di testimoniare”, anche quando nulla fa pensare che siano necessari gli accertamenti del successivo n.2 “Qualora, al fine di valutare le dichiarazioni del testimone, sia necessario verificarne l’idoneità fisica o mentale a rendere testimonianza, il giudice anche d’ufficio può ordinare gli accertamenti opportuni con i mezzi consentiti dalla legge”. In sostanza, esclusa l’ipotesi della falsificazione volontaria, bisogna riconoscere che in fatto di testimonianza rimangono confermati due diversi assunti: il codice riconosce come causa di distorsione mnestica solo una patologia fisica o mentale del testimone, motivo per cui non ricorrendo una causa del genere si presume che tra percepito ed evocato ci sia identità; per il pensiero scientifico, invece, la difformità prescinde da patologie ed è anzi un fenomeno in qualche misura inevitabile, che dipende dalla fisiologia del ricordare e che, pertanto, è presente anche quando ed è questo il senso della ricerca effettuata - ricorrono le condizioni soggettive ed oggettive più favorevoli ad una testimonianza fedele".
giovedì 10 dicembre 2015
Pietro Pacciani tra Cerbaia e Scopeti (2)
| Mercatale Val di Pesa - Piazza del Popolo |
Il post precedente ha scatenato alcune polemiche sia qui che
in altri luoghi deputati del web; cosa invero strana, giacché mi sono limitato
a riportare, senza commenti, quanto dichiarato da Pacciani nelle sue conclusive
dichiarazioni spontanee del 18 ottobre 1994. La discussione verte sulla
sussistenza o meno del controllo che l’imputato avrebbe subito il pomeriggio
del 9 settembre, nemmeno due ore dopo la scoperta dei cadaveri; il che farebbe
pensare che Pacciani sia stato, già all’epoca, tra i sospettati e non di quelli
secondari, se è vero che fu perquisito nell’immediatezza dei fatti. Nel
rapporto preliminare dei CC il nome di Pacciani non c’è, ma vi è stata
evidentemente una scrematura; i controlli di cui si dà conto sono solo una
dozzina, ma furono senz’altro di più; lo dimostra la menzione, in corso di
processo, della perquisizione effettuata nei confronti del “Dottor B.”,
anch’essa non menzionata nel rapporto, ma realmente e certamente fatta, poiché
ne esiste verbale. L’evento del controllo e della perquisizione è affermato in
aula da Pacciani, “non ricordato” sulle prime e poi decisamente smentito dal
mar. Lodato (<<Signorno! Lo escludo>>)su esplicita domanda del PM.
Mentre le considerazioni negative sul fatto svolte nella sentenza Ognibene
sembrano avere una propria logica intrinseca, bisogna comunque dire che vi sono
indizi che il controllo possa aver avuto davvero luogo: indizi risultanti sia
da notizie di stampa risalenti al marzo 1996 in occasione dell’inchiesta
“fantasma” nei confronti dell’appuntato FNT, che avrebbe affermato di aver
partecipato a entrambe le perquisizioni, sia da racconti “de relato” da me personalmente ricevuti. Non sono in possesso di
informazioni sufficientemente certe per poter prendere decisamente posizione sull’argomento,
quindi preferisco svolgere il mio ragionamento supponendo, per cautela, che
Pacciani abbia detto la verità sia sul modo in cui aveva trascorso la sera
della domenica sia sulla prima perquisizione del giorno 9, evidenziando però che
le versioni si arricchiscono e modificano nel tempo, dal 1985 al 1994, come
risulta anche dal riassunto fatto dal giudice Ferri nella sua sentenza di
assoluzione, in un passaggio che vale la pena di riportare.
<<Il Pacciani rendeva varie e contrastanti
dichiarazioni in tempi successivi. Il 19.9.1985, sentito dai CC. di S. Casciano
a titolo di sommarie informazioni testimoniali, ed invitato a descrivere i
movimenti compiuti la domenica 8
settembre 1985, dichiarava che nel pomeriggio si era recato in auto con le figlie
alla Festa dell'Unità in località Cerbaia, ove era rimasto fino alle ore 19 in
detta località, gli si era scaricata la batteria dell'auto, onde egli si era
rivolto per un parere ad un meccanico di sua conoscenza, certo Fantoni
Marcello, il quale si trovava alla Festa; il Fantoni gli aveva detto che la
batteria era scarica, ed egli con una spinta aveva messo in moto l'auto ed era
ritornato con le figlie alla casa di Mercatale, aveva cenato, era uscito di
casa alle ore 21, ed era andato alla Casa del Popolo ove si era intrattenuto
fino alle ore 22, ed infine era rientrato a casa a dormire. (…) Il 27.11.1990,
interrogato come persona sottoposta ad indagini per detenzione e porto di arma
ed anche per gli omicidi del c.d. "mostro", confermava l'alibi già
fornito in relazione all'omicidio dei francesi, ma con modifiche: egli e le
figlie avevano cenato alla Festa di Cerbaia, quindi si era fatto buio, ed al
momento di ripartire l'auto (che precisava essere stata la Ford Fiesta di sua
proprietà) non si era messa in moto; il Fantoni aveva dato una occhiata, aveva
detto che si era bruciato l'interruttore di minima, e si era messo alla guida
del veicolo dicendo al Pacciani ed alle figlie di spingere; così egli e le
figlie erano riusciti a ripartire e, tornati a casa, erano andati tutti a
dormire; il giorno dopo egli aveva fatto riparare l'auto ad un meccanico di
Mercatale che gliela aveva venduta, pagando lire 90.000; contestatogli che
nelle prime dichiarazioni egli aveva riferito di essere uscito, dopo rincasato,
verso le ore 21, per andare alla Casa del Popolo, ammetteva tale
possibilità>>.
Veniamo al merito e cerchiamo di riportarci nella situazione
in cui si trovano gli inquirenti dal 1985 alla fase pre-processo. Si sa (o meglio:
si crede) che il delitto è avvenuto prima di mezzanotte del giorno 8. E’ di
tutta evidenza che l’alibi di Pacciani per la domenica sera, giorno per il
quale venne interrogato fin dall’inizio, non sta tanto nella presenza alla
festa di Cerbaia fino alle ore 21 quanto nel guasto all’auto, che avrebbe
dovuto (ma non fu) venire certificato dal meccanico Fantoni. Come avrebbe
potuto infatti il sospettato recarsi da Mercatale alla piazzola di Scopeti dopo
il suo ritorno dalla festa di Cerbaia, essendo rimasto appiedato? Ancor più,
come avrebbe poi potuto portarsi a San Piero a Sieve per imbucare la famosa
lettera alla Della Monica in tempo per la levata della posta del lunedì
mattina? Beh, il 19 settembre questo elemento Pacciani avrebbe potuto conoscerlo
solo essendo l’autore degli omicidi, in quanto la notizia uscì sui giornali
fiorentini il 27 settembre. L’alibi fornito il giorno 19 ( e forse già 10
giorni prima) sembra veramente debole; molto dopo, Pacciani dirà che i
carabinieri videro che l’auto Ford Fiesta non era in garage, di più, che
poterono vederla ricoverata nell’officina del Giani, ma di ciò non vi è, né può
esservi, traccia documentale. Ma, in primo luogo, il Pacciani non disponeva
all’epoca di altri mezzi di locomozione? Una 500 e un ciclomotore? Non ho
notizie precise sulla 500, ma il ciclomotore doveva essere quanto meno
funzionante, giacché viene visto sul luogo del delitto il sabato mattina (non è
il suo, ma il PM e i giudici lo suppongono) e considerato un indizio valido. Dunque,
l’alibi del Pacciani è traballante, il che non significa che sia falso; paradossalmente,
diverrà più importante nel corso del processo, quando Il Nesi riferirà di aver
incrociato Pacciani sulla Fiesta (stranamente divenuta nel ricordo del
testimone “rosso amarantina”!) nella tarda serata di domenica 8 al bivio tra
via degli Scopeti e via di Faltignano; una testimonianza che verrebbe messa in
crisi dalla constatazione che la Fiesta era, a quell’ora, già immobilizzata nel
garage dell’imputato.
Veniamo all’oggi; a cosa conduce l’opinione, ben fondata,
come abbiamo visto nei post precedenti, che il delitto è avvenuto uno o anche
due giorni prima della sua data ufficiale? Ovviamente all’irrilevanza
dell’alibi richiesto e fornito per la domenica, compreso il guasto dell’auto,
vero o finto che fosse; con il che si può anche lasciar cadere la defatigante
polemica tra “alibi falso” e “alibi fallito” portata avanti dalle sentenze. In
ogni modo, l’assassino aveva tutto il tempo non solo di compiere il delitto, ma
anche di recarsi, magari nella giornata del sabato o in quella della domenica,
a San Piero a Sieve per spedire il reperto alla Dott.ssa Della Monica. Ma non è
tutto: divengono insignificanti le testimonianze Nesi e Longo, già molto
controverse e che furono funzionali non solo alla condanna di Pietro Pacciani
in primo grado, ma ancor più all’avvio dell’inchiesta sui presunti complici, i
cosiddetti “Compagni di merende”. Si ritorna esattamente al Via: alla
situazione indiziaria esistente prima dell’apertura del processo del 1994, un
quadro che fu ritenuto sufficiente al rinvio a giudizio, ma ben difficilmente
avrebbe potuto portare a una condanna.
Tutto considerato, l’inchiesta giornalistica condotta da
Paolo Cochi e sfociata nel recente documentario ha dunque portato quanto meno a
una certezza negativa: alcuni indizi contro Pietro Pacciani diventano
insignificanti, la prova testimoniale fornita da Lotti e Pucci si rivela
mendace, almeno nei termini in cui fu resa. E’ un passo indietro nella storia giudiziaria
che costituisce al contempo un passo avanti verso la verità.
domenica 6 dicembre 2015
Pietro Pacciani tra Cerbaia e Scopeti
Concluderei temporaneamente la serie sul delitto di Scopeti,
che ci impegna dalla scorsa estate, esponendo la versione dei fatti che diede
il principale sospettato, Pietro Pacciani. Detto che Pacciani fa, almeno
secondo i dati ufficiali, il suo primo racconto il 19 settembre 1985 e che
quella versione iniziale sarà successivamente corretta, non posso
addentrarmi su questo aspetto perché il
verbale non è pubblico. Voglio invece dare conto di quanto Pacciani sostiene in
corso di processo, all’interno delle sue ultime dichiarazioni spontanee, rese
il 18 ottobre 1994. Purtroppo l’udienza
non è stata trascritta in Insufficienza di Prove, forse per carenza del
verbale, ma è tuttora ascoltabile su Radio Radicale. Non ho il tempo né la
pazienza di trascriverla per intero
(l’intervento dell’imputato dura più di due ore), ma ne riassumerò qui i punti
principali.
Pacciani comincia ricordando di essere stato alla festa di
Cerbaia come confermato anche dalla figlia, testimone peraltro a lui
sfavorevole, quindi senz’altro sincera sul punto; la figlia avrebbe anche confermato il guasto
dell’auto e l’intervento del meccanico (NdA: si deve intendere Graziella nell’udienza del 25 maggio 1994 e forse
precedentemente in corso di indagini). Il meccanico Fantoni invece non avrebbe
confermato il fatto essendo stato indotto a cambiare versione (NdA: si intende
<<dalla magistratura di Firenze>>: <<gli dissero di non
dire>>; <<dì che tu non c’eri>>) in un interrogatorio di
quattro ore a San Casciano (<<è successo il finimondo>>). Pacciani
ripete che partì alle 15.30, dopo pranzo, <<s’andette a cena a Cerbaia,
per portare queste figliolucce alla festa>>. Ricorda che la figlia
maggiore andò a trovare una compagna di collegio, Rosanna Z., che si era
sposata di recente e viveva a Cerbaia: <le si abbraccionno, le si salutonno
e compagnia bella, insomma>>; dopo di che la famiglia Pacciani si reca
alla festa. Dopo aver cenato, all’ora di ripartire, intorno alle 9.30-9.45,
l’auto <<Forde, l’è nova>> non si mette in moto, non vuole partire.
A fianco di tavolo c’è un meccanico, il Fantoni Marcello, che lavora
nell’officina Bellini di San Casciano ed è vicino di casa dei Pacciani, il
quale già aveva aiutato a volte per far partire la vecchia 500. Seguono una
serie di particolari sull’intervento del Fantoni che gli dice <<queste
testuali parole: non insistere con la
chiave, perché tu scarichi tutta la batteria e la macchina non ti parte, perché
si è bruciato l’alternatore di minima>>.
Il Fantoni collega con i cavi la propria batteria a quella della Ford e
<<con un colpo di chiave la partì subito>>; gli raccomanda di
tenere sempre l’auto accelerata perché il motore non si spenga più e segue i
Pacciani fino a casa con la sua auto per accertarsi che non rimangano in panne
durante il tragitto, promettendo l’indomani di far intervenire il carro
attrezzi.
Giunto felicemente a casa senza altri problemi e
parcheggiata la Ford nel garage, la mattina dopo Pacciani chiama il carrozziere
Giani Roberto, presso il quale aveva acquistato la macchina, che fa portare
l’auto nella propria officina con il carro attrezzi. Seguono considerazioni
sull’esorbitante prezzo della riparazione (per la sostituzione di un
<<gingilluccio grande come un cecino>> che però comportava un lungo
lavoro) e il ricordo, un po’ incerto, che l’auto venne riparata in un paio di
giorni. A questo punto Pacciani esplode in maledizioni contro il Fantoni che,
interrogato, aveva smentito il suo alibi dicendo <<io un c’ero, io un
c’ero>>. (NdA: il riferimento è
probabilmente alla SIT resa dal Fantoni nel novembre del 1991), alle quali
seguono apprezzamenti negativi contro la
moglie di questi, detta <<la gruga>> (NdA: gru?) perché sporge il
collo fuori dalla finestra per spettegolare e <<la racconta ‘icché non è
vero>>, interrotti dal presidente Ognibene. Pacciani sostiene di avere avuto un
chiarimento con il Fantoni in piazza, nel quale il presunto teste avrebbe
sostenuto di non voler avere a che fare con i carabinieri.
Segue l’episodio del primo controllo da parte dei
carabinieri di San Casciano, che a detta dell’imputato sarebbe avvenuto il 9
settembre, lo stesso giorno del rinvenimento dei cadaveri, intorno alle 15.30;
Pacciani, riferendosi implicitamente allo scontro verbale avvenuto in aula
durante la deposizione del maresciallo Lodato (3 maggio 1994), afferma ora di
non potersi ricordare se si trattasse proprio del maresciallo “De Lodato” o un
altro graduato, accompagnato da due carabinieri <<vestiti in divisa,
insomma, son quasi tutti uguali>>.
Racconta lo svolgimento dell’interrogatorio (non verbalizzato e la cui esistenza
era stata negata dal teste e dal PM) e della successiva perquisizione
(<<apri qua, apri là, guardonno dappertutto>>) per quanto informale
(<<un s’ha mandato, ma se si vole si procura>>). A richiesta del
maresciallo di avere eventualmente conferma da qualcuno che lo avesse visto a
Cerbaia, Pacciani avrebbe subito indicato il Fantoni Marcello, precisando che
era stato colui che gli aveva rimesso in moto la macchina. Viene perquisito anche il garage,
conseguentemente i carabinieri, così
ragiona Pacciani, devono aver constatato che la macchina non era lì
ricoverata. <<Loro andettero,
passonno dal Giani Roberto, perché la strada che va a San Casciano l’affianca
con la carrozzeria e andettero a vedere e la mi macchina era lì, era rotta, era
in questo garage del Giani Roberto, è la verità>>. Pacciani conclude in
maniera sconsolata: <<Insomma, l’è stata fatta tutta una tragedia, gli è
stato sparito ogni cosa; io dissi tutta la verità e compagnia bella>>.
Segue l’episodio della Sperduto (<<questa bertuccia,
gl’è una matta>>), poco rilevante per il processo, se non per un commento
del Pacciani che potrà bene attagliarsi anche ai processi futuri: <<gli è
stato fatto una selezione – non voglio offendere nessuno - dei più furbi>>.
Nel seguito, qualche considerazione personale mia.
(Segue)
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