venerdì 19 luglio 2024

Brevi considerazioni in risposta a Reimarus

 Mi scrive Reimarus, a proposito del recentissimo volume di Rinaldi / Torrisi dal lapalissiano titolo "Il Mostro è libero (se non è morto)" [lapalissiano in quanto non mi risulta che alcuno sia attualmente imprigionato per i delitti del MdF, quindi, se il S.I. è vivo, è libero; se il S.I. non era ignoto ed era uno dei condannati, essi sono tutti morti, quindi non sono liberi e ciò si estende anche, per l'inesorabile scorrere del tempo, alla gran parte dei sospettati].

Orbene, scrive Reimarus:

E' da poco uscito in libreria "Il mostro è libero (se non è morto)", coautori il giornalista Pino Rinaldi (che già in precedenza si era espresso sul caso, manifestando il proprio scetticismo verso la verità giudiziaria e sembrando propendere per un serial killer unico non toccato dalle indagini) e l'ufficiale dei CC in pensione Nunziato Torrisi. L'opera riprende, in modalità divulgativa, la tesi sostenuta nel "rapporto Torrisi", secondo la quale il MdF s'identifica in Salvatore Vinci. Lo schema argomentativo sembra poter riassumersi come segue:
- Stefano Mele era sicuramente presente sulla scena del delitto allorquando fu commesso nel 1968 il duplice omicidio Locci - Lo Bianco;
- le caratteristiche del personaggio (ad es. oligofrenia, mancanza di mezzi di locomozione che non siano, al più, una bicicletta, mancanza di qualsiasi confidenza con armi da fuoco) rendono tuttavia certo che lo stesso non possa ritenersi l'autore principale del delitto, ma solo un concorrente in posizione nettamente subordinata, con funzione sostanzialmente di capro espiatorio;
- l'autore principale del delitto va ricercato tra persone cui il Mele era strettamente legato, quindi nell'ambiente del "clan dei sardi" (intendendo i parenti del Mele, i parenti della Locci, gli amanti della Locci);
- da considerazioni relative alla personalità e alla storia degli appartenenti al predetto ambiente, come anche da una valutazione critica delle dichiarazioni pur contraddittorie rese nel corso del tempo dal Mele, si evince che autore principale del delitto del 1968 sia Salvatore Vinci;
- dall'identità tra la pistola con la quale furono uccisi Locci - Lo Bianco e la pistola con la quale furono commessi i duplici omicidi della sequenza 1974-1985 discende che anche di questi ultimi debba considerarsi responsabile Salvatore Vinci, il cui profilo appare compatibile con quello di un serial killer.
Il problema che emerge in relazione a questa ricostruzione, per quanto è dato riscontrare anche dall'esposizione divulgativa che ne fa il Rinaldi, è che, a parte la pistola, non è emerso alcun elemento che colleghi concretamente Salvatore Vinci alla scena di uno qualsiasi dei sette duplici omicidi del 1974-'85. Con riguardo al duplice omicidio degli Scopeti, poi, commesso quando il Vinci era già da tempo attenzionato dalle FF.OO., si è argomentato che sarebbe stato un pericoloso azzardo per il Vinci commettere un duplice omicidio in quelle condizioni e che sarebbe perciò improbabile che egli ne sia il responsabile. [fine citazione]

Ho già espresso in varie occasioni (e contro le mie iniziali convinzioni, cristallizzate nel volume del 2013) dubbi sulla presenza del Mele sulla scena del delitto; fondamentalmente perché Mele non sa chi è l'omicida; o meglio dice di saperlo, ma indica molto semplicemente i soggetti che lui sospetta o che gli vengono additati dallo sviluppo delle indagini stesse. Il modo più semplice per spiegare questo continuo indicare altri colpevoli, che continua, si badi, fin oltre la chiusura ufficiale della pista sarda, è pensare che effettivamente non sappia chi sia l'assassino; il che, ovviamente, non esclude nessuno dei noti, ma neppure degli ignoti. 

Premesso che non conosco le argomentazioni specifiche per sostenere la compatibilità di Salvatore Vinci con un profilo di serial killer, lo stesso sembra molto lontano dalla psicopatia, a meno che non ci si riferisca a qualche mania del controllo che potrebbe evincersi da alcuni episodi raccolti da Torrisi e a meno che non si voglia sostenere, in maniera sostanzialmente bigotta, che qualsiasi parafilia sessuale, di cui il nostro fa ampio sfoggio, sia equivalente a psicopatia sexualis. Ma su questi argomenti so poco, quindi non sono in grado di dire la mia  con sufficiente cognizione di causa.

Quanto all'obiezione prospettata da Reimarus, in merito all'eccessivo pericolo che Salvatore Vinci avrebbe corso uccidendo anche nel 1985 quando era (quanto strettamente?) controllato, ho già opposto tale rilievo a vari mostrologi salvatorvincisti, ricevendone la risposta che i controlli erano blandi e temporalmente limitati. Ma il retropensiero dei sostenitori di quell'ipotesi è che, essendo Salvatore Vinci un genio del male, per il quale "se non c'è errore non c'è rischio", ha in qualche modo infinocchiato i caraninieri. Rimaniamo quindi nella sfera dell'improbabile, ma non dell'impossibile.


Reimarus scrive inoltre:

L'ipotesi perorata nel testo di Rinaldi - Torrisi, ossia la pista sarda nella particolare declinazione "salvatorvincista", è oggetto di considerazione critica nel video "Mostro di Firenze - cambio di prospettiva - terza parte", sul canale Youtube di Flanz Vinci. L'oratore "senza volto" di "Cambio di prospettiva", poi ricomparso, come "Giovanni", in una trasmissione di Florence International Radio, senza intrattenersi sulla "verità giudiziaria", riduce il problema sostanzialmente all'alternativa tra serial killer unico non toccato dalle indagini (che egli e altri che hanno cooperato nella sua ricerca ritengono sia un poliziotto o un carabiniere che, espulso dal corpo di appartenentenza, ha agito con finalità "rivendicative", ossia per vendetta nei confronti un mondo che lo ha respinto) e clan dei sardi. Dando per acquisito che la pistola è sempre la stessa ("ci sono le foto": "contra" le argomentazioni di C.Palego) e dismettendo l'ipotesi di una pistola gettata via e recuperata da qualcun altro ("contra" A. Segnini), perché resta il problema dei proiettili, considerando assiomatico che la pistola con la quale è stato commesso un omicidio non possa essere passata di mano, il sostenitore del cambio di prospettiva formula, per quanto concerne la pista sarda, alcune considerazioni, prevalentemente "sociologiche" per quanto concerne le dichiarazioni, ritenute inattendibili, di S. e N. Mele, in ordine alle quali Giovanni richiama la prassi investigativa dell'epoca e la formazione "fascista" degli inquirenti di allora, (in sostanza adombrando l'ipotesi che i due siano stati imbeccati/condizionati dagli inquirenti e che le stesse verbalizzazioni non siano ineccepibili); quindi afferma, rimandando alla letteratura scientifica sull'argomento, l'inattendibilità della prova del guanto di paraffina, e, per quanto concerne le dichiarazioni di N. Mele, rileva che le stesse non furono rese con le garanzie e nelle condizioni oggi previste per testimoni di quell'età. A queste considerazioni, Giovanni aggiunge un'argomentazione che è in sostanza la seguente: poiché né Francesco, né Salvatore Vinci possono essere il MdF (essenzialmente perché attenzionati dopo il duplice omicidio del 1982), allora né F. e S. Vinci, né S. Mele possono essere responsabili del duplice omicidio del 1968. Tuttavia, egli, essenzialmente per giustificare il tragitto compiuto da N. Mele fino a casa De Felice (sul quale in verità Giovanni "sorvola") e la ricomposizione del cadavere della Locci, adombra l'ipotesi che S. Mele sia capitato sulla scena del delitto poco dopo la commissione dello stesso. [fine citazione]

 

Va bene; posso concordare in parte, ma farei alcune osservazioni. 

Che la perizia balistica Zuntini 1968 non contenga alcuna foto dei reperti mi sembra facilmente desumibile dal fatto che tali foto non vengano mai citate nel corpo della perizia; forse qualcuno si è fatto ingannare dalla nota di consegna (a P.L.Vigna), che nomina delle foto in restituzione, presumibilmente le foto scattate dalla scientifica sulla scena del crimine. Del resto, mi sembra che anche nel 1974 l'elaborato di Zuntini non sia illustrato da foto, ma da un disegnino esplicativo. Quanto al Mele sopraggiunto a posteriori, essendosi messo, magari in bicicletta, alla ricerca dei congiunti, l'ipotesi non è farina del sacco di Giovanni, ma scaturita dalla fervida immaginazione di Canessa (e/o Perugini), che doveva mettere d'accordo due per lui capisaldi: colpevolezza di Pacciani anche per Signa e presenza del Mele sul posto (perché conosceva il numero dei colpi [vabbé su questo sorvolo, per me è argomento a discarico], la freccia accesa ed altro). Ipotesi ampiamente ridicolizzata dal giudice Ferri mi sembra nel suo libro, se non addirittura in sentenza.

Passando ad altro argomenti, Reimarus scrive:

L'Autore del blog, a fronte dell'invito formulatogli da A. Segnini a segnalare le criticità della ricostruzione che della figura di Lotti ha fatto lo stesso S., rovescia a buon diritto l'invito, rivolgendo la medesima sollecitazione con riguardo alla visione che l'Autore del blog ha del Lotti (falso testimone, mosso da un insieme di timori e di allettamenti). Lo stesso espediente dialettico può essere adottato a fronte di un eventuale interrogativo sulla spiegazione delle "prime" dichiarazioni di Pucci e Lotti: la domanda da farsi dovrebbe infatti riguardare anzitutto il motivo per il quale i due, anziché negare reiteratamente e ostinatamente di sapere qualcosa dei fatti criminosi sui quali s'indagava, resero dichiarazioni che altro non potevano che creare fastidi ad entrambi, e per uno dei due ben più che meri fastidi, quando contro di loro, apparentemente, non c'erano altro che le dichiarazioni di Ghiribelli e del suo protettore, ossia un asserito avvistamento di un'automobile fatto estemporaneamente di passaggio in orario ormai notturno. [fine citazione]

 

Questa è questione per me assai spinosa. Segnini sta facendo un grande lavoro di ricostruzione e sta fornendo, con le sue approfondite analisi degli atti concernenti la vicenda dei Compagni di merende, la migliore e più evidente dimostrazione che Lotti e Pucci non erano altro che falsi testimoni sostanzialmente estranei ai delitti. La sua indubbia capacità dialettica lo sta portando a una certa notorietà, il che potrebbe avere però implicazioni negative, se mai un giorno sentisse  di dover cambiare prospettiva. Purtroppo, anche se qualche minimo dubbio sembra talvolta affiorare (ultimamente l'ho sentito dire, un paio di volte: questa è la mia interpretazione / questa è la mia ipotesi), la classica tunnel vision lo rende per ora impermeabile a una giusta valutazione delle sue stesse acquisizioni. Ho tentato di fare qualche piccola annotazione sotto i suoi video, ma l'ultima risposta mi ha francamente tagliato le gambe. Mi dice in pratica: come fai a sostenere quel ruolo di Lotti alla luce delle testimonianze di Pucci, Ghiribelli, Nicoletti? (non ritrovo la discussione, ma il succo era quello). Ora, io sono anni che dico che Pucci e Ghiribelli non sono testi affidabili e per me non lo sono mai. Invece secondo Segnini Pucci e Ghiribelli raccontano balle (lo sta documentando lui stesso, peraltro), tranne che per quello che serve a lui, e allora diventano affidabili. Mi ero anche annotato le sue "domande ai negazionisti" (Daniele Piccione li/ci chiama più propriamente "nichilisti"), ma se devo partire dall'idea che Ghiribelli e Pucci dicono il vero "a spot", davvero il gioco non vale la candela. Comunque continuo a seguirlo perché c'è sempre qualcosa da imparare. Visto che siamo tra noi due o tre, l'aspetto che non riesco a risolvere è il perché la Nicoletti, di punto in bianco, si mette a parlare di Vicchio (10 febbraio 1996). Qualche spiegazione un po' così potrebbe esserci, ma non mi convince, quindi la tengo per me. 

Ma riprendendo il tema proposto da Reimarus, ossia perché Pucci e Lotti ammisero invece che chiudersi in un assoluto diniego, la risposta non mi sembra difficile. Gli inquirenti, sulla base delle indagini pregresse, erano arrivati a una ferrea convinzione che i due fossero stati sul posto, dissero che l'auto - e forse anche loro - erano stati visti e riconosciuti e a quel punto la prospettiva era finire dietro le sbarre (Spalletti docet). Ma nessuno dei due amiconi aveva voglia di sacrificarsi per Pacciani e Vanni. Dopo di che la storia ha preso vie inizialmente imprevedibili.

 P.S. Chiudo avvertendo Hazet che è inutile che scriva, tanto per quanti nick cambi non ha nessuna possibilità di essere pubblicato.

 

martedì 30 aprile 2024

Risposta ad anonimo sardista salvatorvincista

 Rispondendo a un anonimo sardista (forse Hazet, forse no, nel caso, pazienza, come disse Salvatore) colgo l’occasione per chiarire il mio punto di vista su alcuni aspetti nodali della vicenda.

 

Anonimo in rosso, Powerful / Quatar in neretto.

 

Buonasera. (...) ritengo debba meglio specificare che a processo il S. Mele venne portato in complicità con persone non identificate. Questo a indicare come il "rompicapo" sulla reale dinamica dei fatti per gli inquirenti dell'epoca fosse molto meno "rompicapo" di quello che oggi a noi, a distanza di decine di anni e da fuori, possa parere. Questo era ed è un dato imprescindibile.

 

Stefano Mele fu rinviato a giudizio per aver commesso il delitto “da solo o con l’eventuale compartecipazione di persona rimasta sconosciuta”. Tale complice viene invece escluso dalla sentenza, che quindi rimane monca, poiché non sa descrivere come Mele sia entrato in possesso dell’arma, dove la stessa sia finita, con che mezzi Mele abbia raggiunto il luogo, perché abbia portato il figlio proprio lì dove lo ha portato e un sacco di altre cosarelle.In pratica, i giudici si adagiano sugli esiti investigativi raggiunti in meno di un mese da Matassino. In ogni modo, sia per chi pensa che ci fosse un complice mai individuato giudizialmente, sia per chi sospetta che Mele sia all’oscuro del fatto, la scena di Signa rimane un “rompicapo”, anche senza aggiungerci l’ulteriore e maggiore rompicapo del collegamento con i delitti seriali. Per cui eliminare con un colpo di spugna, come fa la Corte, le criticità e le inverosimiglianze, non significa aver risolto il rompicapo ma averlo nascosto sotto il tappeto.

 

Secondo punto che mi sento obbligato a precisare è che rispetto alle successive indagini, quelle in legame alle vicende delittuose proprie al MdF, va rimarcato come il "nulla" emerso dal 1968 non sia ascrivibile ad una mancanza di indizi o di logicità deduttive per quel delitto, ma semplicemente ad una mancanza di ritrovamento fattuale di elementi concreti come arma, munizioni o feticci, men che meno presso le pertinenze di alcuno sospettato del "clan dei sardi". E' un fatto che nessuno del "clan dei sardi" del resto venne mai portato a dibattimento per i delitti del MdF: alcuni nomi perché detenuti al momento di delitti del mostro e l'ultimo dei sospettati dei sardi proprio per la mancanza di quelle "cose concrete" necessarie, nel pensiero giuridico di un Giudice Istruttore, ad un processo.

 

Rotella può aver capito chi era a l’assassino, ma non si sentì di mandarlo a giudizio sulla base di fichi d’India e zucchine sul comò. L’avvocato più scalcagnato avrebbe potuto opporre in dibattimento che l’arma poteva essere benissimo passata di mano dopo il 1968 e del resto, non essendo in grado di accertare chi era stato complice del Mele, veniva a mancare proprio la base su cui fondare la costruzione accusatoria. In sostanza, già solo per iniziare a parlare del Mostro, bisognava individuare il vero assassino del 1968, cosa che non si era stati in grado di fare allora e non si fu in grado di fare neppure dopo (convinzioni personali a parte).

 

 

E' bene d'altro canto evidenziare però che arma, feticci e munizioni, mai trovate e mai allegate agli atti contro nessun altro imputato, non impedì invece a differenti soggetti istituzionali di portare a processo altri sospettati, Pacciani in primis, che comunque mai vennero ritenuti colpevoli del delitto del 1968,

 

Infatti il processo Pacciani, del tutto indiziario, finì male per l’accusa in appello, il che rese necessario reperire al volo non più indizi ma prove dirette: testimoni e un reo confesso chiamante in correità. Che poi gli indizi, talvolta, dicano di più che testimoni palesemente falsi è dato di fatto che qui non ci può occupare.

 

 né che i processi a carico del Pacciani prima e dei compagni di merende poi, mai abbiano dimostrato un qualsiasi depistaggio nel 1982 verso il 1968, né induzioni a false confessioni da parte al S. Mele e del N. Mele.

 

Questa è veramente un’obiezione ingenua. E quando mai suggerimenti, condizioni, coercizioni nei confronti degli indagati risultano documentalmente? Solo per avventura o quando esce qualcosa che non doveva uscire (vedi registrazione interrogatorio della Alletto nel caso Marta Russo). Al contrario, risulta agli occhi di chiunque dotato di senso critico che Stefano Mele è sempre condizionato da chi lo interroga e ogni sua giravolta è determinata dalla direzione in cui va in quel momento l’inquisizione.

 

Restare attaccati ai fatti aiuta alla comprensione.

 

Quali fatti? Non ci sono fatti accertati se non la morte delle vittime. Si possono fare solo congetture. A questo punto, congettura per congettura, faccio la mia riguardo a un possibile svolgimento dei fatti di quel cruciale 23 agosto. Stefano Mele, ammesso che sia estraneo al delitto, ha comunque parlato con il figlio, che essendo presente, ha potuto agevolmente dargli importanti informazioni sulla scena del crimine: principalmente, il luogo dell’agguato, la posizione dei cadaveri, la luce lampeggiante dell’auto accesa nella notte. Se Mele nulla sa, è naturale che chieda cosa è successo. Il mattino dopo, interrogato dai carabinieri, Mele indizia Salvatore Vinci, ma tradisce, per sua incapacità di giudizio, la conoscenza di elementi della scena, quelli raccontatigli dal figlio, e gli inquirenti si convincono, per questo, che egli sia direttamente coinvolto. Pressato, in modi che ovviamente non risultano nei verbali, Mele confessa l’omicidio. A quanto pare, nella prima confessione non parla affatto di complici [Zanetti pag.83]. A questo punto, però, i carabinieri devono capire come Mele si è recato sul posto, dove abbia preso e che fine abbia fatto l’arma del delitto [ E’ lo stesso Mucciarini, il cognato presente all’interrogatorio, che anni dopo, nel rinarrare il fatto, si metterà nella posizione degli inquirenti: “Il Mele non gli dava risposta neanche alla domanda: la pistola dove l'hai comprata e dove l'hai messa?". (Sentenza Rotella, pag. 73)]. Mele non trova di meglio che inserire nella storia, come fornitore di mezzo di trasporto, arma e soprattutto movente, il personaggio che aveva già indiziato quella mattina, ossia Salvatore Vinci. Da qui poi, la girandola di ritrattazioni e nuove accuse, quando man mano coloro che egli accusa presentano alibi, veri o falsi che siano.



lunedì 26 febbraio 2024

Reimarus, l'ipotesi Lotti e altro.

PREMESSA: Pubblico in forma di post, accorpandoli, alcuni commenti del mio lettore che si firma Reimarus, che mi sembrano degni di lettura e che, se pubblicati solo come commenti a latere del blog, passerebbero del tutto inosservati. Non che la pagina principale risulti molto seguita, se non da un pugno di affezionati.
Faccio seguire, in calce, una mia breve osservazione.



(...) Passando a questioni di sostanza, debbo dire che la qualificazione ("romanzo") che l'Autore dà alla ricostruzione di Antonio Segnini mi trova del tutto d'accordo, e di essa avevo pensato proprio in questi termini. La verosimiglianza, carattere comune a molte opere romanzesche, non è indizio necessario di storicità o anche solo di probabile storicità (supposto che nella fattispecie verosimiglianza sempre vi sia); l'onere della prova "incumbit ei qui dicit", mentre è illogico richiedere la "probatio diabolica" di un'impossibilità o di un'inesistenza. Sul conto del Lotti serial killer unico osservo che la supposta corrispondenza tra la sua figura e il "profilo" che del responsabile dei duplici omicidi fu tracciato dal FBI in buona misura non esiste, perché gli esperti americani descrivono un soggetto che, per livello di scolarità e per attività lavorativa, non corrisponde con Lotti, ed è anche dubbio che l'incapacità sessuale supposta dai "profilatori" di oltreoceano si riscontrasse nel Lotti; presentare il Lotti come un "furbacchione", esaltarne l'intelligenza perché in giudizio avrebbe "resistito" ai controesami da parte della difesa di Vanni non tiene conto del fatto che le sue sono state per così dire "audizioni protette", e se fosse stato, come avrebbe potuto e a mio avviso dovuto, essere incalzato dal Presidente del collegio giudicante, sarebbe probabilmente crollato, e come lui Pucci, e comunque appare di immediata evidenza che egli si rende ridicolo in plurimi passaggi delle sue dichiarazioni ("ex plurimis", tra i tanti esempi che potrebbero addursi, si consideri il ruolo di "pistolero forzato" che si attribuisce per Giogoli, dove gli sarebbe stato ingiunto addirittura di aprire la sequenza degli spari, pur non sapendosi, da chi l'avrebbe forzato, se Lotti avesse confidenza con armi da fuoco), che, esternate in una mescita anziché in un'aula di giustizia, avrebbero probabilmente destato scetticismo e finanche ilarità.

Sul tema - molto opportunamente formulato dall'Autore del blog nel suo ultimo post - della falsificabilità, che, nella prospettiva della filosofia della scienza di Popper, rappresenta la linea di demarcazione tra scienza e metafisica e, nel contesto del discorso sul Mdf, distingue l'area della ricostruzione obiettiva dei fatti, per quanto essa è possibile, e la letteratura (anch'essa, beninteso, degna di riguardo, se non altro perché può indicare vie di ulteriore ricerca), v'è da precisare che vi è un elemento che Antonio Segnini ha indicato come possibile conferma o smentita oggettiva alla sua ricostruzione: le impronte digitali trovate nella parte superiore della carrozzeria dell'automobile in cui nel 1984 Claudio Stefanacci e Pia Rontini trovarono la morte a Vicchio per mano del Mdf. Poiché, infatti, nella ricostruzione della dinamica di quel delitto Antonio Segnini (il riferimento è a uno dei video del suo corso di mostrologia su Youtube) suppone che lo sparatore abbia ad un certo punto poggiato una mano, laddove si trovano le predette impronte digitali, egli ritiene che quelle impronte siano state lasciate da Giancarlo.Lotti. E' ben vero che le impronte, o frammenti d'impronte, di cui si tratta non sono sufficienti per un'identificazione processualmente certa, ovvero valida in campo forense, ma esse consentono quantomeno di escludere (come è stato fatto comparando quei frammenti d'impronte con i reperti dattiloscopici di Pacciani, ad esempio) o di non escludere (ossia di formulare un giudizio di compatibilità). Quindi, indipendentemente da quel che si può pensare circa la reale efficacia probante delle impronte in questione ai fini dell'identificazione del responsabile o di un corresponsabile del duplice omicidio del 1984, nel contesto dell'ipotesi di Segnini. esse assumono rilievo pressoché decisivo, poiché, secondo S., se Lotti è colui che ha ucciso i due giovani a Vicchio nel 1984 e quindi il responsabile anche degli altri duplici omicidi commessi tra il 1974 e il 1985, è lui che ha lasciato quelle impronte e quindi, comparando quei frammenti con i suoi reperti dattiloscopici, dovrebbe uscirne un giudizio di compatibilità. E qui sopravviene uno dei misteri della burocrazia giudiziaria italiana: di un individuo che, come Giancarlo Lotti è stato indagato, imputato, processato, condannato e incarcerato, per una serie di gravissimi delitti, parrebbe che non siano reperibili impronte digitali (diversamente da quanto si riscontra per Pacciani e Vanni), sicché non è stato possibile effettuare la comparazione, richiesta anche per Lotti.
Segnini, nel suo video dedicato alla questione, accenna in maniera vaga e molto discreta al fatto che la cosa potrebbe non essere casuale, ossia che si sia voluto mettere al riparo la versione ufficiale da risultanze che avrebbero potuto metterla seriamente in discussione, ma la burocrazia giudiziaria italiana ci ha dato altri esempi di memorabile sciatteria, com'è il caso della distruzione (nel 2000, quando le potenzialità del DNA per le indagini erano ormai ben note), per "fare spazio", dei vetrini con le tracce biologiche dell'assassino di Lidia Macchi, studentessa universitaria ventenne uccisa in provincia di Varese nel gennaio 1987 dopo essere stata costretta ad un rapporto sessuale (delitto per il quale è stato processato Stefano Binda, condannato all'ergastolo in primo grado e assolto con formula piena in appello - sentenza assolutoria confermata poi dalla Cassazione). Ha ben ragione Segnini di lamentare il mancato reperimento delle impronte digitali che dovrebbero pur essere state prese a Lotti ma dietro lo sconcertante fatto non è dato, allo stato, vedere altro che l'ennesimo mistero doloroso della burocrazia giudiziaria italiana. com'è il caso, recentissimamente emerso, della scomparsa delle fotografie che la coppia di francesi uccisa nel 1985 a Scopeti aveva scattato nel viaggio italiano conclusosi con la loro uccisione.

Se l'Autore del blog consente un ulteriore intervento vorrei indicare un altro profilo sotto il quale la vicenda del processi a PP e quindi ai Cdm può essere vista, ed è quella della valutazione della testimonianza (e della chiamata in correità). L'adozione di criteri troppo rigidi (ossia troppo ispirati al buonsenso) nel valutare l'attendibilità di deposizioni testimoniali rischierebbe di pregiudicare il "buon esito" di giudizi nei quali la materia è anche politicamente "sensibile": si pensi al ruolo che la controversa testimonianza di Massimo Sparti ha avuto nel portare alla condanna (diventata definitiva nel 1995) di Fioravanti e Mambro per la strage di Bologna, ponendo così il primo mattone di quella costruzione che si è poi venuta completando con le condanne di Ciavardini, Cavallini e Bellini. In altri processi "politicamente" sensibili, le testimonianze non sono state ritenute sufficienti: è il caso del coinvolgimento dell'"ideologo" di estrema destra Paolo Signorelli come mandante nei processi per l'uccisione, a Roma, dei magistrati Mario Amato e Vittorio Occorsio. Per quest'ultimo delitto, fu proprio la Procura di Firenze a occuparsene e in particolare Vigna (con Chelazzi): determinante per l'incriminazione e la successiva condanna di Signorelli in primo e secondo grado per concorso morale nell'omicidio Occorsio fu la testimonianza di Aldo Tisei e per ben due volte, nel 1987 e nel 1989, la Prima Sezione Penale della Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale (che nel 1993 fu poi sospeso dal servizio, in relazione alle indagini promosse a suo carico per concorso esterno in associazione a delinquere di stampo mafioso) annullò le condanne in appello di Signorelli emesse nel 1986 e nel 1988 dalla Corte d'Assise d'Appello di Firenze (la vicenda si è poi conclusa con il passaggio in giudicato della sentenza di assoluzione emessa nel 1993 dalla Corte d'Assise di Appello di Bologna). Una gustosa rassegna di "pentiti" dell'ambiente dell'estrema destra eversiva, di pugno probabilmente dello stesso Signorelli, è nelle pagg. 212-257 del testo "Paolo Signorelli - il Teorema, il Mostro, il Caso", a cura del Comitato di Solidarietà pro Detenuti Politici, Rovereto 1988.
Su altra sponda politica, si pensi alla rilevanza della testimonianza, ottenuta con metodi non proprio cristallini, del tassista Rolandi, alla base delle lunghe traversìe giudiziarie dell'anarchico Pietro Valpreda per la strage di piazza Fontana.

Un piccolo commento dell’autore del blog.
Premesso che sulla seconda parte dell'intervento di Reimarus dichiaro la mia ignoranza e non esprimo opinioni, torno subito al tema che qui ci occupa.

 Temo che ogni studioso, di qualsiasi materia, nella sua attività, quand’anche sia convinto di operare con la massima oggettività possibile, finisca con lo sposare un’ipotesi che sia in grado di spiegare il fenomeno che è oggetto di studio. In altre parole, un’acribìa assoluta è probabilmente irraggiungibile.
Segnini si è convinto per illuminazione ricevuta vedendo un video (almeno così ho capito) che Lotti sia stato il vero Mostro di Firenze; e ha passato anni a individuare, con grande acutezza e perspicacia, ogni piccolo elemento che concordasse con questa sua ipotesi, trascurandone altri che con questa non si accordavano. Faccio solo un esempio. La strenua difesa che Lotti fa della sua colpevolezza nel finale del processo di I grado e in quello di appello, quando spunta la questione delle auto, dimostra a mio parere ad abundantiam che in quel frangente Lotti, ben lungi dall’essere un astuto che sta fregando la giustizia, non è altro che un docile strumento dell’apparato giudiario, dichiarante a suo stesso discapito.


Sposare un’ipotesi, innamorarsi di un’ipotesi di lavoro (notare la valenza affettivo /erotica dei termini che abitualmente si usano) è un fenomeno dal quale nessuno è immune. Io stesso, che predico come mantra che “del Mostro di Firenze non sappiamo niente”, involontariamente formulo un’ipotesi (quella del dubbio sistematico) di cui sono innamorato. Faccio un altro esempio concreto riferito ora alla mia modalità di pensiero. Ritengo che MdF fosse probabilmente un killer unico; tendo di conseguenza a trascurare ogni ipotesi che comporti gruppi assassini, complotti, mandanti, sette esoteriche; e quando le approfondisco, ad esempio contra “Compagni di Merende”, è per contestarle, ricadendo quindi inevitabilmente in tunnel vision, cherry picking ecc.
In tema religioso, può accadere che quando si apostata da una dottrina spesso si diventa i peggiori nemici di quella fede cui un tempo si aderiva; abbiamo esempi medievali di ebrei o eretici convertiti che divennero persecutori dei loro antichi correligionari. In altre parole, quando ci si distacca da una credenza, si tende ad estremizzare in senso opposto. Così io, che ho iniziato come mostrologo “sardista” nel 2011, affascinato dalla storia del bambino sperso di notte nei campi, avendo acquisito ora una visione d’insieme “non sardista”ho maggior difficoltà a interpretare nuovi elementi di conoscenza in maniera neutra, ma cercherò di vedervi solo i dettagli che confermano la mia credenza. Brutta cosa, ma invitabile, temo.

lunedì 1 gennaio 2024

Buoni propositi 2024


Per il 2024 faccio qualche modesto proposito in campo mostrologico.

Ho deciso di accettare la sfida, più volta propostami da Antonio Segnini, a segnalare ed esplicitare quello che non mi convince (o meglio “non quadra”) nella sua ipotesi di Lotti serial killer unico dal 1974 al 1985.




Premetto che la storia raccontata da Segnini nel suo blog, nei suoi video su YouTube e da ultimo nel suo recente volume [“Quando sei con me il Mostro non c’è”] è romanzata, non perché l’autore abbia voluto comporla così, ma per oggettiva mancanza di informazioni sul presunto protagonista. Ora, se un romanzo è ben costruito, e quello di Segnini indubbiamente lo è, è difficile trovare dei punti deboli nella trama, soprattutto quando di un personaggio si conosce piuttosto poco. Faccio due esempi, relativi alle opere del grande romanziere francese Alexandre Dumas. “I tre moschettieri” è un romanzo di fantasia inserito in un’ambientazione storica. I personaggi (Anna d’Austria, il duca di Buckingham e anche d‘Artagnan) sono persone realmente vissute, gli avvenimenti hanno maggiore o minore riscontro nei libri di storia (l’assedio di La Rochelle,lo scandalo dei diamanti). Intorno a questo nucleo di realtà, Dumas intesse una meravigliosa storia d’avventura e amore; per quanto non è storico, subentra la “suspension of disbelief” del lettore, aiutata dalla maestria dell’autore. “La regina Margot” sempre di Dumas è un romanzo bellissimo e - a mio parere - sottovalutato: anche qui i protagonisti sono personaggi storici (Margherita di Valois e i suoi fratelli, Caterina de’ Medici, Enrico di Borbone e anche il protagonista principale, il meno conosciuto conte de La Môle) e gli avvenimenti sono tristemente noti (le nozze vermiglie di Enrico e Margherita e la concomitante notte di San Bartolomeo). Anche qui, il nucleo è storico, l’intreccio avventuroso/amoroso e la sovrastruttura sono dell’autore.

Allo stesso modo dei romanzi che ho citato, l’ipotesi di Segnini non è falsificabile. Come non si può dimostrare che d’Artagnan non abbia partecipato al recupero dei diamanti della regina, così non si può dimostrare che Lotti non sia il Mostro di Firenze. E come dimostrare che non sia davvero esistita un’affascinante e perfida dama soprannominata Milady, visto che un personaggio dello stesso cognome (de Winter) è attestato in altre fonti narrative? Tuttavia, è chiaro che l’intreccio è opera esclusiva dell’autore. Bisogna quindi ragionare in termini di minore o maggiore plausibilità; è possibile delineare una ricostruzione del personaggio Lotti che sia più lineare, più semplice, in una parola più verosimile di quella di Segnini? A mio parere essa esiste e ne ho parlato spesso in queste pagine: in breve, si tratta di Lotti falso testimone, estraneo alla vicenda, ma portato a confessare con il miraggio di non finire in carcere a far compagnia a Pacciani. In questo senso potrei rivolgere a Segnini l’opposta domanda: cosa non gli quadra in questa ricostruzione di cui ho scritto ad abundantiam? Sono consapevole che esiste qualche crux  (la prima confessione di Pucci, la piazzola di Vicchio), ma ne parleremo con tutta calma e a tempo debito. Quindi metto in cantiere ufficialmente un saggio ispirato al Contra Celsum di Origene a confutazione delle false credenze su Lotti.

 

Altri propositi sono la visione del lunghissimo film di Francis Trinipet (credo sia solo il primo di una serie) la cui creatività artistica e documentaria ho sempre apprezzato. E come penitenza per  miei peccati l’ascolto dei post a libero accesso di Marco Aufiero, perché conoscere le argomentazioni degli avversari è sempre necessario.

 

I moltissimi mostrologi che non ho citato mi perdonino, ma oltre alla storia del MdF ho tanti altri interessi, il tempo è poco e l’età avanza.  Buon 2024 a belli e brutti!


Nota: mi sembra che recentemente Blogger abbia problemi ad accettare commenti se non inviati attraverso il browser Chrome. Chi trova difficoltà può comunque commentare sulla pagina FB dedicata: https://www.facebook.com/profile.php?id=100042219083689

giovedì 21 dicembre 2023

Psicologia della testimonianza

 

Le Consulenze tecniche del Prof. Sartori per il processo di revisione della Strage di Erba

A 17 anni dalla Strage di Erba e a 12 dalla condanna definitiva all'ergastolo, la vicenda processuale di Olindo Romano e Rosa Bazzi torna di attualità grazie ad una duplice richiesta di revisione in questi giorni all'esame della Corte d'Appello di Brescia. Da una parte un alto magistrato, il sostituto procuratore di Milano Cuno Tarfusser, dall'altra i difensori dei due condannati hanno chiesto di riesaminare le prove e rivedere la condanna per Olindo e Rosa. Esaminando la voluminosa perizia della difesa, coordinata dal professor Giuseppe Sartori, direttore del master di Neuropsicologia Forense dell'Università di Padova e sviluppata da 15 tra professori ed esperti di materie criminologiche, Speciale Tg1 ha realizzato: "Olindo e Rosa colpevoli imperfetti?" di Alessandro Gaeta, montaggio di Stefano Carpagnano. Concludono il reportage le rivelazioni di uno spacciatore tunisino e di un ex carabiniere che ha partecipato alle indagini.

https://www.raiplay.it/video/2023/12/Speciale-Tg1-a57adf01-50ec-4bb6-b255-29b6b94f48cd.html?wt_mc=2.app.cpy.raiplay_prg_Speciale+Tg1.&wt

 


Questo post potrebbe sembrare fuori argomento nel mio blog, ma non lo è del tutto. Lungi da me il voler ficcare il naso nella storia giudiziaria della strage di Erba, di cui so poco o nulla, ma alcune osservazioni fatte dagli esperti nel corso del programma in tema di: false confessioni, suggestionabilità dei soggetti con ritardo mentale, pressioni degli inquirenti, promesse incautamente fatte agli imputati, insorgere di falsi ricordi creduti veri si attagliano molto bene a personaggi e fatti della vicenda che qui ci occupa. I nomi di Stefano Mele, Pucci, Lotti, Ghiribelli non possono non venire alla mente.

Ricordo, anche en passant, le indagini sul caso Marta Russo, nel corso delle quali una testimone confidò telefonicamente a un amico: “E questi (ndr: si intende polizia giudiziaria e Pubblico Ministero) fino alle cinque del mattino hanno voluto assolutamente che dal subconscio... veramente dall’ano proprio del cervello, mi venisse in mente qualche faccia, qualche immagine...” ((da “Marta Russo. Di sicuro c’è solo che è morta” di Vittorio Pezzuto, pag. 81). Ma ohimé, sembra chiaro che dall’ano del cervello possano provenire solo ricordi, come dire, inquinati.

 

Qui il link alla pagina del prof. Sartori:  https://www.testimonianzapenale.com/

 

lunedì 18 dicembre 2023

Reimarus e l'ipotesi di Carlo Palego


 

Per favorirne la leggibilità ho riunito in un unico post alcuni recenti commenti inviatimi dal lettore che si firma “Reimarus”e concernenti l’ipotesi avanzata sui social e - a quanto ne so - in pubblici convegni, da Carlo Palego.

Il testo che segue è attribuibile in toto a Reimarus e sono intervenuto solo per scrivere in chiaro i nomi di diversi protagonisti, non ritenendo che nello scritto si possa ravvisare alcun contenuto diffamatorio nei confronti dei nominati.

Per quanto mi concerne, non ho intenzione di intervenire sulla teoria generale di Palego,sia per mancanza di competenza che di interesse. Tuttavia alcuni specifici aspetti possono essere, a mio giudizio, meritevoli di discussione e commento.

Spero di non dispiacere all’estensore di questi commenti e auguro buona lettura.

 

 Chiedo venia, ma leggo solo ora della richiesta che l'Autore del blog mi ha rivolto il 21 novembre. Debbo dire che, interessandomi alla materia solo da poco tempo e avendone una conoscenza enormemente inferiore a quella di appassionati che hanno letto una quantità di documenti, e un livello di coinvolgimento non paragonabile al loro, alcune supposizioni hanno ancora il potere di stupirmi. E' il caso di chi ha ipotizzato che lo scrivente sia un "alter ego" dell'Autore di questo blog ed anche il caso di chi, a quanto pare, sembra ritenere che lo scrivente abbia in materia prodotto altro oltre agli interventi su questo blog. Non è così e, se a ciò non si credesse, non so che cosa farci.

Il mio approccio alla vicenda è condizionato da un atteggiamento pregiudiziale che mi spinge a vederla come un caso catalogabile tra "inganni e imbrogli del Potere" (intesi in senso lato, tale da includere non necessariamente condotte dolose, ma anche condotte non esenti da colpa grave). Questo atteggiamento pregiudiziale è stato instillato dalla conoscenza (tramite letture) di vicende giudiziarie classificabili nella categoria delle "montature", da quelle a danno degli anarchici per le bombe sui treni e per la strage di piazza Fontana, a storie siciliane come quella dei carabinieri uccisi ad Alcamo Marina (non molto nota e rievocata nel libro edito da Chiarelettere "Alkamar" - una lettura allucinante) e l'altra relativa al "caso Scarantino", con la falsa pista creata e perseguita in ordine alla strage Borsellino, ed altre ancora (un altro caso è quello rievocato nel libro di Pablo Trincia "Veleno": un protagonista negativo di quell'incredibile e assolutamente inquietante vicenda ha potuto non da molto godere dell'assoluzione in appello).

Intendiamoci, per quanto riguarda il Mdf il "movente" dell'investimento di credibilità in soggetti che non la meritavano sta, per quanto - a mio avviso - si può dire allo stato delle conoscenze, semplicemente nella necessità di evitare un enorme danno reputazionale ad alcuni investigatori e ad alcuni magistrati inquirenti, nonché il connesso danno d'immagine alla "Giustizia" italiana, che non aveva certo bisogno di un altro caso Tortora. Un merito che riconosco all'approccio di uno studioso della vicenda che da una paio d'anni circa a questa parte vuol cercare di <<strappare la maschera al Mdf>> è quello di aver portato l'attenzione su alcuni aspetti che possono talora non ricevere la debita attenzione, anche per un senso di riverenza verso le autorità costituite e probabilmente anche per il timore di possibili reazioni ex art. 595 c.p.: così l'influenzabilità di magistrati da parte delle FF.OO., l’”affidabilità dei consulenti tecnici, la permeabilità degli uffici giudiziari anche a livello dei loro archivi correnti, eccetera.

Se, infine, l'Autore del blog mi consente un'ulteriore considerazione, banale ma non immeritevole di formulazione, la vicenda dei processi per i delitti cosiddetti del MdF è altresì una riprova del carattere "di classe" della giustizia penale. L'intellettuale Adriano Sofri con i suoi coimputati per l'uccisione di Luigi Calabresi ha visto una doppia sentenza conforme di condanna annullata dalle Sezioni Unite Penali della Cassazione per un insufficiente vaglio dell'attendibilità del "pentito" Leonardo Marino, un personaggio decisamente più credibile di Pucci e Lotti; nella stessa vicenda è poi stato concesso anche un giudizio di revisione. Per quanto anche in tal caso la condanna sia passata in giudicato, non può non colpire la diversità di trattamento, con reiterati dubbi a fronte di un accusatore ben più attendibile. Si pensi anche alla revisione concessa a Massimo Carlotto per l'assassinio di Margherita Magello e terminata con la conferma della condanna solo dopo una rocambolesca vicenda processuale. Non può stupire che si sia ritenuto non meritevole di altrettanti riguardi un modestissimo pensionato delle Poste, debitamente marchiato con lo stigma di condotte sessuali devianti.

Se si vuol provare a farsi un'idea di certi scenari, può essere utile il ragionamento per analogia. Ad esempio, si sa delle discrete pressioni esercitate su Sabrina Carmignani perché rendesse dichiarazioni che collocassero Vanni in circostanze di tempo e di luogo tali da far sospettare una partecipazione del postino al duplice omicidio degli Scopeti. Ci si può ben immaginare che, con un soggetto che prometteva di essere ben più determinante della Carmignani e anche più malleabile, come Giancarlo Lotti, gli inquirenti siano ricorsi a strategie volte a fargli rendere le dichiarazioni desiderate. Un ovvio indizio in tal senso è rappresentato dalla nota conversazione telefonica intercettata tra Lotti e Filippa Nicoletti e dalla rappresentazione che Lotti vi fa dell'operato degli inquirenti nei suoi riguardi (conversazione che Lotti significativamente a dibattimento volle sminuire o meglio smentire, e che nella motivazione della sentenza d'appello nel processo ai CdM è puramente e semplicemente, senza che di ciò si dia alcuna ragione e in difformità dal senso letterale delle parole, interpretata all'incontrario, come una sorta di dichiarazione confessoria da parte di Lotti). Comunque, a mio avviso, benché sia legittimo e opportuno che, in sede di ricostruzione storica, si avanzino ipotesi anche su questo aspetto, sul piano della valutazione critica delle risultanze giudiziarie il discorso si chiude dopo il rilievo dell'inverosimiglianza di quanto dichiarato, non potendo porsi a carico di chi non creda in dichiarazioni inverosimili l'onere di dimostrare quale sia stata la genesi di quelle dichiarazioni, ovvero come esse siano venute fuori.

Per il principio indicato come "rasoio di Occam", una delle cui formulazioni è "frustra fit per plura quod potest fieri per pauciora", ritengo che in prima battuta l'ipotesi più probabile sia quella di un unico autore dei duplici omicidi quantomeno dal 1974 sino al 1985. L'analisi critica dei processi che si tennero fra 1994 e 2000 porta a concludere che lo stesso non sia alcuno degli imputati in tali processi. Ciò premesso, i rilievi di Carlo Palego. hanno, a mio avviso, una loro utilità in quanto evidenziano errori e lacune dell'attività d'indagine, al di là dell'interpretazione che ne dà Palego come frutto d'intenzionale depistaggio. L'interessante notazione per la quale un giudice che si occupò delle indagini su alcuni di questi delitti sarebbe stato, in buona sostanza, succube delle indicazioni investigative provenienti dai CC, con avvio della "pista sarda" poi archiviata nel 1989, porta alla mente un altro caso in cui "l'intuizione" degli inquirenti delle FF.OO., certamente non sospettabile di intenzione depistante, portò le indagini in un vicolo cieco, addirittura in quel caso prevalendo su una diversa opinione della magistratura. Si tratta del caso noto come "delitto della Cattolica, l'uccisione di una giovane donna, Simonetta Ferrero, in un bagno femminile dell'Università Cattolica di Milano nella tarda mattinata di sabato 24 luglio 1971. Da un ottimo studio di Alberto Miatello reperibile in rete si evince un particolare che le ricostruzioni della vicenda per lo più non menzionano: il giudice che per primo si occupò delle indagini su questo delitto riteneva che il colpevole andasse ricercato tra i quattro operai che stavano effettuando lavori nel piano inferiore a quello in cui si trovava il bagno in cui fu commesso l'omicidio, ma su tale sua opinione prevalse quella degli investigatori delle FF.OO., fermi nel ritenere che il responsabile fosse qualche palese "fuori di testa", con conseguente abbandono immediato della pista che puntava sui predetti operai e impegno totalitario delle indagini in una "pesca a strascico" di personaggi "strani" che non approdò a nulla. Nel suo articolo/saggio sul delitto in questione, Miatello delinea una scenario quantomai banale e plausibile circa la dinamica e dimostra come l'ipotesi di gran lunga più probabile (egli la ritiene pressoché certa) sia quella originariamente formulata dal magistrato che primo si occupò della vicenda. Tenendo conto del fatto che, da alcuni rilievi sulla scena del crimine, si ricava che l'omicida aveva un'altezza certamente superiore a m. 1,80 e di "almeno 1 metro e 85" (così un funzionario della Polizia Scientifica, in una trasmissione di Lucarelli dedicata al caso), all'epoca, come ancora oggi, ben superiore a quella media della popolazione maschile italiana, e che l'omicida, grondante sangue dopo aver accoltellato decine di volte la vittima, doveva necessariamente disporre della possibilità di un ricambio a sua immediata disposizione, la soluzione di questo "mistero italiano" parrebbe essere stata a portata di mano, ma le FF.OO. la pensavano diversamente....

Per quanto riguarda, poi, la supposta stranezza della conservazione di reperti che avrebbero dovuto essere distrutti dopo il passaggio in giudicato della sentenza di condanna di Stefano Mele - altro elemento sul quale, tra gli altri, insiste Carlo Palego - non si può che rimandare (in tema di "irregolarità" della burocrazia giudiziaria italiana) alla lettura dell'articolo "Gli audio degli amici di Riina sono ancora qui" sul "Fatto Quotidiano" di oggi (nota: 9 dicembre 2023) alle pagg. 8-9, dal quale si evince che bobine che avrebbero dovuto essere tassativamente smagnetizzate nel 1997, con distruzione dei relativi brogliacci, ancora oggi, un quarto di secolo dopo, sono conservate con i relativi brogliacci (v. risposta dell'ex PM Gioacchino Natoli al giornalista Giuseppe Pipitone, a pag. 9).

Un altro caso è quello che è emerso in seguito alla rivisitazione delle indagini e dei processi sul fatto criminoso noto come "strage di Erba", per la quale è stata condannata in via definitiva una coppia di coniugi: nella recentissima pubblicazione di Monteleone-Priano "Erba", a pag. 199, si menziona "il quadro impietoso che emerge dalla relazione del Ministero della Giustizia e che sostanzialmente descrive il tribunale di Como, in particolare il suo ufficio corpi di reato, come un "porto di mare": reperti spariti, catene di custodia non documentate, una schizofrenica interpretazione delle linee guida sulla distruzione dei reperti per fare spazio negli scaffali".

Per quanto riguarda la partecipazione del G.I. Vincenzo Tricomi alla nascita della “pista sarda”, Palego afferma piuttosto apoditticamente il punto nel corso (la prima volta durante il minuto 55) del lungo video in https://www.youtube.com/watch?v=UfxREtr7rPs&t=2595s 
Nei commenti al video sopra linkato, ad un utente (angelosacco) che gli chiede conto dell'asserzione concernente la malleabilità del Tricomi, Palego risponde che questi "era conosciutissimo sia da Mannucci Benincasa che da Dell'Amico, su questo esistono documenti. Era uno poco acuto, di corta memoria (dimostrabilissimo), che si atteneva strettamente a ciò che gli diceva la propria funzione di PG senza mai prendere iniziative autonome (come invece la Della Monica aveva dimostrato di saper fare). Questo ovviamente non è certificato in documenti ufficiali. Tuttavia i fatti del 1982 confermano in pieno questo". Carlo Palego afferma che la Della Monica chiese, anche per iscritto, che le fosse trasmesso l'anonimo che richiamava il duplice omicidio del 1968 (sul presupposto che potesse essere stato spedito dal MdF), ma che non l'ebbe mai; egli ritiene, se ho ben inteso, che l'anonimo in questione semplicemente non sia mai esistito. Palego inoltre ritiene, come egli riepiloga nella risposta all'utente angelosacco nei commenti al video sopra linkato, che dal fascicolo relativo al processo per il duplice omicidio Locci-Lo Bianco siano stati fatti sparire i rilievi fotografici relativi ai reperti balistici esaminati nel 1968 da Zuntini e che il c.t. Ignazio Spampinato fosse ben consapevole che i reperti balistici ritrovati a Firenze nel 1982 avessero caratteristiche non compatibili con quelle descritte nella perizia Zuntini del 1968 relativa al duplice omicidio di Signa e che, in accordo con ufficiali dei CC, si decise "di sorvolare (cioè di non lasciare carte) su quel confronto" (la discrasia - afferma Palego - passò inosservata in seguito anche perché nessuno si è poi posto "il problema della verifica della provenienza dei reperti ritrovati a Firenze", per i quali - asserisce Palego - manca una catena di tracciamento che li riconduca con certezza al duplice omicidio del 1968 (secondo lui quei reperti sarebbero infatti stati infilati nel fascicolo del processo per il duplice omicidio del 1968 da o su mandato di ufficiali dei CC e non risalivano alla scena del crimine dell'epoca). Nel settantaquattresimo-settantacinquesimo minuto della sua allocuzione sopra linkata, Palego, polemizzando contro innominati mostrologi, invoca il "rasoio di Occam" e afferma che la vicenda del Mdf "ha bisogno di semplificazioni, non di astrusi ragionamenti".