domenica 14 maggio 2017

Il teste Alfa (1)





Sono sempre affascinato dalla genesi delle cose e delle opinioni.

Dopo aver studiato la genesi di un’opinione smentita – quella della pista sarda – voglio dedicarmi alla genesi di un’opinione confermata in giudizio – quella dei Compagni di Merende.


Avendo già parlato della teste Gamma (qui) , è il caso di parlare di Alfa, che dovrebbe essere l’inizio: Alfa è la prima lettera dell’alfabeto greco e non per caso a Fernando Pucci fu affibbiato lo pseudonimo Alfa, quando si trattò di acquisire le nuove testimonianze nell’ambito del processo di appello Pacciani. Pucci, infatti, era all’epoca cronologicamente il primo – e il più importante - testimone diretto dell’ultimo duplice omicidio. La sua importanza verrà poi oscurata dall’astro nascente di Giancarlo Lotti, per cui Beta sopravanzerà di gran lunga Alfa. Ma limitiamoci per ora ad Alfa, appunto Fernando Pucci. Solo che, per capire il modo in cui Pucci irrompe sulla scena delle indagini quel 2 gennaio 1996, bisogna andare ancora a ritroso nel tempo, di un anno e mezzo circa, e riportarsi all’epoca del primo processo Pacciani; è una strada che ho fatto più volte, ma possiamo rifarla, con più attenzione e nuovi documenti, insieme. Avverto però che la strada che porta ad Alfa è lunga e tortuosa e si rischia di perdercisi; per cui mi appello alla pazienza del lettore.


Siamo dunque nel luglio del 1994 e il precedente 8 di giugno il ben noto superteste Lorenzo N., convocato per la seconda volta in aula, aveva detto di aver visto Pietro Pacciani in auto insieme a un’altra persona la sera del 8 settembre 1985 nei pressi di Scopeti. E poi c’era chi aveva visto – o creduto di vedere – Pacciani su un’auto non sua; o, al contrario, qualcun altro, non riconosciuto, vicino all’auto di Pacciani.  Non ci dilunghiamo su questo perché sono cose arcinote, come è arcinoto che da queste testimonianze – e da altre – sorse agli inquirenti l’idea – e poi lo scriverà anche il giudice – che almeno a Scopeti Pacciani avesse un complice. Naturalmente, esisteva nelle menti degli inquirenti un pre-giudizio: che Pacciani non poteva non essere colpevole; onde per cui tutte le testimonianze apparentemente discordanti dovevano essere accordate a questo dato di fatto incontrovertibile. E quindi, in maniera riservata, mentre il processo continuava, si condusse un supplemento d’indagine mirato a scoprire se qualche amico di Pacciani gli aveva dato man forte, magari inconsapevolmente, anche solo prestandogli la propria auto. A questo punto il già citato supertestimone tornò a farsi informalmente vivo con la S.A.M., insistendo non solo sulla lunga e consolidata amicizia tra Pacciani e Mario Vanni, ma facendo altri nomi: in particolare quello di un certo Lotti, detto Garibaldi, anch’egli amico di Vanni, che insieme a Vanni andava a fare l’amore con tale Filippa, la quale, per fortunata coincidenza, aveva abitato in via di Faltignano (e Pacciani era stato visto proprio all’incrocio tra via di Faltignano e via degli Scopeti!), senza contare che nella casa accanto a quella della Filippa aveva abitato la Sperduto Antonietta vedova Malatesta, autoconclamata amante sia del Pacciani che del Vanni! (Si veda udienza del 24 maggio 1994, ma, facendo un ritorno al futuro, anche 27 gennaio 1998 al processo Compagni di Merende). E in più si era saputo, da una recentissima testimonianza, che in quella casa, con la Filippa, aveva abitato un mago che faceva filtri d’amore (quello che fanno tutti i maghi, insomma, ma chissà cosa ci metteva, nei suoi filtri, quel mago, che viveva vicino al luogo di un duplice omicidio e insieme a una donna che forse faceva anche l’amore con due amici dell’imputato). La coincidenza non era poi così cogente, giacché all’epoca del delitto di Scopeti, - secondo quanto riferisce la S.A.M. - sia la Filippa che la Sperduto si erano già trasferite da altre parti, ma andiamo avanti. Sta di fatto che la S.A.M. fece il suo mestiere, prendendo informazioni al PRA e sentendo sia Lotti che la Filippa, identificata per Nicoletti Filippa. Quindi si scopre che questo Lotti aveva posseduto, tra le sue altre macchine, due Fiat 128 coupé (Nota: due? Che sia una duplicazione del PRA?) e il Lotti ricordava infatti di aver posseduto una 128 coupé rossa; mentre di cosa sia stato chiesto alla Filippa e di cosa lei abbia dichiarato non c’è traccia. Questo ritorno di fiamma delle indagini produceva solo un’annotazione di P.G. informale e si acquietava. Rimaneva però nero su bianco che Giancarlo Lotti, amico di Pacciani e Vanni, era stato possessore di una 128 coupé rossa.


Saltiamo ora all’11 ottobre 1995, quando due nuovi testi, Marcella De Faveri e Vittorio Chiarappa, riferirono che nel pomeriggio della domenica 8 settembre 1985 erano stati ospiti del proprietario della villa situata su via degli Scopeti di fronte all'ingresso della stradina che porta alla piazzola del delitto e di aver visto "un'auto dalla forma tronca dietro, di colore rosso sbiadito stazionare per diverse ore sul lato destro della carreggiata; a lato della macchina avevano visto due uomini” (nota: la signora verrà sentita ulteriormente il 14 novembre, dopo di che i coniugi deporranno al processo il 30 giugno 1997). Quindi il commissario Giuttari nell’assumere l’incarico di Capo della Squadra Mobile di Firenze aggiungeva questa fresca testimonianza a quelle che parlavano di due macchine (una bianca, una rossa) a Vicchio e, ancora più indietro nel tempo, eventualmente all’Alfa rossa GT vista alle Bartoline di Calenzano. Nel contempo, veniva a sapere dall’annotazione di cui abbiamo parlato prima, che tale Giancarlo Lotti aveva posseduto una Fiat 128 coupé rossa e che tale Filippa Nicoletti frequentava gli amici di Pietro Pacciani. E che la Fiat 128 di Lotti fosse già nel cuore  degli inquirenti risulta dal SIT reso direttamente al P.M. il 27 novembre 1995 da Filippa Nicoletti, alla quale viene addirittura mostrata una fotografia di un’auto di quel tipo affinché la riconosca come (identica a) quella di Lotti, il che la teste ovviamente fa.

Che la macchina rossa sia il grimaldello di questa fase dell’indagine me lo conferma anche un documento riservato ove si parla dell’interrogatorio subito il 6 dicembre 1995 da Sabrina C., alla quale veniva pressantemente richiesto di identificare la macchina che, nel pomeriggio della domenica 8 settembre, era arrivata nella piazzola mentre lei e il fidanzato stavano andando via. Pare che la polizia fosse convinta, con una certa insistenza, che l’uomo fosse Mario Vanni (eppure si doveva ben sapere che Vanni non guidava l’auto!). Chi volesse ricostruire l’episodio può combinare i vari articoli comparsi sui giornali il giorno 7 dicembre con il confuso controesame della teste condotto dall’avvocato Colao in data 30 giugno 1997 (si veda Insufficienza di prove e, volendo, la registrazione dell’udienza su radio radicale, dove è evidente lo stupore di Colao e l’imbarazzo di Canessa).  Si legga anche questo estratto da un articolo non firmato, apparso su La Repubblica 16 dicembre 1995 “La settimana scorsa la squadra mobile interrogò a lungo un' altra testimone: una signora che ricorda un particolare che potrebbe diventare decisivo. Secondo quella testimonianza un amico di Pacciani fu visto su un' auto rossa nella campagna di Scopeti, dove il mostro uccise i turisti francesi Nadine Mauriot e Jean Michel Kraveichvili, pochi giorni prima di quel delitto, nel settembre 1985”. Ma appunto questa notizia data alla stampa da qualcuno non verrà affatto confermata al dibattimento.


Il verbale del 6 dicembre non è disponibile, ma, atteso che il riconoscimento dell’amico di Pacciani (ossia, per parlare chiaro, Mario Vanni) venne poi recisamente smentito,  il dato importante è che si parlò di un motorino rosso appoggiato su un albero visto nei giorni precedenti il delitto. Questo si desume sia dalla trascrizione dell’udienza del 1997 sia dagli articoli di giornale dell’epoca, in particolare la nazione, dove, a firma di Amadore Agostini è gran discorso di questo motorino, che ovviamente doveva essere quello di Pacciani. Di un motorino o motocicletta a Scopeti avevano peraltro parlato anche i testi Pordoli nell'immediatezza e Iacovacci al processo del 1994.






Ci stiamo avvicinando ad Alfa, che al momento è ancora un perfetto sconosciuto. Infatti, l’utenza telefonica della Nicoletti viene messa sotto controllo e il commissario Giuttari sente Lotti il 15 dicembre, ma, a quanto risulta ufficialmente, non si parla di auto (Giuttari, Il Mostro pag. 104 e segg.). Il giorno dopo, però, Lotti telefona alla Filippa, che è intercettata (e dall’intercettazione si comprende che si è parlato di macchine, fuori verbale, almeno di quella vista a Calenzano) e viene informato dalla donna che a lei è stato chiesto della macchina rossa, il 128 coupé, e che “loro (= la polizia) hanno una foto della macchina”. Al che Lotti si limita a ribattere: “ah quel coupé, il 128… ti hanno fatto vedere quello? Ma quello è da quindici anni e più…” L’intercettazione viene ritenuta rilevante dalla SAM in quanto il Lotti vi ammette di aver posseduto una Fiat 128 coupé rossa (ma lo aveva già pacificamente ammesso nel 1994!) e l’auto poteva essere messa in relazione con quella vista il pomeriggio di domenica 8 settembre 1985 nei pressi della piazzola del duplice omicidio di Scopeti (quindi, ci si riferisce alla testimonianza Chiarappa – De Faveri).

L’audizione di Lotti ha però portato a un nuovo nome, Gabriella Ghiribelli; viene sentita il 21 dicembre e anche a lei viene mostrata la foto dell’auto “di Lotti” (anche qui veniamo a saperlo non dal verbale, ma dalla successiva intercettazione; l’identificazione formale, con la discussione sullo sportello, avverrà nella seconda convocazione del 27 dicembre, ma di questo ho già parlato ad abundantiam nell'articolo linkato all'inizio). Sta di fatto che al 27 dicembre abbiamo i seguenti elementi d’informazione scaturiti dall’indagine in corso: l’auto di Lotti (con due uomini) che staziona tutto il pomeriggio di domenica davanti alla piazzola e forse nel pomeriggio tenta di entrarci, ma la trova occupata; l’auto di Lotti che viene avvistata nello stesso luogo intorno alle 23.30 (testi Ghiribelli e Galli, nonostante le discordanze tra loro); e Ghiribelli che già il 23 dicembre si lascia sfuggire al telefono che è strano che Lotti, parlando a vanvera come è solito fare, non abbia ancora messo in mezzo il suo amico del cuore, Fernando. Chi è Fernando? Come ben sappiamo con il senno di poi, è il teste Alfa.

Prima dell’entrata in scena di Alfa dobbiamo però situare ancora un episodio, rilevante, ma del quale purtroppo si sa poco di certo: l’incontro avvenuto tra il Lotti e la Ghiribelli, a Firenze, nel corso del quale lui avrebbe giustificato la sua presenza agli Scopeti la sera dell’8 settembre 1985 con la fatidica frase “Non ci si può più fermare neanche a pisciare!” Da un documento che ho potuto consultare grazie alla cortesia di un amico mostrologo, risulta il seguente stralcio di intercettazione telefonica, in data 28 dicembre 1995 (nota: a parlare è la Ghiribelli):

  G.G. mi hanno fatto vedere una macchina.....tanti testi dicono che hanno visto una macchina rossa con uno sportello più chiaro....a quell'epoca, ...agli Scopeti. Secondo che ho capito io l'hanno detto anche a lui ( sta parlando di Lotti). ..."Lei ha la 131 rossa con lo sportello di un altro colore. Come mai adesso ha venduto la macchina?.....Perché noi sappiamo che ha comprato due gomme antineve per questa macchina! Come mai le ha comprate e dopo 15 giorni che l'abbiamo interrogata ha cambiato la macchina?" Mi hanno chiesto :" lei cosa ne sa di questa storia? ". Io ho risposto che non andava più. (…) comunque questo cretino ha venduto la macchina dopo due giorni che l'hanno interrogato. A loro sembra che lui abbia qualcosa da nascondere…

Non si capisce bene se la Ghiribelli stia riferendo quello che le hanno detto in questura o un suo colloquio diretto con il Lotti o un mix di entrambe le cose. Sta di fatto che Giancarlo Lotti al più tardi al 28 dicembre è ampiamente allertato del fatto che la sua auto sarebbe stata vista quella domenica pomeriggio e sera agli Scopeti. Naturalmente non sa che l’auto rossa è stata vista nel pomeriggio (da Chiarappa – De Faveri), ma sa del presunto avvistamento della Ghiribelli e probabilmente, se la sequenza temporale è quella corretta, ha già trovato, nella sua agile mente, una scusa buona: non ci si può nemmeno fermare a pisciare?

Per inciso, nel pomeriggio del 28 dicembre, come sappiamo dai giornali, viene interrogato un testimone segreto, un uomo di una certa età, abitante a San Casciano. “Ignorava il motivo per cui era stato convocato in questura ed era anzi abbastanza spaventato da questa convocazione”, ci dice ancora Amadore Agostini su la Nazione del 29 dicembre (la notizia verrà brevemente battuta anche dall’ANSA). Chi è questo testimone segreto, abitante a San Casciano, di una certa età e comprensibilmente spaventato? A mia scienza, nessun libro ne parla, neppure Giuttari, che nei suoi due volumi è piuttosto meticoloso su questa fase delle indagini. Forse il teste segreto non aveva nulla di interessante da dire.



Sia come sia, Pucci / Alfa, di anni 64, pensionato (pensione di invalidità per grave oligofrenia, ma questo tralasciamolo per ora)  è facilmente identificato e convocato in questura  il 2 gennaio 1996. Interrogato da Giuttari, comincia subito male raccontandogli quella dell’uva sulla rottura della sua amicizia con Lotti  circa 10 anni prima. Poi si parla un po’ della Gabriella, un po’ di Vanni; dopo di che Giuttari chiede molto semplicemente se si sia mai fermato a Scopeti con Giancarlo.  Una nota: nel libro “Compagni di sangue” (pag. 77) Michele Giuttari ritiene opportuno precisare: “ Formulai in maniera diretta la domanda sia perché già conoscevo la circostanza della presenza di un auto simile a quella del Lotti agli Scopeti la notte del delitto (…)”; e d’altronde, aggiungiamo, giacché la signora De Faveri aveva visto due uomini – e la Sabrina C. aveva escluso che ci fosse Vanni, - chi altri avrebbe potuto trovarsi con il Lotti se non il suo compagno di girate Pucci, che ha appena detto che era solito trascorrere insieme al Lotti tutte le domeniche pomeriggio e sera? Insomma, sembra che il commissario vada sul sicuro.
E infatti, siccome due più due fa sempre quattro, Pucci spiattella subito tutto; beh, non proprio tutto, una prima versione: “ricorda bene” di essercisi fermato solo una volta, agli Scopeti, e circa 10 anni prima, e proprio una domenica e proprio mentre tornavano dalla settimanale ora di ricreazione con la Gabriella e insomma, si sono fermati per un bisogno fisiologico.

C’era la tenda, c’era la macchina e dalla macchina sono scesi due uomini che si sono messi a vociare e li hanno cacciati via. E la macchina di Lotti qual era? Non ricorda di preciso, ma certo era rossa, o il 128 coupé o il 131 (come sappiamo, tra le due Lotti ha avuto anche la 124 celestina, ma per qualche strano motivo il ricordo di Pucci si concentra subito  sulle auto rosse). Però questa versione non deve essere sembrata, agli occhi degli inquirenti, del tutto soddisfacente. Che ci facevano infatti i due uomini vocianti (ossia Pacciani e l’ancora ignoto suo complice, come è facile immaginare anche se i nomi non sono stati fatti) nella macchina dei francesi? Pucci corregge un po’ il tiro. L’auto non è più vicina alla tenda, ma a metà strada tra l’asfalto (via degli Scopeti) e la piazzola (ma ora, la macchina dei francesi dov’è andata a finire?). Ora va tutto bene, è normalissimo che il teste, dopo dieci anni, possa confondere le posizioni dell’auto o dove si trovassero i due uomini. Quello che appare molto strano è che nella breve scena che descrive (scendono dall’auto per fare un po’ d’acqua, vengono affrontati e minacciati dai due tipacci, e subito se ne vanno, anche rincorsi dai due) il teste abbia avuto il tempo e la prontezza di spirito di notare un vecchio motorino che era appoggiato nel pressi del cancello al muro o ad un albero. E allora non si può non ricordare la testimonianza della Sabrina C., e conseguente grancassa di stampa, sulla presenza del motorino appoggiato a un albero.

In altre parole, è naturale che chi vive un evento choccante come quello narrato dal Pucci, ne serbi a lungo il ricordo, anche a grandi linee, impreciso; ma quanto è probabile che, all’interno della scena principale (la minaccia, la fuga) si serbi il ricordo di un particolare insignificante che nulla a che fare con l’evento? Questa sovrabbondanza di particolari, in genere utili all’investigazione, ossia “riscontri” a posteriori di conoscenze già acquisite, è una costante dei testimoni particolarmente collaborativi.

Nella seconda parte cercheremo di seguire il processo di liberazione di Alfa, che per ora ha detto quello che gli inquirenti si aspettavano, ma non tutto quello che si aspettavano; e avrà ancora molto da dire.


(SEGUE)












giovedì 23 febbraio 2017

Controstoria


La Nazione - 21 febbraio 1996



Quale errore avrebbe commesso il giudice Ferri se quel 13 febbraio 1996 avesse accolto la richiesta avanzata dal procuratore Generale Tony di rinnovazione del dibattimento per sentire i testi Alfa, Beta, Gamma e Delta temporaneamente segretati dalla Procura! Ci avrebbe infatti privato di altri anni e anni di affascinanti, pur se non sempre produttive, indagini.
Proviamo a fare una veloce controstoria.
Quello che avrebbero avuto da dire alla Corte i testi Gamma (Ghiribelli) e Delta (Galli) lo abbiamo già visto, e in maniera molto dettagliata, in questo stesso blog:
http://mostrodifirenzevolumei.blogspot.it/2016/08/la-teste-gamma.html
e
Cosa avrebbero potuto raccontare quel 13 febbraio ai giudici i testi Alfa e Beta, ossia Fernando Pucci e Giancarlo Lotti? Ovviamente, le stesse cose che si erano detti nel confronto tra i due avvenuto solo due giorni prima, 11 febbraio 1996, alla presenza del GIP Lombardo (forse) e del Procuratore Vigna. Il testo di questo confronto è ora disponibile in versione integrale nella seconda edizione del volume “Al di là di ogni ragionevole dubbio” e ogni interessato alla vicenda dovrebbe leggerlo con attenzione e meditarci su. Si tratta della trascrizione di una registrazione audio, quindi riporta le esatte parole dei protagonisti, comprese le pause e le incertezze (corrispondenti ai puntini di sospensione nello scritto) che ci possiamo facilmente immaginare. Ne riporto di seguito alcune battute. 

“Giudice: Allora mi racconti di quella sera.
Pucci: Quella sera quande ci dettan dietro?
Giudice: Eh.
Pucci: Gl’è vero, eh.
Giudice: Dica
Pucci: Allora noi si vide due, no?
Giudice: Uhm.
Pucci: Insomma ci si fermò lì con la macchina a fare un bisogno, no?
Giudice: Vero?
Pucci: A pisciare, vero.
Lotti: Ma, mica proprio dentro, lì.
Fernando Pucci: No, sulla strada s’eramo.
(…)
Lotti: Ma che giorno gl’era, domenica?
Giudice: Domenica
Pucci: Gl’era di domenica, ti ricordi, no?
Lotti: Sì…
Pucci: E andiamo a vede’ per curiosità, ha visto.
Lotti: Sì.
(…)
Pucci: Uno, gl’avea la pistola e quell’altro un curtello da cucina. (…)
Giancarlo Lotti: Ma io unn’ho visto tanto bene, se gl’aveva il coltello o no.(…) A questo punto ci toccò a anda’ via.
Giudice: E chi erano questi due?
Fernando Pucci: A me mi sembrava uno i’ Pacciani e uno il… come si chiama? Il Vanni.
Gudice. Allora?
Pucci: Mi sembrava, ma sa…
Lotti: Io un l’ho visti per bene.
Pucci: Io, tanto sicuro unn’ero nemmen io. Ma insomma…
Lotti: E io un son sicuro. Se devo dire una cosa e poi la unn’è.
Pucci: No…
Lotti: Ma…
Giudice. Ah.
(…)
Giancarlo Lotti: Si partì con la macchina senza pensarci nemmeno. Io… io un l’ho visti per bene. (…) Fra la paura, forse, un l’ho nemmen visto. Perché lui gl’era da parte di là. Forse li potea vede’ meglio. Io ero dalla parte della guida… sicché guardavo la strada. Unn’è che vidi proprio bene. Dalla parte destra … sinistra ….destra insomma (…) Ma ci avevo il 128?
Fernando Pucci: Sì, Ci avevi i’ 128.  Proprio…
Giancarlo Lotti: Quello rosso.
Fernando Pucci: Quella rossa, sì.”

Ce n’è abbastanza. Non è difficile notare che qui a condurre la danza è Pucci e il Lotti gli viene dietro, in un atteggiamento che si può qualificare, a seconda delle opinioni, di reticenza o di ignoranza. Questo davanti a magistrati, senza la presenza di avvocati difensori dell’imputato Pacciani. Si può pensare che questa claudicante versione potesse reggere tre o quattro giorni dopo all’assalto di Marazzita e Bevacqua, con un Procuratore che già aveva chiesto l’assoluzione e un giudice che chiaramente si era maturato una propria convinzione contraria alla tesi accusatoria? Quindi Pietro Pacciani sarebbe stato assolto e la Cassazione non avrebbe avuto la possibilità di rinviare gli imputati a nuovo giudizio per avere la Corte di Assise di Appello “omesso di prendere nella debita considerazione, per eventualmente ammetterla, la nuova prova così come prospettata dal P.G. nel corso della discussione ed in conseguenza di motivare congruamente sulla concludenza e decisività della relativa assunzione, anche alla luce della esclusiva indiziarietà del materiale probatorio fino a quel momento acquisito, poiché è corollario del diritto alla prova il privilegio normativamente accordato ( arg. ex art. 192 co. 2 c.p.p. ) alla prova diretta rispetto a quella indiziaria. Sussiste l’obbligo del giudice di acquisire la documentazione prospettata dalle parti anche nella fase della discussione, per l’esame prodromico dell’esistenza di un «fumus» della pertinenza e dell’utilità di un «novum» e per stabilirne nel contempo la decisività.
Il risultato: Pacciani non avrebbe più potuto essere processato, i testi algebrici sarebbero stati squalificati per la pochezza delle loro dichiarazioni e noi appassionati del caso ci saremmo persi anni di avvincenti indagini sui dottori italiani e svizzeri, sui mandanti gaudenti, i depistaggi dei servizi deviati e i misteri dei doppi cadaveri. Non solo; i veri colpevoli dei delitti del Mostro di Firenze (Vanni e Lotti, più Pacciani in memoriam)  non sarebbero mai stati assicurati alla giustizia. Per nostra fortuna, Ferri errò gravemente nel non ammettere i nuovi testi, il processo fu annullato e la storia seguì il corso che doveva percorrere.
Ma in realtà questo è un esercizio retorico. Lotti e Pucci non sarebbero stati sentiti né il 13 né il 14 febbraio, poiché Tony aveva chiesto, secondo le esigenze della Procura, la sospensione del dibattimento “per qualche giorno” e la riapertura, con l’acquisizione delle nuove prove, una volta cadute le esigenze di segretezza. C’è da scommettere che “dopo qualche giorno” i due supertesti sarebbero stati più precisi, come infatti fu, almeno in parte e dopo un processo di “liberazione interiore” piuttosto tormentato. Di lì a poco (18 febbraio) Lotti avrebbe non solo confermato di aver visto Pacciani e Vanni uccidere i francesi e nascondere in una buca il misterioso involto (armi, feticci?) ma avrebbe cominciato a vuotare gradualmente il sacco anche su Vicchio; e così via. Ma sul motivo per cui i due testi, così titubanti quel 13 febbraio, avrebbero fornito in seguito e reiteratamente testimonianze tali da inchiodare gli assassini alle proprie responsabilità parleremo – forse – prossimamente.

giovedì 16 febbraio 2017

Intorno al 20 di luglio ... (2)





Proviamo ora a fare qualche considerazione e deduzione sulla base dei testi citati, giacché non ne sono emersi altri particolarmente significativi.

In primo luogo, non è definibile con sicurezza quale sia stato lo spunto per il ricordo di Fiori: se la richiesta di allargamento temporale delle indagini avanzata dalla Procura il 3 luglio 1982; se un fonogramma inviato dal Giudice Istruttore in un tempo incerto “dopo il delitto di Baccaiano”; o se fu un ricordo spontaneo. Possiamo osservare, dal modo in cui la richiesta della Procura è scritta, con l’invito ad interessare gli organi centrali di Polizia e l’Interpol, che Vigna e Della Monica pensavano a delitti compiuti al di fuori della provincia di Firenze e della Toscana; infatti si dice “nel territorio dello Stato o all’estero (…) dal 1970 a oggi.” Se ne deduce che quelli “locali, dal 1970 a oggi” dovevano essere già stati esaminati. Dei fonogrammi inviati da Tricomi non c’è, a mia scienza, traccia documentale pubblicata, se non la sua affermazione in un’intervista molto tarda (a Cochi, 2011), quando nel 2002 aveva fatto capire di ricordare molto poco (dichiarazione a Spezi). Del resto, sia detto per inciso, la memoria del G.I. non doveva essere particolarmente brillante: in un’intervista rilasciata a La Città (28 gennaio 1984) in occasione dell’arresto di Giovanni Mele e Piero Mucciarini, Tricomi ammise di aver a suo tempo interrogato i due arrestati, ma di non ricordare le loro dichiarazioni – eppure era passato poco più di un anno, figuriamoci cosa poteva ricordare, dell’intervento di Fiori, dopo 29 anni! Ma c’è di più: Tricomi nel novembre 1981 (ossia dopo il delitto di Calenzano) disse ai giornalisti di aver inviato fonogrammi anche all’Interpol, per capire se l’assassino poteva aver colpito in altri luoghi, fuori Firenze (si veda La Nazione 26 novembre 1981). Non si può escludere che i fonogrammi del 1981 dopo Calenzano siano poi diventati, “sbiadito ogni ricordo” quelli del 1982 dopo Baccaiano. E’ anche probabile che Rotella, investigando appositamente il caso, se avesse trovato traccia di un’indagine in corso in quel periodo ne avrebbe messo in evidenza il rapporto causa –effetto con la segnalazione di Fiori, ma non lo fece; tuttavia questo è un argomento e silentio che può valere poco. Anche le versioni su chi, tra i carabinieri, andò realmente a parlare con Tricomi discordano. Rotella, basandosi evidentemente sul verbale di Fiori, ci dice Dell’Amico; Tricomi, basandosi sulla sua memoria  - con aiutino? – ci dice prima Fiore poi Fiori. In sintesi, non possiamo decidere con sicurezza come mai Fiori si ricordò del fatto del 1968 e perché proprio in quel periodo. Sappiamo però che Fiori lavorava al Comando Gruppo Carabinieri di Borgo Ognissanti, quindi molto probabilmente vide la richiesta della Procura e, anche se essa non si attagliava del tutto, né nella lettera né nello spirito, al delitto di Signa, la sua lettura può averlo indotto a spremersi le meningi.

La diceria della segnalazione anonima, come abbiamo visto, nasce immediatamente e, contrariamente alla leggenda propagata da lui stesso, il primo autore non ne è Spezi, ma il giornalista Giorgio Sgherri seguito a ruota da Franca Selvatici. Quanto a Spezi, ne parlerà molto dopo e la manterrà viva fino all’ultimo (es. documentario di History Channel) ma, nel suo romanzo, fornirà un riferimento preciso: una confidenza del Giudice Istruttore Tricomi, temporalmente situata, da ultimo, in occasione di un’apertura di anno giudiziario. La leggenda continuerà poi apertamente ripetuta di scritto in scritto (anche autorevole: Filastò), finché il lavoro di documentazione di Paolo Cochi non le assesterà un colpo grave, ma non definitivo. E’ difficile dire chi avesse raccontato a Sgherri e Selvatici che l’arresto del Vinci (è questa in fondo la notizia che viene diffusa nel novembre 1982) derivava da un’indagine messa in moto da un anonimo; credo sia scienza comune che queste notizie i giornalisti le ricevono dagli stessi ambienti giudiziari, ossia magistratura e polizia o carabinieri; ma non sempre la fonte è attendibile e non sempre viene riportata con precisione. Tra l’altro, sappiamo (si veda lo sfogo presumibilmente del direttore di La Città, indignato per essere stato bruciato dall’Unità, apparso su quel giornale il 9 novembre 1982) che la notizia era in possesso della stampa “da mesi” ma tenuta nascosta al pubblico a beneficio della segretezza delle indagini; quindi vi era stato ampio tempo per rimuginarvi sopra. Nel processo a Pacciani l’avv. Santoni Franchetti richiese l’audizione di Tricomi e Spezi proprio a proposito del biglietto che avrebbe innescato la “pista sarda” e forse – ma solo forse - nell’occasione si sarebbe potuto fare chiarezza; ma il presidente Ognibene rifiutò, con motivazioni procedurali, l’ammissione dei testi. In quell’occasione, come mi è stato fatto notare da fonte autorevole, Santoni disse di aver sentito la storia anche dal PM Izzo, ma il tutto rimase senza seguito.
Di segnalazioni anonime dopo Calenzano, che segnò lo stabilirsi definitivo del concetto “Mostro di Firenze”, ce ne furono migliaia; basti leggere quello che racconta Spezi nel suo primo libro del 1983, nel quale, come è ben noto, dà tutt’altra interpretazione del contenuto delle tre lettere del “cittadino amico”; anche su questi contenuti la fonte non poteva che essere qualcuno interno all’organo ricevente, ovvero il Comando Carabinieri di Borgo Ognissanti. Mentre Sgherri parla di lettere che facevano riferimento a cinque anziché quattro duplici omicidi (ricevute dunque dopo Baccaiano) che avrebbero dato la stura a una ricerca di vecchi casi. Il che è cosa molto diversa da un biglietto con su scritto, in sostanza: l’assassino (mai individuato, giacché non può essere Stefano Mele) di Signa è il Mostro di Firenze (o quanto meno la pistola è la stessa). Alla luce di quanto sappiamo ora, possiamo verificare se il teorema di De Gothia su “Il cittadino amico” si regge bene in piedi. Il trafiletto rivolto al “cittadino amico” viene pubblicato su La Nazione del 20 luglio 1982. Il G.I. Tricomi, preventivamente allertato dai CC, ha chiesto il fascicolo del processo Mele a Perugia il 17 luglio, ma non l’ha ricevuto, perché le carte se ne sono tornate a Firenze. Se è vero, come deve essere vero, quanto scritto nella requisitoria del PM Mignini, Tricomi richiede il fascicolo a Firenze il 20 luglio e c’è da credere che lo riceva nella stessa giornata, unitamente ai reperti impropriamente spillati al fascicolo (Nota. Cadono in un colpo due cavalli di battaglia dei complottisti: che il depistaggio è avvenuto a Perugia, città massonica per eccellenza e residenza di un personaggio successivamente coinvolto nell’inchiesta; e che per forza i reperti dovevano essere distrutti, quindi non più esistenti. Tricomi chiede espressamente il corpo di reato, segno indubbio che si aspetta che fosse tuttora disponibile; semmai la sede in cui è stato conservato – spillato al fascicolo anziché nell’apposito ufficio del tribunale – non è quella corretta). Seguirebbe poi, coniugando le fonti Rotella – Fiori – Piattelli, una consultazione informale con il perito Zuntini (Piattelli la mette prima della richiesta a Perugia e può avere ragione; forse Tricomi aveva letto sul rapporto che i proiettili erano Fiocchi e la cosa non gli tornava, cosicché cercò una conferma di prima mano?) e il riconoscimento dell’identità dei bossoli. Siamo, anche a fare le cose in maniera velocissima, qualità rara negli uffici giudiziari italiani, per lo meno al 21 luglio. E come potevano i CC rivolgere un pressante appello a mezzo stampa il giorno prima, senza essere sicuri che il cittadino amico, almeno nella terza di tre lettere, l’aveva raccontata giusta? Qualcosa nella sequenza temporale non torna. Ci possono essere varie spiegazioni: ad esempio, Zuntini, interpellato preventivamente come ci dice Piattelli, poteva aver ricercato la sua perizia del 1968, confrontata con la sua perizia del 1974 e verificato dalle foto che i bossoli erano compatibili. O il segnalatore era un mitomane che si era semplicemente inventato che vi erano stati omicidi precedenti (come racconta Sgherri), senza saperlo davvero? O, più banalmente, si tratta di una mera coincidenza temporale e il cittadino amico stava raccontando la storia dell’assassino che scrive “Babbo” (Borgo San Lorenzo – via dell’Arrigo – Bartoline – Baccaiano; fonte Spezi, secondo cui questa sarebbe stata l’ultima lettera del cittadino amico, ma scritta prima e non dopo Baccaiano, per cui la B di Baccaiano come quarta lettera avrebbe allarmato gli investigatori).

Ciò detto, ammettiamo, per amore di ipotesi, che ci sia davvero stata una segnalazione anonima, magari nella forma esplicita descritta da Spezi: perché non andate a vedere il processo di Perugia ecc.?  Qual è lo scopo di un messaggio del genere? Può essere una rivendicazione (dell’assassino che vuole che anche quel delitto gli sia riconosciuto); un indirizzamento (qualcuno che sa che l’assassino ha ucciso per la prima volta nel 1968; o che la pistola ha sparato per la prima volta in quell’occasione); un depistaggio (il delitto di Signa non c’entra nulla con la serie del MdF, ma i bossoli originali sono stati sostituiti ). Continuo a non credere al depistaggio, soprattutto dopo aver letto che venne interessato al riconoscimento il perito balistico dell’epoca; oltre alle difficoltà materiali, forse risolvibili, dovrebbero esserci troppe superficialità, incompetenze e complicità; inoltre, il depistatore doveva conoscere perfettamente la storia e l’ambiente del delitto, per immaginarsi di poter innescare una vicenda quale fu quella che si sviluppò poi per più di sette anni: infatti senza un personaggio come il Mele (ma eccolo, il vero depistatore più o meno involontario!) il depistaggio sarebbe servito a ben poco. Cosa poi era accaduto di talmente grave da rendere necessario un rischioso depistaggio? La pubblicazione dell’identikit di Calenzano e la favola, peraltro mal riuscita, che Mainardi avesse detto qualcosa. Ma la pubblicazione dell’identikit sarebbe comunque rimasta e quanto al Mainardi, se, come alcuni pensano, l’assassino era nell’ambiente delle FF.OO., avrebbe dovuto sapere che non c’era nulla di vero. E perché si sarebbe fatto cenno a Perugia, quando gli atti erano tornati da tempo a Firenze e il depistatore doveva pur saperlo, avendo sostituito / inserito i bossoli?
L’indirizzamento (“pistaggio” in buona fede) è una possibilità; ma perché, come già acutamente scritto da De Gothia, non dire semplicemente anche il nome dell’assassino? Non sembra infatti possibile che chi sa che la stessa pistola di Signa viene usata negli omicidi del Mostro non sappia anche chi la stia usando. La rivendicazione è, volendo ammettere l’esistenza dell’anonimo, la possibilità più logica; ma questo assassino si dimostrerà nel seguito poco propenso a stabilire un contatto con gli inquirenti e quando lo farà, a fine carriera, non sarà per niente loquace. Insomma, nessuna delle tre ipotesi mi sembra del tutto soddisfacente.

La considerazione logica più cogente a mio parere contro l’anonimo è che nessuno all’epoca ci investigò su, ossia si prese la briga di cercare chi fosse stato a inviarla e perché; a meno che non si voglia far passare per indagine il patetico trafiletto del 20 luglio, ammesso e non concesso che si riferisse davvero al segnalatore di Signa. Eppure, è del tutto palese l’importanza che capire chi fosse l’autore della segnalazione avrebbe rivestito: infatti, o era l’assassino o era qualcuno che ben lo conosceva; invece, nessuno se ne occupa, nessuno ipotizza un bel nulla. Tendo ad escludere che i CC (e chi? Il maresciallo o la gerarchia?) abbiano tenuto un tale segreto di fronte al magistrato inquirente. Dell’Amico avrebbe categoricamente dovuto informare Tricomi, la cosa sarebbe rimasta agli atti e Tricomi avrebbe dovuto informarne Rotella all’atto del passaggio di consegne. Il quale Rotella, invece, conduce un’indagine, nel 1986, non per cercare l’anonimo, ma per capire se possa essere vero che anonimo ci fu e fu tenuto nascosto; con i risultati che abbiamo letto in sentenza. Ma se Tricomi, come sosteneva Spezi, sapeva che c’era stato l’anonimo, anzi lo aveva addirittura cercato senza trovarlo perché sparito, perché non ne informò il suo successore?

Posso a questo punto proporre una mia scenetta a scopo ricostruttivo, avvertendo che è del tutto di fantasia.
Prima scena
Maresciallo F. “Ehi Ugo, hai visto questo fonogramma della Procura? Cercano omicidi come quelli del Mostro, nel resto d’Italia o all’estero.”
Appuntato P. “ Buona idea. Però, perché fermarsi al 1970?”
Maresciallo F. “Eh, quando vuoi che abbia cominciato, nell’antica Roma?”
Appuntato P. “Beh, ma dal 1974 al 1981 non abbiamo trovato niente. Quindi è stato fermo 7 anni. Se conti altri sette anni prima del 1974… fa 1967, non 1970. Tanto per dire…”
Maresciallo F. “Ora che mi ci fai pensare… sai che a Signa tanti anni fa ammazzarono quella coppia in macchina… no, ma è una cosa troppo vecchia, addirittura del 1964, mi sembra.”
Appuntato P. “Ma no, guarda che era il 1968; coi tempi ci saremmo ancora. Ma l’assassino, non l’avevate preso?”
Maresciallo F. “Preso e condannato, quindi…”
Appuntato P. “E la pistola, che modello era?”
Maresciallo F. “Quella non l’abbiamo trovata.”
Appuntato P. “Ah, però…”
Maresciallo F. “Strano, vero? Quasi quasi lo dico al colonnello, se n’era occupato lui.”
Seconda scena
Maresciallo F. “Signor colonnello, si ricorda del delitto di Signa del 1968? Quella coppia in macchina?”
Colonnello D.A. “Come no, il mio primo successo investigativo.”
Maresciallo F. “ Sembra un po’ come quelli di adesso, del Mostro, vero?”
Colonnello D.A. “Ma figurati, se va bene il Mele sarà ancora dentro, come fa?”
Maresciallo F. “Ma la pistola, che fine avrà fatto?”
Colonnello D.A. “Eh, però… la pistola… guarda, vammi a prendere il fascicolo, magari ne parlo con il giudice.”
Terza scena
Colonnello D.A. “Signor giudice, vede qui, questo articolo dal nostro archivio? A Signa ci fu un duplice omicidio di una coppia in macchina, catturai io l’assassino, ero tenente alla compagnia.”
G.I. T.  (con pesante accento siciliano) “E che mi viene a significare?”
Colonnello D.A. “Usò una calibro 22, ma non riuscimmo a trovarla… e se fosse la stessa del mostro?”
G.I.T. “Ma no, vedi, qui dice che erano proiettili Fiocchi, non possono essere gli stessi.”
Colonnello D.A. “Ma con la H sul fondello, sono per forza Winchester non Fiocchi.”
G.I.T. “Ma allora, che minchia scrivete?”
Colonnello D.A. “Si potrebbe sentire Zuntini.”
G.I.T. “E senti a Zuntini, magari ha ancora qualche carta.”
Colonnello D.A. “Zuntini ha le copie, dice che ha guardato le perizie, dalle foto sembrano gli stessi del 1974.”
G.I.T. “ E tu digli che se si ricordava prima era meglio. Dove sono gli atti del processo? Li prenda.”
Colonnello D.A. “ Ma sono a Perugia, dove hanno fatto l’appello.”
G.I.T. “Cancelliere, per piacere, scriva: Alla Corte di Appello di Perugia. Per motivi di giustizia attinenti le indagini in corso…”
Di fantasia, ma verosimile, ritengo.


Questo intreccio assomiglia a quei film dal finale aperto in cui non si rimane certi di aver capito chi sia davvero l’assassino. Ho raccontato una storia, ma non so il finale. A tutti piace leggere romanzi: e quello imbastito, in poche pagine, da De Gothia è affascinante: i sardi che sanno che il collegamento tra Signa e la serie successiva è falso, ma non possono dirlo per non essere accusati del primo omicidio, è un colpo di genio. Per questo piace e continuerà a piacere, anche se ha poche possibilità di essere vero.