giovedì 8 agosto 2024

La datazione del duplice omicidio degli Scopeti: un inquadramento storico.

I dubbi sulla esatta datazione dell’ultimo duplice omicidio attribuito al Mostro di Firenze (settembre 1985, piazzola di Scopeti in comune di San Casciano) iniziarono fin da subito - e a dire il vero permangono alla data odierna. Il perché l’esatta datazione del delitto sia qualcosa di più che una quisquilia da “mostrologi” topi di biblioteca verrà spiegato alla fine dell’articolo. Procediamo ora con una cronistoria dei pareri, scientifici e non.

Su La Nazione del 10 settembre, ossia il giorno dopo il ritrovamento dei cadaveri, il titolo dell’articolo di Mario Spezi era già: “Trovati 20 ore dopo il delitto” [Nota 1. Il calcolo non è comunque corretto, poiché i cadaveri furono rinvenuti intorno alle ore 14 del lunedì 9 settembre e andando all’indietro di 20 ore si arriva all’improbabile orario delle 18 di domenica]; mentre nella stessa data, nella pagina precedente, il prof. Maurri, che aveva eseguito le autopsie in tutti i casi precedenti a partire dal 1974, dichiarava al giornalista Giovanni Morandi, che gli chiedeva quando i giovani fossero stati uccisi: “Non possiamo dirlo con certezza. La temperatura esterna e quella interna alla tenda sono diverse. Sbagliare di 12-20 ore su 60 è facile in queste condizioni. Forse sono stati uccisi nella notte tra il sabato e la domenica, forse nella notte tra domenica e lunedì” [Nota 2. Analoga la dichiarazione riportata dal corrispondente de “La Città”, il secondo quotidiano fiorentino]. Il giorno successivo, 11 settembre, Morandi doveva aver ricevuto altri e diversi input dagli inquirenti; infatti, in una ricostruzione generale del viaggio di Jean-Michel e Nadine fino alla notte dell’omicidio situava il delitto alla notte della domenica; e aggiungeva significativamente: “prima di mezzanotte, forse verso le 23”. In pari data, “La Città” attribuiva la sicura datazione allo stesso Maurri, che al giornalista Maurizio Di Mauro aveva detto: “Sono morti la notte tra domenica e lunedì. Su questo non vi sono dubbi”. L’assonanza tra queste dichiarazioni alla stampa e l’esito definitivo delle autopsia potrebbe far pensare che la decisione fosse stata già presa. Cosa fosse intervenuto tra il 9 e il 10 settembre per far propendere l’illustre luminare della medicina legale fiorentina per la data più tarda non è ben chiaro; tanto più che la perizia della vittima maschile doveva ancora essere eseguita [Nota 3. L’autopsia su Jean-Michel sarà eseguita nella mattina del giorno 11 settembre; e il cadavere della donna, l’unico in quel momento già sottoposto ad autopsia, era quello che mostrava i più avanzati segni di decomposizione e che non sarà utilizzato per stabilire il momento del decesso!].

Discordante il parere del prof. De Fazio e della sua equipe di criminologi, che nella sua relazione sul delitto di Scopeti [Nota 4. La copia in mio possesso non è datata] scriveva alla committente Procura di Firenze: “(...) sulla base dei riscontri tanatologici, l’epoca della morte è risultata collocabile nella notte tra il 7 e l’8 settembre (sabato/domenica)” purtroppo in modo apodittico, già dall’intitolazione del documento, senza motivare il suo dissenso dalla data stabilita dall’équipe Maurri. A quanto si legge sui giornali dell’epoca, De Fazio, medico legale, era arrivato in ritardo sulla scena del crimine, ma aveva comunque potuto esaminare i cadaveri, insieme al prof. Maurri, prima della rimozione e aveva, almeno in parte, assistito alle operazioni necroscopiche [Nota 5. Come da lui stesso dichiarato in aula, ad esempio nell’udienza del 11 gennaio 1998 al processo “Compagni di Merende”. Il lettore interessato al tema potrà farsi un’idea del grottesco e paradossale voltafaccia dei periti, che nel corso dei due processi (Pacciani e Compagni di Merende) avvenne su questo e altro, compulsando con attenzione la trascrizione dell’intera udienza, reperibile sul sito “Insufficienza di Prove”; a giudizio di chi scrive, uno spettacolo riprovevole. Ma si veda anche infra].


 

Vediamo allora in breve, senza scendere in questa sede in tecnicismi superflui, l’esito delle perizie autoptiche sulle vittime. I periti premettevano alle loro conclusioni che “un parere circa l’epoca della morte non può avere valore apodittico né di assoluta precisione e che anzi, pur nella corretta considerazione di tutti gli elementi a disposizione, errori in difetto o in eccesso sono sempre possibili e tanto maggiori quanto più lungo è il tempo trascorso dal momento presuntivo della morte a quello dell’esame del cadavere”. Successivamente, spiegavano di essersi basati per la valutazione tanatologica sulle condizioni del cadavere dell’uomo, in quanto la vittima femminile, rimasta nell’ambiente surriscaldato della tenda ed esposta all’azione della fauna cadaverica, presentava un’evoluzione anomala (nel senso di “sicuramente più rapida”) della putrefazione; il che è un argomento che sembra di buon senso, se non che, ai giornali fiorentini, Maurri aveva già genericamente parlato di “cadaveri (plurale) quasi illeggibili perché in avanzato stato di decomposizione”, ovvero senza distinguere tra vittima femminile e vittima maschile (e si veda anche la precedente Nota 3). In conclusione, forti del rilievo di un mancato intervento della fauna cadaverica sul corpo di Jean-Michel, [Nota 6: Lascia allora perplessi, in altra parte della perizia, l’annotazione che alla mezzanotte, all’Istituto di Medicina Legale, si osserva “un’iniziale deposizione e schiusura di larve di mosca”, come se le mosche carnarie fossero libere di svolazzare all’interno dei locali deputati alla conservazione dei cadaveri. Sembrerebbe più probabile che le uova fossero state deposte in loco e non rilevate nel primo sopralluogo] concludevano che “è probabile che il decesso dei due francesi sia da collocarsi nettamente prima della mezzanotte fra domenica e lunedì. In altre parole, al momento del primo sopralluogo medico-legale si ritiene che fossero passate 16-18 ore dalla morte di entrambe le persone”; considerando come orario del primo sopralluogo le ore 17 di lunedì 9, si risale quindi, con grande precisione, al periodo tra le 23 di domenica all’una di notte del lunedì. Questa perizia medico-legale, a firma Maurri, Bonelli e Cafaro, è tuttora nota ai non addetti ai lavori solo parzialmente e ha dato adito, in tempi recenti e sui social, a numerose polemiche che hanno segnalato apparenti incongruenze, con riguardo all’interpretazione discordante di dati tanatologici, quali il momento della risoluzione del rigor mortis sulla vittima maschile [Nota 7. Polemiche in cui non entriamo per ignoranza della materia. Per un’analisi nel dettaglio, si vedano “Delitto degli Scopeti. Giustizia mancata”, di Adriani, Cappelletti, Maugeri, ed. Ibiskos-Ulivieri e per la documentazione disponibile online il sito “Mostro di Firenze. Un caso ancora aperto” alla pagina https://www.mostrodifirenze.com/1985/09/11/10-11-settembre-1985-perizia-autoptica-di-nadine-mauriot-e-jean-michel-kraveichvili/]. Questa datazione, peraltro, era anche una conferma scientifica di quanto risultato dalle indagini, poiché la vittima femminile era stata riconosciuta dal suocero del gestore della pensione “Ponte degli Scopeti” per aver consumato un’acqua brillante al bar la mattina di domenica 8 settembre; il che, presumendo la certezza del riconoscimento, poneva con sicurezza il termine post quem del delitto in un momento successivo alle ore 11 di quella giornata. E’ pur vero che le, invero vaghe, dichiarazioni dei gestori erano state raccolte ufficialmente solo il 12 settembre dai CC della Stazione di Impruneta. E a tal proposito, ponendosi nella situazione di dubbio sistematico nella quale sempre deve situarsi, per principio, lo storico, si potrebbero ipotizzare due scenari. Il primo, che vi sia stata un’anticipazione informale che possa aver indebitamente influenzato l’esito della perizia: sapendo che le vittime erano al bar la domenica mattina, non potevano essere state uccise prima della domenica sera. Il secondo, che la previa diffusione giornalistica del parere di Maurri orientato sulla domenica sera come data del delitto, abbia convinto i testimoni, inizialmente dubbiosi, di veramente aver visto la coppia francese. Si tratta di illazioni qui formulate senza nessuna pretesa di verità. La terza ipotesi, che non si può per ora scartare, è ovviamente che sia Maurri che i testimoni ci abbiano visto giusto, i ragazzi erano vivi la domenica mattina e tutto è andato secondo quanto emerso dai processi.

Dal nostro punto di vista di osservatori non specialisti, può essere interessante notare che il risultato della perizia non fu forse del tutto condiviso già all’epoca nell’ambito dell’istituto di Medicina Legale. Infatti, su “La Nazione” (28 dicembre 1985) un articolo di Mario Del Gamba, nel dare la notizia del deposito della perizia autoptica, dopo aver ricostruito quella che sarebbe poi diventata la versione ufficiale del delitto, riferiva: “Un unico dubbio da parte dei periti riguarda il giorno del delitto. Si ritiene che sia avvenuto nella notte tra l’8 e il 9 settembre, probabilmente prima della mezzanotte, ma non è esclusa, anche se giudicata meno probabile, la possibilità che sia stato compiuto la notte tra il 7 e l’8”. [Nota 8. Questa incertezza di fondo è stata confermata, molti anni dopo, dal prof Marello, dell’istituto di medicina legale di Firenze, non firmatario della perizia autoptica, il quale riferisce che “ci fu una grande discussione non soltanto tra i periti, ma anche tra noi della medicina legale. L’aver attribuito la morte alla domenica fu una spinta del prof. Maurri, che era il più esperto tra di noi e ha avuto l’ultima parola in proposito …”; si veda Mostro di Firenze – Al di là di ogni ragionevole dubbio di Cochi – Bruno – Cappelletti, pag. 259].


 

Un altro parere discordante venne dato qualche mese dopo dal colonnello dei Carabinieri Nunziato Torrisi, all’interno del suo Rapporto Giudiziario del 22 aprile 1986, con il quale individuava Salvatore Vinci come autore di tutti i delitti dal 1968 al 1985. Nel Rapporto il colonnello osservava, pur ammettendo di non essersi trovato sul posto e di basarsi solo su rilievi fotografici, che lo stato dei cadaveri indicava piuttosto come data del delitto la notte del sabato senza neppure escludere quella del venerdì. E’ da tener presente, in tutti i casi, che la spinosa questione dei controversi alibi di Salvatore Vinci potrebbe aver indirizzato l’investigatore verso questa valutazione critica della versione ufficiale. Ispirato dal lavoro investigativo di Torrisi, il giudice Rotella nella sua sentenza del 1989, scriveva che dell’alibi di Salvatore Vinci “non mette conto di parlarne, per la ragione semplicissima che non si è in grado di stabilire con certezza l'ora e nemmeno il giorno esatto della consumazione (sabato o domenica) (scil. del delitto di Scopeti)”. E’ peraltro sorprendente che Torrisi, nel formulare le sue ipotesi, non tenesse in alcun conto le testimonianze dei gestori del bar sopra accennate e che dovevano essergli ben note.

La questione tornò a essere di attualità nel corso del processo in Corte di Assise contro Pietro Pacciani; ma il prof. Maurri non poté che confermare le conclusioni raggiunte a suo tempo. Una possibile disamina più accurata in aula venne di fatto impedita dalle discussioni tra il Presidente Ognibene, l’avvocato Bevacqua e il P.M. Canessa. Anche se Pietro Pacciani non aveva alcun alibi valido neppure per le notti del 6 e 7 settembre [Nota 9. Come risultava dalle SIT del 19 settembre 1985, contrariamente a leggende diffuse su mezzi di informazione e social molto tempo dopo], all’accusa faceva gioco confermare la data di domenica 8, in quanto il teste Lorenzo Nesi affermava di aver visto l’imputato passare in auto su via degli Scopeti proprio in quel torno di tempo. La difesa tentò di far sorgere nella giuria dubbi sull’effettiva data, ma in modo inefficace, senza presentare proprie consulenze a carattere scientifico, tanto che nella sentenza venne affrontato in realtà soltanto il problema del giorno di spedizione della nota lettera con il lembo di seno a Silvia Della Monica e non si mise in discussione la datazione ormai consolidata del delitto, accogliendo in toto le argomentazioni svolte nella perizia autoptica e basandosi sulle testimonianze già ricordate.

Nei motivi di appello, l’avv. Bevacqua ripropose il dubbio sulla data dell’ultimo duplice omicidio, ma sempre basandosi sulla indicazione (sabato 7 settembre) data dall’equipe De Fazio e sottolineando l’incertezza della prima testimonianza dei gestori della pensione “Ponte agli Scopeti”. La Corte, pur assolvendo Pacciani, con una sentenza poi annullata dalla Cassazione per tutt’altri motivi, confermò senza approfondimenti la data del delitto alla sera della domenica, ritenendo ragionevolmente più affidabile la valutazione di chi aveva materialmente eseguito l’autopsia e firmato la relazione autoptica rispetto a chi aveva solamente visto i cadaveri e assistito, da esterno, alla necroscopia. Quindi, riassumendo, abbiamo al momento il contrasto tra due pareri scientifici: Maurri che propende per la domenica, De Fazio e alcuni componenti della medicina legale di Firenze che propendono per il sabato; mentre l’unico dato testimoniale preciso orienta per la domenica.

Tuttavia, vi era un particolare che, all’epoca, era sfuggito a quasi tutti. Dobbiamo a questo punto fare un breve passo indietro e introdurre nella trattazione la figura della scrittrice inglese Magdalen Nabb. Scrittrice di gialli, residente da tempo a Firenze e quasi toscana di adozione, la Nabb aveva già pubblicato, sia in inglese che in italiano, una serie di romanzi polizieschi aventi per protagonista il maresciallo dei carabinieri Guarnaccia. Per dare un quadro credibile dell’ambiente e del modo di lavorare dei carabinieri in campo investigativo, la Nabb era entrata in contatto con alti ufficiali dell’Arma, con i quali aveva poi stabilito rapporti di amicizia e confidenza [Nota 10. Il suo dodicesimo libro della serie (Some bitter taste, 2002) reca un esplicito ringraziamento “al Generale Nicolino D’Angelo, per il suo prezioso, consueto aiuto per quanto riguarda l’Arma dei Carabinieri”]. In una serie di interviste ancora reperibili in rete (si veda la pagina web http://italianmysteries.com/nabb-interview-01.html in particolare la parte 8.), la scrittrice spiega la genesi del suo interesse per il caso del Mostro di Firenze, che l’avrebbe portata poi a scrivere un romanzo, sempre con protagonista il maresciallo Guarnaccia, mai tradotto in italiano. Un brano dell’intervista merita di essere citato: “Il Sunday Times a Londra fece un grosso servizio, prima (NdA: Il riferimento è agli anni in cui era in corso l’indagine su Pietro Pacciani antecedente al processo). E la giornalista che lo stava scrivendo venne da me. Molti giornalisti lo fanno quando devono coprire casi criminali, perché sanno che io ho i contatti giusti. La portai a Borgo Ognissanti e la presentai a varie persone. Fece un grosso servizio e tornò di nuovo mentre Pacciani era sotto giudizio per quei crimini, tornò e rivedemmo i detective che avevamo incontrato nella visita precedente; ci furono discussioni sulla data della morte di due vittime. Il fatto che le uova delle mosche si erano schiuse e le larve si nutrivano dei cadaveri suggeriva che l’epoca della morte fosse da situare 24 ore prima di quella ufficiale. (...) Una persona era a giudizio come serial killer e io ero in possesso di informazioni che potevano essere utili alla difesa. Le portai ai suoi avvocati, ma sfortunatamente dissero che conoscevano poco il caso poiché andava così indietro nel tempo [Nota 11. Qui la Nabb si riferisce alla preistoria dell’indagine relativa a Salvatore Vinci, ossia il suicidio - o presunto omicidio - della di lui moglie Barbarina Steri (1960)] e non potevano studiarlo nel poco tempo disponibile. (...) Decisi di fare uso della stampa; diedi le informazioni a un giornalista che seguiva il caso dall’inizio [Nota 12. Si tratta dell’onnipresente Mario Spezi, che a sua volta diede una concordante versione die fatti nel suo romanzo Dolci colline di sangue, dove il personaggio di Ethel nasconde appunto la Nabb] e lui pubblicò una serie di articoli giornalieri durante il processo di appello.” In sostanza, la Nabb, scettica in merito alla colpevolezza di Pacciani, aveva condotto una contro-inchiesta, utilizzando documentazione che le era stata fornita dai carabinieri, l’aveva proposta alla difesa Pacciani e, giacché non era stata utilizzata, l’aveva passata a Mario Spezi, che ne fece un’inchiesta giornalistica, pubblicata sul quotidiano “La Nazione”. 


 

Abbiamo conferma di questa versione da una lettera di Magdalen Nabb, inviata all’avv. Bevacqua in data 6 settembre 1995, nella quale si legge testualmente: “Durante le mie ricerche, svolte con l’aiuto dei carabinieri, sono emersi fatti e documenti che potrebbero risultare molto utili al suo cliente quando il caso va in appello e sono stata consigliata di mettermi in contatto con Lei”. Segue l’indicazione, come referenza, di un ufficiale superiore dei carabinieri di stanza a Borgo Ognissanti. Di più specifico interesse per il tema che stiamo trattando è un fax inviato sempre all’avv. Bevacqua il 29 gennaio 1996. Vi erano allegate 8 pagine tratte dalla “Rivista italiana di medicina legale”, nelle quali si presentava una metodologia di determinazione dell’epoca della morte basata sullo sviluppo medio delle larve di calliphora erithrocephala, avuto riguardo alla temperatura media di esposizione [Nota 13. Erano pagine estratte dall’articolo di Introna  F  Jr., Candeloro  D, Stasi  A M. Determinazione dell'epoca della morte mediante analisi matematica della durata dei cicli di Calliphora erythrocephala . Riv It Med Leg 1991 pag. 567-74. Questi documenti dall’archivio privato di Magdalen Nabb mi sono stati gentilmente forniti dal di lei figlio Liam.

 




 

L’interesse tardivo di Bevacqua era certamente stato destato dalla lettura di una serie di articoli di Spezi, in particolare quello del 23 gennaio, ove il giornalista scriveva: “Basandosi sullo stato del cadavere dell’uomo i periti fanno risalire la morte alla sera precedente, ma ad almeno sedici ore prima. L’allora capo della squadra Antimostro Sandro Federico e il medico legale Mauro Maurri notano che su di lei si sono già formate le larve di mosca carnaria. (...) Siamo tornati all’Istituto di medicina legale e abbiamo posto alcune domande allo stesso dottor Maurri sul ciclo riproduttivo di questo insetto (...)” La risposta di Maurri, come riportata nell’articolo, è che “se la media è di quarantotto ore, il valore minimo, secondo la nostra esperienza, non scende sotto le 36 ore”. Con una risposta di tal tenore, Maurri non si accorgeva di stare smentendo se stesso. Infatti Spezi ne dedusse che il delitto era stato commesso la sera del sabato 7 anziché la domenica 8, per cui le testimonianze (in particolare Nesi) che situavano Pacciani nei pressi di Scopeti la sera di domenica perdevano rilevanza. Erano comunque indicazioni temporali ancora grossolane, come vedremo in seguito. Ad ogni modo, il fax della Nabb arrivò a Bevacqua troppo tardi perché l’entomologia forense potesse entrare da protagonista nel processo di appello; questo almeno sembra potersi dedurre dal fatto che non ve ne è cenno alcuno nella sentenza del giudice Ferri che assolse Pacciani, mentre le trascrizioni delle udienze del processo di appello sono rimaste, per qualche strana ragione, ignote ai più. Resta però chiaro - attraverso l’intervento di Spezi mediato dalla Nabb - che almeno una certa componente dei Carabinieri, ancora nel 1996, continuava a non credere nella colpevolezza di Pacciani [Nota 14. Negli ultimi anni, all’epoca dell’uscita del suo romanzo, Spezi ripeteva questo concetto come un mantra, in ogni intervista] e si serviva, per smontare l’ipotesi processuale portata avanti dalla Procura, degli indizi che portavano a una retrodatazione di Scopeti.



 

 


Di maggior peso fu invece la discussione sul punto nel corso del processo “Vanni più altri”, in quanto il teste Pucci e il correo Lotti avevano situato con esattezza la loro presenza / partecipazione al delitto alla domenica 8 settembre. Contestare vittoriosamente quella data avrebbe significato sconfessare praticamente in toto la loro testimonianza. A ciò si impegnarono gli avvocati incaricati della difesa di Mario Vanni, Filastò e Mazzeo, che, nell’udienza del 6 novembre 1997, controinterrogarono a lungo i medici legali Maurri e Cafaro, facendo rilevare lo stato di avanzata decomposizione dei corpi e il parere opposto dei periti di Modena. Senza alcun successo, poiché la sentenza così si espresse sul punto. “E' da escludere, invece, che l'ora della morte dei due giovani possa risalire alla notte precedente tra sabato e domenica, come hanno affermato, in un'altra perizia collegiale, i periti proff. De Fazio, (...), nell'ambito di un diverso incarico ricevuto a suo tempo (...).Tale tesi non appare infatti condivisibile per due ordini di ragioni: - in primo luogo, perché la loro affermazione e stata fatta in via del tutto incidentale e comunque senza preventive indagini dirette sui cadaveri, come ha specificatamente riconosciuto lo stesso prof. De Fazio all'udienza del 12.1.98, quando ha riferito sul punto: "...nessuno di noi ha esaminato ..il cadavere...Noi assolutamente non abbiamo svolto alcuna indagine diretta sui cadavere ..."; [Nota 15. In udienza il Prof. De Fazio rispose in modo molto evasivo, contraddicendo la sicurezza con cui aveva ipotizzato la data del delitto nella relazione di cui già si è parlato. Su “La Nazione” del 10 settembre 1985, Sandro Bennucci aveva scritto: “ Il professor De Fazio ha esaminato e riesaminato più volte i corpi martoriati, insieme al professor Maurri, il medico legale”] - in secondo luogo, perché i due giovani francesi furono visti in vita la mattina di quella domenica 8 settembre, quando si recarono verso le "ore 11" a far colazione presso un bar poco distante ed esattamente presso il bar della pensione "Ponte agli Scopeti" sito a circa due km da Tavarnuzze, dove consumarono una ricca colazione a base di panini ed affettati, come hanno appunto riferito i testi Borsi Igino e Bonciani Paolo, che li servirono e che, a delitto avvenuto, riferirono subito la circostanza ai Carabinieri, dove si recarono il successivo 12 settembre”. Insomma, prevalse anche in questo processo la prova testimoniale e la valutazione scientifica non venne adeguatamente approfondita, né nel dibattito né nelle motivazioni della sentenza.

Nel presentare i motivi di appello, Filastò ritornò sulla questione della data, richiamando la testimonianza in Corte d’Assise di Sabrina Carmignani, (si veda l’udienza del 30 giugno 1997, sempre su Insufficienza di prove), la quale aveva affermato, essendosi fermata in auto presso la tenda il pomeriggio di domenica, di aver sentito cattivo odore “cioè, più che altro dava l'impressione se c'è qualche animale morto da giorni, ecco, più o meno quello.” Si trattava però di null’altro che dell’impressione, forse anche tardiva, di una testimone (particolare peraltro neppure fatto verbalizzare nell’immediatezza; ma si veda qui l’articolo giornalistico contemporaneo ai fatti, tratto da La Città del 10 settembre 1985) e la Corte ebbe agio di ribattere, in sentenza, che “la testimone (...) nulla ha visto e (...) contrasta in maniera nettissima con le dichiarazioni dei testi Borsi e Bonciani, i quali hanno dichiarato che la domenica mattina 8 settembre servirono un’abbondante colazione ai due turisti francesi che quindi allora erano ancora vivi e vegeti.” In sostanza, la precisa testimonianza visiva prevaleva ovviamente sull’impressione olfattiva e quanto all’analisi scientifica dei dati tanatologici la Corte si richiamava al parere dei medici legali già sentiti in primo grado.



 

Passata in giudicato, nel 2000 con la conferma delle condanne di Vanni e Lotti, la sentenza “Compagni di merende”, Spezi non si diede per vinto e fornì i materiali di cui disponeva al giornalista televisivo Pino Rinaldi, che lavorava per “Chi l’ha visto”. Concentrandosi sugli aspetti medico-legali della faccenda, i due chiesero un parere al prof. Francesco Introna, specialista di entomologia forense dell’Università di Bari [Nota 16. Uno degli autori dell’articolo scientifico che la Nabb aveva inviato a Bevacqua nel gennaio 1996]. Il parere del luminare fu che le larve visibili sulle fotografie del cadavere della donna al momento del primo sopralluogo (ore 17 del lunedì), essendo sia in I che III instar, non potevano essere state deposte sulla salma da meno di 36 ore [Nota 17. In perfetta coincidenza con quanto candidamente aveva ammesso Maurri intervistato da Spezi nel 1996], per cui si risaliva, per la ovodeposizione, alla mattina della domenica 8 e conseguentemente, per il delitto, alla notte tra sabato 7 e domenica 8. Il tutto quindi era da anticiparsi di un giorno, il che costituiva conferma, mediante l’entomologia forense, del parere sintetico dato dall’équipe de Fazio nell’immediatezza del delitto.

Della novità giornalistica approfittarono gli avvocati Filastò (già legale di Vanni) e Marazzita (che era intervenuto con successo al processo di appello contro Pietro Pacciani), i quali l’anno successivo richiesero la revisione del processo contro Vanni (Lotti era nel frattempo morto in carcere), apportando vari argomenti che, a loro dire, non erano stati presi in considerazione dalla Corte, in primo luogo l’esame del quadro cronotanatologico alla luce delle nuove acquisizioni scientifiche dell’entomologia forense, illustrate da una perizia fornita all’uopo dal prof. Introna. La Corte di Appello di Genova, funzionalmente competente, si limitò a osservare che l’istanza non presentava nuove prove, ma soltanto una diversa valutazione di prove già esaminate in dibattimento (le fotografie del cadavere della vittima femminile e la relazione autoptica Maurri- Bonelli - Cafaro) e che pertanto non vi erano gli estremi previsti dalla norma per una revisione del giudicato. E in effetti le larve di mosca erano state viste e descritte nella perizia del 1985, senza però trarne particolari deduzioni in merito all’epoca della morte, forse perché l’applicazione in Italia della particolare disciplina era agli esordi.


 

Dopo il 2003 la questione rimase dormiente per lunghi anni finché, nel 2015, il documentarista Paolo Cochi portò a termine un’inchiesta che riportava il parere di vari medici legali ed entomologi forensi, ai quali aveva sottoposto le foto di ambedue i cadaveri tratte dai fascicoli della polizia scientifica. [Nota 18. Inchiesta condensata poi in un reportage televisivo diffuso online,Scopeti -l’ultimo delitto del mostro, e in un volume, Al di là di ogni ragionevole dubbio (di più autori) Enigma Edizioni 2016, poi con autore unico e stesso titolo per Runa Edtrice 2020] Due entomologi e tre medici legali interpellati [Nota 19. Rispettivamente i medici legali Giorgio Bolino, Carlo Campobasso, Antonio Osculati e gli entomologi Carlo Vanin e Simonetta Lambiase; inoltre Giovanni Marello, già citato. Una più dettagliata analisi della questione si può leggere nel blog “Calibro 22” all’indirizzo: http://calibro22.blogspot.com/2015/06/ultima-fermata-scopeti.html. Rimando inoltre al mio articolo “Mosche a Scopeti” (http://mostrodifirenzevolumei.blogspot.com/2015/10/mosche-scopeti-1.html e pagg. seguenti, ottobre 2015, su questo blog], avendo esaminato le foto dei cadaveri mostrate dal documentarista, concordarono che era impossibile che al momento del sopralluogo fossero passate solo 18 ore dal decesso, come afferma la versione ufficiale. Di contro, diamo atto del parere avverso della entomologa Denise Gemmellaro, che in una recente intervista concessa al canale YouTube “Le notti del Mostro”, reperibile online, si è dimostrata scettica sulla possibilità di definire esattamente lo stadio evolutivo delle larve basandosi solo su reperti fotografici. Come noto a chi ha seguito la vicenda, vi sono mosche che depongono larve vive anziché uova, il che abbrevia notevolmente il ciclo di sviluppo. Ma nella stessa intervista, la Gemellaro afferma: “io magari, vedendo magari centinaia di larve al giorno, posso magari avere un’idea, perché ormai l’ho vista, la conosco, ok, questa è sicuramente una L3 (NdA: L3 è equivalente a Instar III)”. Quindi, a parere della dottoressa, sarebbe possibile a un entomologo forense fornire un parere esperto, non avente valore giudiziario, sullo sviluppo di larve viste in fotografia; ed è proprio quello che hanno fatto gli specialisti intervistati da Paolo Cochi. Insomma, sembra chiaro che nel 1985 non ci fu alcuna valutazione entomologica dei cadaveri, il che rende la situazione irrecuperabile dal punto di vista giudiziario, ma comunque suscettibile di diverse interpretazioni quando si affronta la ricostruzione storica dell’accaduto.

Oltre alla valutazione scientifica, vi sono altre considerazioni di buon senso, che elenchiamo ora brevemente, seguendo fondamentalmente il seminale volume già citato di Adriani e Cappelletti, e che possono indurre a dubitare della data del delitto e, conseguentemente, della veracità della testimonianza di Lotti e Pucci.

In primo luogo, posto che un testimone vide i due giovani piantare la loro tenda nella piazzola degli Scopeti nel primo pomeriggio di venerdì 6, non sappiamo immaginare cosa li avrebbe indotti a rimanere in loco per due giorni e mezzo e per di più rimanendo chiusi in tenda o aggirandosi a piedi per la campagna sia il sabato mattina che la domenica pomeriggio. E’ singolare infatti che più testimoni abbiano visto la tenda e l’auto nella stessa posizione in due diverse occasioni e sempre senza traccia degli occupanti. O meglio, vi è un particolare inquietante: la teste Sabrina Carmignani, intervistata dal corrispondente de La Nazione il giorno 11 settembre, aveva detto di aver intravisto all’interno della tenda “la forma di una persona sdraiata, forse addormentata”; sensazione riferita anche alla P.G. nel SIT del giorno precedente. Non venne verbalizzato invece il “cattivo odore di animale morto da tempo” di cui la teste parlerà al processo ai Compagni di Merende. In compenso, è lo scopritore del delitto, Luca Santucci, che verso le due del pomeriggio, in prossimità del cadavere di Jean-Michel nota un forte ronzio di mosche e avverte un cattivo odore che gli fa pensare a un gatto morto. Ma ormai siamo al pomeriggio del 9 settembre.

Nadine Mauriot gestiva a Montbéliard un negozio di scarpe e lo scopo del viaggio, oltre una breve vacanza in Italia, era una visita alla Fiera campionaria della calzatura di Bologna, in programma da venerdì 6 a lunedì 9 settembre; ma non risulta che le due vittime vi siano mai arrivate. La donna conservava gli scontrini, forse per motivi fiscali o altro, ma gli scontrini autostradali si arrestano con l’uscita dell’auto al casello di Rapallo mercoledì 4 settembre, mentre l’ultimo scontrino commerciale ritrovato, rilasciato da una tavola calda di Pisa, risale al primissimo pomeriggio di venerdì 6. Ovviamente non si può escludere che altri scontrini o documenti cronologicamente successivi si trovassero in un qualche portaoggetti o borsa portato via dall’assassino o da terzi dopo il delitto. Per retrodatare il delitto sulla base di queste considerazioni occorre però necessariamente contestare la genuinità del riconoscimento da parte del duo di gestori della Locanda agli Scopeti risalente alla domenica mattina. In realtà il quadro non è così pacifico come sarebbe poi sembrato ai giudici; il suocero vede “molto probabilmente” (così nelle SIT di Igino Borsi del 12 settembre 1985) la donna, il genero l’auto Golf bianca, ma non vi è traccia di Jean-Michel; i particolari riferiti molti anni dopo nei processi (un’abbondante colazione) sono accrescitivi e da prendere cum grano salis. La donna viene descritta con i capelli corti, come nella foto della patente di guida riportata sul giornale, ma all’epoca della morte Nadine aveva i capelli sulle spalle; come sappiamo, in altra pagina de La Nazione vi era una foto più recente di Nadine, con capelli più lunghi, per cui la questione del riconoscimento deve restare aperta, nel senso che rimane una possibilità che vi sia stato, in perfetta buona fede, uno scambio di persona. Preferisco invece considerare non dirimenti, né in un senso né nell’altro, le testimonianze tardive e in parte contraddittorie dei collaboratori della Festa dell’Unità di Cerbaia presentate dalla difesa Vanni, ritenendo che a quella distanza di anni non si sia in grado di ricordare con precisione in che sera della settimana un evento abbia avuto luogo. Anche l’argomento che Nadine avrebbe voluto essere di ritorno a casa entro la domenica sera per accompagnare la figlia in occasione del primo giorno di scuola non è a mio parere cogente (rimando per maggiori dettagli al mio articoletto “Ancora sulla data di Scopeti” http://mostrodifirenzevolumei.blogspot.com/2015/11/ancora-sulla-data-di-scopeti.html).

Considerato tutto quanto sopra, a me rimane una domanda senza risposta. Come fece Maurri a optare per una data certa (domenica), prima di effettuare l'autopsia sulla vittima maschile, il cui esame autoptico sta alla base della data stessa, giacché le considerazioni sullo stato della vittima femminile vennero scartate a causa dell'alta temperatura della tenda, fenomeni putrefattivi accelerati eccetera?




 

Imbocco, viottola e piazzola di Scopeti allo stato del 2013

 

E’ il momento di concludere: De Fazio, trascurando successivi aggiustamenti opportunistici, fu il primo a situare decisamente la data del delitto a sabato 7; Torrisi propose una possibile datazione al venerdì 6. Vi fu poi la pista entomologica, anticipata dal duo Nabb – Spezi - ai quali va dunque riconosciuta un’importante primazia - riproposta da Filastò e infine riportata in auge da Paolo Cochi. Vi sono stati tentativi di smentirla, a mio parere poco convincenti. Anche indipendentemente dall’entomologia, il quadro indiziario, come delineato soprattutto in Adriani – Cappelletti, sembra confermare una maggiore probabilità per una retrodatazione. [Nota 20. Ma vi sarà sempre chi accetta la retrodatazione, ma ipotizza, per salvare capra e cavoli, improbabili scenari di guardianaggi ai morti e/o Lotti e Pucci e magari altri interessati allo spettacolo]

Ma cosa comporterebbe, in fine, la possibilità che i due testimoni della domenica abbiano sbagliato persona e Maurri abbia erroneamente determinato la data della morte di Nadine e Jean-Michel? Le testimonianze di Lotti e Pucci, già traballanti per molti altri motivi, verrebbero caducate, per lo meno per quanto riguarda la narrazione dell’ultimo delitto, pur non intaccando il precedente quadro indiziario acquisito dalle indagini contro Pietro Pacciani, che, come abbiamo detto, non era in grado di presentare alibi validi per nessuna delle sere dal 6 al 8 settembre. Si tornerebbe in sostanza alla situazione di dubbio precedente il processo indiziario del 1994. E’ un passo indietro che la giustizia forse non potrà più fare, ma la storiografia può comunque, per amore di verità, ancora proporre. 

 

P.S. Importante: da qualche tempo Blogger permette di commentare solo entrando nella pagina con Google Chrome; almeno così mi sembra di capire. Quindi se qualcuno ha qualcosa da dire o correggere, ne tenga conto. Astenersi Hazet. 

venerdì 19 luglio 2024

Brevi considerazioni in risposta a Reimarus

 Mi scrive Reimarus, a proposito del recentissimo volume di Rinaldi / Torrisi dal lapalissiano titolo "Il Mostro è libero (se non è morto)" [lapalissiano in quanto non mi risulta che alcuno sia attualmente imprigionato per i delitti del MdF, quindi, se il S.I. è vivo, è libero; se il S.I. non era ignoto ed era uno dei condannati, essi sono tutti morti, quindi non sono liberi e ciò si estende anche, per l'inesorabile scorrere del tempo, alla gran parte dei sospettati].

Orbene, scrive Reimarus:

E' da poco uscito in libreria "Il mostro è libero (se non è morto)", coautori il giornalista Pino Rinaldi (che già in precedenza si era espresso sul caso, manifestando il proprio scetticismo verso la verità giudiziaria e sembrando propendere per un serial killer unico non toccato dalle indagini) e l'ufficiale dei CC in pensione Nunziato Torrisi. L'opera riprende, in modalità divulgativa, la tesi sostenuta nel "rapporto Torrisi", secondo la quale il MdF s'identifica in Salvatore Vinci. Lo schema argomentativo sembra poter riassumersi come segue:
- Stefano Mele era sicuramente presente sulla scena del delitto allorquando fu commesso nel 1968 il duplice omicidio Locci - Lo Bianco;
- le caratteristiche del personaggio (ad es. oligofrenia, mancanza di mezzi di locomozione che non siano, al più, una bicicletta, mancanza di qualsiasi confidenza con armi da fuoco) rendono tuttavia certo che lo stesso non possa ritenersi l'autore principale del delitto, ma solo un concorrente in posizione nettamente subordinata, con funzione sostanzialmente di capro espiatorio;
- l'autore principale del delitto va ricercato tra persone cui il Mele era strettamente legato, quindi nell'ambiente del "clan dei sardi" (intendendo i parenti del Mele, i parenti della Locci, gli amanti della Locci);
- da considerazioni relative alla personalità e alla storia degli appartenenti al predetto ambiente, come anche da una valutazione critica delle dichiarazioni pur contraddittorie rese nel corso del tempo dal Mele, si evince che autore principale del delitto del 1968 sia Salvatore Vinci;
- dall'identità tra la pistola con la quale furono uccisi Locci - Lo Bianco e la pistola con la quale furono commessi i duplici omicidi della sequenza 1974-1985 discende che anche di questi ultimi debba considerarsi responsabile Salvatore Vinci, il cui profilo appare compatibile con quello di un serial killer.
Il problema che emerge in relazione a questa ricostruzione, per quanto è dato riscontrare anche dall'esposizione divulgativa che ne fa il Rinaldi, è che, a parte la pistola, non è emerso alcun elemento che colleghi concretamente Salvatore Vinci alla scena di uno qualsiasi dei sette duplici omicidi del 1974-'85. Con riguardo al duplice omicidio degli Scopeti, poi, commesso quando il Vinci era già da tempo attenzionato dalle FF.OO., si è argomentato che sarebbe stato un pericoloso azzardo per il Vinci commettere un duplice omicidio in quelle condizioni e che sarebbe perciò improbabile che egli ne sia il responsabile. [fine citazione]

Ho già espresso in varie occasioni (e contro le mie iniziali convinzioni, cristallizzate nel volume del 2013) dubbi sulla presenza del Mele sulla scena del delitto; fondamentalmente perché Mele non sa chi è l'omicida; o meglio dice di saperlo, ma indica molto semplicemente i soggetti che lui sospetta o che gli vengono additati dallo sviluppo delle indagini stesse. Il modo più semplice per spiegare questo continuo indicare altri colpevoli, che continua, si badi, fin oltre la chiusura ufficiale della pista sarda, è pensare che effettivamente non sappia chi sia l'assassino; il che, ovviamente, non esclude nessuno dei noti, ma neppure degli ignoti. 

Premesso che non conosco le argomentazioni specifiche per sostenere la compatibilità di Salvatore Vinci con un profilo di serial killer, lo stesso sembra molto lontano dalla psicopatia, a meno che non ci si riferisca a qualche mania del controllo che potrebbe evincersi da alcuni episodi raccolti da Torrisi e a meno che non si voglia sostenere, in maniera sostanzialmente bigotta, che qualsiasi parafilia sessuale, di cui il nostro fa ampio sfoggio, sia equivalente a psicopatia sexualis. Ma su questi argomenti so poco, quindi non sono in grado di dire la mia  con sufficiente cognizione di causa.

Quanto all'obiezione prospettata da Reimarus, in merito all'eccessivo pericolo che Salvatore Vinci avrebbe corso uccidendo anche nel 1985 quando era (quanto strettamente?) controllato, ho già opposto tale rilievo a vari mostrologi salvatorvincisti, ricevendone la risposta che i controlli erano blandi e temporalmente limitati. Ma il retropensiero dei sostenitori di quell'ipotesi è che, essendo Salvatore Vinci un genio del male, per il quale "se non c'è errore non c'è rischio", ha in qualche modo infinocchiato i caraninieri. Rimaniamo quindi nella sfera dell'improbabile, ma non dell'impossibile.


Reimarus scrive inoltre:

L'ipotesi perorata nel testo di Rinaldi - Torrisi, ossia la pista sarda nella particolare declinazione "salvatorvincista", è oggetto di considerazione critica nel video "Mostro di Firenze - cambio di prospettiva - terza parte", sul canale Youtube di Flanz Vinci. L'oratore "senza volto" di "Cambio di prospettiva", poi ricomparso, come "Giovanni", in una trasmissione di Florence International Radio, senza intrattenersi sulla "verità giudiziaria", riduce il problema sostanzialmente all'alternativa tra serial killer unico non toccato dalle indagini (che egli e altri che hanno cooperato nella sua ricerca ritengono sia un poliziotto o un carabiniere che, espulso dal corpo di appartenentenza, ha agito con finalità "rivendicative", ossia per vendetta nei confronti un mondo che lo ha respinto) e clan dei sardi. Dando per acquisito che la pistola è sempre la stessa ("ci sono le foto": "contra" le argomentazioni di C.Palego) e dismettendo l'ipotesi di una pistola gettata via e recuperata da qualcun altro ("contra" A. Segnini), perché resta il problema dei proiettili, considerando assiomatico che la pistola con la quale è stato commesso un omicidio non possa essere passata di mano, il sostenitore del cambio di prospettiva formula, per quanto concerne la pista sarda, alcune considerazioni, prevalentemente "sociologiche" per quanto concerne le dichiarazioni, ritenute inattendibili, di S. e N. Mele, in ordine alle quali Giovanni richiama la prassi investigativa dell'epoca e la formazione "fascista" degli inquirenti di allora, (in sostanza adombrando l'ipotesi che i due siano stati imbeccati/condizionati dagli inquirenti e che le stesse verbalizzazioni non siano ineccepibili); quindi afferma, rimandando alla letteratura scientifica sull'argomento, l'inattendibilità della prova del guanto di paraffina, e, per quanto concerne le dichiarazioni di N. Mele, rileva che le stesse non furono rese con le garanzie e nelle condizioni oggi previste per testimoni di quell'età. A queste considerazioni, Giovanni aggiunge un'argomentazione che è in sostanza la seguente: poiché né Francesco, né Salvatore Vinci possono essere il MdF (essenzialmente perché attenzionati dopo il duplice omicidio del 1982), allora né F. e S. Vinci, né S. Mele possono essere responsabili del duplice omicidio del 1968. Tuttavia, egli, essenzialmente per giustificare il tragitto compiuto da N. Mele fino a casa De Felice (sul quale in verità Giovanni "sorvola") e la ricomposizione del cadavere della Locci, adombra l'ipotesi che S. Mele sia capitato sulla scena del delitto poco dopo la commissione dello stesso. [fine citazione]

 

Va bene; posso concordare in parte, ma farei alcune osservazioni. 

Che la perizia balistica Zuntini 1968 non contenga alcuna foto dei reperti mi sembra facilmente desumibile dal fatto che tali foto non vengano mai citate nel corpo della perizia; forse qualcuno si è fatto ingannare dalla nota di consegna (a P.L.Vigna), che nomina delle foto in restituzione, presumibilmente le foto scattate dalla scientifica sulla scena del crimine. Del resto, mi sembra che anche nel 1974 l'elaborato di Zuntini non sia illustrato da foto, ma da un disegnino esplicativo. Quanto al Mele sopraggiunto a posteriori, essendosi messo, magari in bicicletta, alla ricerca dei congiunti, l'ipotesi non è farina del sacco di Giovanni, ma scaturita dalla fervida immaginazione di Canessa (e/o Perugini), che doveva mettere d'accordo due per lui capisaldi: colpevolezza di Pacciani anche per Signa e presenza del Mele sul posto (perché conosceva il numero dei colpi [vabbé su questo sorvolo, per me è argomento a discarico], la freccia accesa ed altro). Ipotesi ampiamente ridicolizzata dal giudice Ferri mi sembra nel suo libro, se non addirittura in sentenza.

Passando ad altro argomenti, Reimarus scrive:

L'Autore del blog, a fronte dell'invito formulatogli da A. Segnini a segnalare le criticità della ricostruzione che della figura di Lotti ha fatto lo stesso S., rovescia a buon diritto l'invito, rivolgendo la medesima sollecitazione con riguardo alla visione che l'Autore del blog ha del Lotti (falso testimone, mosso da un insieme di timori e di allettamenti). Lo stesso espediente dialettico può essere adottato a fronte di un eventuale interrogativo sulla spiegazione delle "prime" dichiarazioni di Pucci e Lotti: la domanda da farsi dovrebbe infatti riguardare anzitutto il motivo per il quale i due, anziché negare reiteratamente e ostinatamente di sapere qualcosa dei fatti criminosi sui quali s'indagava, resero dichiarazioni che altro non potevano che creare fastidi ad entrambi, e per uno dei due ben più che meri fastidi, quando contro di loro, apparentemente, non c'erano altro che le dichiarazioni di Ghiribelli e del suo protettore, ossia un asserito avvistamento di un'automobile fatto estemporaneamente di passaggio in orario ormai notturno. [fine citazione]

 

Questa è questione per me assai spinosa. Segnini sta facendo un grande lavoro di ricostruzione e sta fornendo, con le sue approfondite analisi degli atti concernenti la vicenda dei Compagni di merende, la migliore e più evidente dimostrazione che Lotti e Pucci non erano altro che falsi testimoni sostanzialmente estranei ai delitti. La sua indubbia capacità dialettica lo sta portando a una certa notorietà, il che potrebbe avere però implicazioni negative, se mai un giorno sentisse  di dover cambiare prospettiva. Purtroppo, anche se qualche minimo dubbio sembra talvolta affiorare (ultimamente l'ho sentito dire, un paio di volte: questa è la mia interpretazione / questa è la mia ipotesi), la classica tunnel vision lo rende per ora impermeabile a una giusta valutazione delle sue stesse acquisizioni. Ho tentato di fare qualche piccola annotazione sotto i suoi video, ma l'ultima risposta mi ha francamente tagliato le gambe. Mi dice in pratica: come fai a sostenere quel ruolo di Lotti alla luce delle testimonianze di Pucci, Ghiribelli, Nicoletti? (non ritrovo la discussione, ma il succo era quello). Ora, io sono anni che dico che Pucci e Ghiribelli non sono testi affidabili e per me non lo sono mai. Invece secondo Segnini Pucci e Ghiribelli raccontano balle (lo sta documentando lui stesso, peraltro), tranne che per quello che serve a lui, e allora diventano affidabili. Mi ero anche annotato le sue "domande ai negazionisti" (Daniele Piccione li/ci chiama più propriamente "nichilisti"), ma se devo partire dall'idea che Ghiribelli e Pucci dicono il vero "a spot", davvero il gioco non vale la candela. Comunque continuo a seguirlo perché c'è sempre qualcosa da imparare. Visto che siamo tra noi due o tre, l'aspetto che non riesco a risolvere è il perché la Nicoletti, di punto in bianco, si mette a parlare di Vicchio (10 febbraio 1996). Qualche spiegazione un po' così potrebbe esserci, ma non mi convince, quindi la tengo per me. 

Ma riprendendo il tema proposto da Reimarus, ossia perché Pucci e Lotti ammisero invece che chiudersi in un assoluto diniego, la risposta non mi sembra difficile. Gli inquirenti, sulla base delle indagini pregresse, erano arrivati a una ferrea convinzione che i due fossero stati sul posto, dissero che l'auto - e forse anche loro - erano stati visti e riconosciuti e a quel punto la prospettiva era finire dietro le sbarre (Spalletti docet). Ma nessuno dei due amiconi aveva voglia di sacrificarsi per Pacciani e Vanni. Dopo di che la storia ha preso vie inizialmente imprevedibili.

 P.S. Chiudo avvertendo Hazet che è inutile che scriva, tanto per quanti nick cambi non ha nessuna possibilità di essere pubblicato.

 

martedì 30 aprile 2024

Risposta ad anonimo sardista salvatorvincista

 Rispondendo a un anonimo sardista (forse Hazet, forse no, nel caso, pazienza, come disse Salvatore) colgo l’occasione per chiarire il mio punto di vista su alcuni aspetti nodali della vicenda.

 

Anonimo in rosso, Powerful / Quatar in neretto.

 

Buonasera. (...) ritengo debba meglio specificare che a processo il S. Mele venne portato in complicità con persone non identificate. Questo a indicare come il "rompicapo" sulla reale dinamica dei fatti per gli inquirenti dell'epoca fosse molto meno "rompicapo" di quello che oggi a noi, a distanza di decine di anni e da fuori, possa parere. Questo era ed è un dato imprescindibile.

 

Stefano Mele fu rinviato a giudizio per aver commesso il delitto “da solo o con l’eventuale compartecipazione di persona rimasta sconosciuta”. Tale complice viene invece escluso dalla sentenza, che quindi rimane monca, poiché non sa descrivere come Mele sia entrato in possesso dell’arma, dove la stessa sia finita, con che mezzi Mele abbia raggiunto il luogo, perché abbia portato il figlio proprio lì dove lo ha portato e un sacco di altre cosarelle.In pratica, i giudici si adagiano sugli esiti investigativi raggiunti in meno di un mese da Matassino. In ogni modo, sia per chi pensa che ci fosse un complice mai individuato giudizialmente, sia per chi sospetta che Mele sia all’oscuro del fatto, la scena di Signa rimane un “rompicapo”, anche senza aggiungerci l’ulteriore e maggiore rompicapo del collegamento con i delitti seriali. Per cui eliminare con un colpo di spugna, come fa la Corte, le criticità e le inverosimiglianze, non significa aver risolto il rompicapo ma averlo nascosto sotto il tappeto.

 

Secondo punto che mi sento obbligato a precisare è che rispetto alle successive indagini, quelle in legame alle vicende delittuose proprie al MdF, va rimarcato come il "nulla" emerso dal 1968 non sia ascrivibile ad una mancanza di indizi o di logicità deduttive per quel delitto, ma semplicemente ad una mancanza di ritrovamento fattuale di elementi concreti come arma, munizioni o feticci, men che meno presso le pertinenze di alcuno sospettato del "clan dei sardi". E' un fatto che nessuno del "clan dei sardi" del resto venne mai portato a dibattimento per i delitti del MdF: alcuni nomi perché detenuti al momento di delitti del mostro e l'ultimo dei sospettati dei sardi proprio per la mancanza di quelle "cose concrete" necessarie, nel pensiero giuridico di un Giudice Istruttore, ad un processo.

 

Rotella può aver capito chi era a l’assassino, ma non si sentì di mandarlo a giudizio sulla base di fichi d’India e zucchine sul comò. L’avvocato più scalcagnato avrebbe potuto opporre in dibattimento che l’arma poteva essere benissimo passata di mano dopo il 1968 e del resto, non essendo in grado di accertare chi era stato complice del Mele, veniva a mancare proprio la base su cui fondare la costruzione accusatoria. In sostanza, già solo per iniziare a parlare del Mostro, bisognava individuare il vero assassino del 1968, cosa che non si era stati in grado di fare allora e non si fu in grado di fare neppure dopo (convinzioni personali a parte).

 

 

E' bene d'altro canto evidenziare però che arma, feticci e munizioni, mai trovate e mai allegate agli atti contro nessun altro imputato, non impedì invece a differenti soggetti istituzionali di portare a processo altri sospettati, Pacciani in primis, che comunque mai vennero ritenuti colpevoli del delitto del 1968,

 

Infatti il processo Pacciani, del tutto indiziario, finì male per l’accusa in appello, il che rese necessario reperire al volo non più indizi ma prove dirette: testimoni e un reo confesso chiamante in correità. Che poi gli indizi, talvolta, dicano di più che testimoni palesemente falsi è dato di fatto che qui non ci può occupare.

 

 né che i processi a carico del Pacciani prima e dei compagni di merende poi, mai abbiano dimostrato un qualsiasi depistaggio nel 1982 verso il 1968, né induzioni a false confessioni da parte al S. Mele e del N. Mele.

 

Questa è veramente un’obiezione ingenua. E quando mai suggerimenti, condizioni, coercizioni nei confronti degli indagati risultano documentalmente? Solo per avventura o quando esce qualcosa che non doveva uscire (vedi registrazione interrogatorio della Alletto nel caso Marta Russo). Al contrario, risulta agli occhi di chiunque dotato di senso critico che Stefano Mele è sempre condizionato da chi lo interroga e ogni sua giravolta è determinata dalla direzione in cui va in quel momento l’inquisizione.

 

Restare attaccati ai fatti aiuta alla comprensione.

 

Quali fatti? Non ci sono fatti accertati se non la morte delle vittime. Si possono fare solo congetture. A questo punto, congettura per congettura, faccio la mia riguardo a un possibile svolgimento dei fatti di quel cruciale 23 agosto. Stefano Mele, ammesso che sia estraneo al delitto, ha comunque parlato con il figlio, che essendo presente, ha potuto agevolmente dargli importanti informazioni sulla scena del crimine: principalmente, il luogo dell’agguato, la posizione dei cadaveri, la luce lampeggiante dell’auto accesa nella notte. Se Mele nulla sa, è naturale che chieda cosa è successo. Il mattino dopo, interrogato dai carabinieri, Mele indizia Salvatore Vinci, ma tradisce, per sua incapacità di giudizio, la conoscenza di elementi della scena, quelli raccontatigli dal figlio, e gli inquirenti si convincono, per questo, che egli sia direttamente coinvolto. Pressato, in modi che ovviamente non risultano nei verbali, Mele confessa l’omicidio. A quanto pare, nella prima confessione non parla affatto di complici [Zanetti pag.83]. A questo punto, però, i carabinieri devono capire come Mele si è recato sul posto, dove abbia preso e che fine abbia fatto l’arma del delitto [ E’ lo stesso Mucciarini, il cognato presente all’interrogatorio, che anni dopo, nel rinarrare il fatto, si metterà nella posizione degli inquirenti: “Il Mele non gli dava risposta neanche alla domanda: la pistola dove l'hai comprata e dove l'hai messa?". (Sentenza Rotella, pag. 73)]. Mele non trova di meglio che inserire nella storia, come fornitore di mezzo di trasporto, arma e soprattutto movente, il personaggio che aveva già indiziato quella mattina, ossia Salvatore Vinci. Da qui poi, la girandola di ritrattazioni e nuove accuse, quando man mano coloro che egli accusa presentano alibi, veri o falsi che siano.



lunedì 26 febbraio 2024

Reimarus, l'ipotesi Lotti e altro.

PREMESSA: Pubblico in forma di post, accorpandoli, alcuni commenti del mio lettore che si firma Reimarus, che mi sembrano degni di lettura e che, se pubblicati solo come commenti a latere del blog, passerebbero del tutto inosservati. Non che la pagina principale risulti molto seguita, se non da un pugno di affezionati.
Faccio seguire, in calce, una mia breve osservazione.



(...) Passando a questioni di sostanza, debbo dire che la qualificazione ("romanzo") che l'Autore dà alla ricostruzione di Antonio Segnini mi trova del tutto d'accordo, e di essa avevo pensato proprio in questi termini. La verosimiglianza, carattere comune a molte opere romanzesche, non è indizio necessario di storicità o anche solo di probabile storicità (supposto che nella fattispecie verosimiglianza sempre vi sia); l'onere della prova "incumbit ei qui dicit", mentre è illogico richiedere la "probatio diabolica" di un'impossibilità o di un'inesistenza. Sul conto del Lotti serial killer unico osservo che la supposta corrispondenza tra la sua figura e il "profilo" che del responsabile dei duplici omicidi fu tracciato dal FBI in buona misura non esiste, perché gli esperti americani descrivono un soggetto che, per livello di scolarità e per attività lavorativa, non corrisponde con Lotti, ed è anche dubbio che l'incapacità sessuale supposta dai "profilatori" di oltreoceano si riscontrasse nel Lotti; presentare il Lotti come un "furbacchione", esaltarne l'intelligenza perché in giudizio avrebbe "resistito" ai controesami da parte della difesa di Vanni non tiene conto del fatto che le sue sono state per così dire "audizioni protette", e se fosse stato, come avrebbe potuto e a mio avviso dovuto, essere incalzato dal Presidente del collegio giudicante, sarebbe probabilmente crollato, e come lui Pucci, e comunque appare di immediata evidenza che egli si rende ridicolo in plurimi passaggi delle sue dichiarazioni ("ex plurimis", tra i tanti esempi che potrebbero addursi, si consideri il ruolo di "pistolero forzato" che si attribuisce per Giogoli, dove gli sarebbe stato ingiunto addirittura di aprire la sequenza degli spari, pur non sapendosi, da chi l'avrebbe forzato, se Lotti avesse confidenza con armi da fuoco), che, esternate in una mescita anziché in un'aula di giustizia, avrebbero probabilmente destato scetticismo e finanche ilarità.

Sul tema - molto opportunamente formulato dall'Autore del blog nel suo ultimo post - della falsificabilità, che, nella prospettiva della filosofia della scienza di Popper, rappresenta la linea di demarcazione tra scienza e metafisica e, nel contesto del discorso sul Mdf, distingue l'area della ricostruzione obiettiva dei fatti, per quanto essa è possibile, e la letteratura (anch'essa, beninteso, degna di riguardo, se non altro perché può indicare vie di ulteriore ricerca), v'è da precisare che vi è un elemento che Antonio Segnini ha indicato come possibile conferma o smentita oggettiva alla sua ricostruzione: le impronte digitali trovate nella parte superiore della carrozzeria dell'automobile in cui nel 1984 Claudio Stefanacci e Pia Rontini trovarono la morte a Vicchio per mano del Mdf. Poiché, infatti, nella ricostruzione della dinamica di quel delitto Antonio Segnini (il riferimento è a uno dei video del suo corso di mostrologia su Youtube) suppone che lo sparatore abbia ad un certo punto poggiato una mano, laddove si trovano le predette impronte digitali, egli ritiene che quelle impronte siano state lasciate da Giancarlo.Lotti. E' ben vero che le impronte, o frammenti d'impronte, di cui si tratta non sono sufficienti per un'identificazione processualmente certa, ovvero valida in campo forense, ma esse consentono quantomeno di escludere (come è stato fatto comparando quei frammenti d'impronte con i reperti dattiloscopici di Pacciani, ad esempio) o di non escludere (ossia di formulare un giudizio di compatibilità). Quindi, indipendentemente da quel che si può pensare circa la reale efficacia probante delle impronte in questione ai fini dell'identificazione del responsabile o di un corresponsabile del duplice omicidio del 1984, nel contesto dell'ipotesi di Segnini. esse assumono rilievo pressoché decisivo, poiché, secondo S., se Lotti è colui che ha ucciso i due giovani a Vicchio nel 1984 e quindi il responsabile anche degli altri duplici omicidi commessi tra il 1974 e il 1985, è lui che ha lasciato quelle impronte e quindi, comparando quei frammenti con i suoi reperti dattiloscopici, dovrebbe uscirne un giudizio di compatibilità. E qui sopravviene uno dei misteri della burocrazia giudiziaria italiana: di un individuo che, come Giancarlo Lotti è stato indagato, imputato, processato, condannato e incarcerato, per una serie di gravissimi delitti, parrebbe che non siano reperibili impronte digitali (diversamente da quanto si riscontra per Pacciani e Vanni), sicché non è stato possibile effettuare la comparazione, richiesta anche per Lotti.
Segnini, nel suo video dedicato alla questione, accenna in maniera vaga e molto discreta al fatto che la cosa potrebbe non essere casuale, ossia che si sia voluto mettere al riparo la versione ufficiale da risultanze che avrebbero potuto metterla seriamente in discussione, ma la burocrazia giudiziaria italiana ci ha dato altri esempi di memorabile sciatteria, com'è il caso della distruzione (nel 2000, quando le potenzialità del DNA per le indagini erano ormai ben note), per "fare spazio", dei vetrini con le tracce biologiche dell'assassino di Lidia Macchi, studentessa universitaria ventenne uccisa in provincia di Varese nel gennaio 1987 dopo essere stata costretta ad un rapporto sessuale (delitto per il quale è stato processato Stefano Binda, condannato all'ergastolo in primo grado e assolto con formula piena in appello - sentenza assolutoria confermata poi dalla Cassazione). Ha ben ragione Segnini di lamentare il mancato reperimento delle impronte digitali che dovrebbero pur essere state prese a Lotti ma dietro lo sconcertante fatto non è dato, allo stato, vedere altro che l'ennesimo mistero doloroso della burocrazia giudiziaria italiana. com'è il caso, recentissimamente emerso, della scomparsa delle fotografie che la coppia di francesi uccisa nel 1985 a Scopeti aveva scattato nel viaggio italiano conclusosi con la loro uccisione.

Se l'Autore del blog consente un ulteriore intervento vorrei indicare un altro profilo sotto il quale la vicenda del processi a PP e quindi ai Cdm può essere vista, ed è quella della valutazione della testimonianza (e della chiamata in correità). L'adozione di criteri troppo rigidi (ossia troppo ispirati al buonsenso) nel valutare l'attendibilità di deposizioni testimoniali rischierebbe di pregiudicare il "buon esito" di giudizi nei quali la materia è anche politicamente "sensibile": si pensi al ruolo che la controversa testimonianza di Massimo Sparti ha avuto nel portare alla condanna (diventata definitiva nel 1995) di Fioravanti e Mambro per la strage di Bologna, ponendo così il primo mattone di quella costruzione che si è poi venuta completando con le condanne di Ciavardini, Cavallini e Bellini. In altri processi "politicamente" sensibili, le testimonianze non sono state ritenute sufficienti: è il caso del coinvolgimento dell'"ideologo" di estrema destra Paolo Signorelli come mandante nei processi per l'uccisione, a Roma, dei magistrati Mario Amato e Vittorio Occorsio. Per quest'ultimo delitto, fu proprio la Procura di Firenze a occuparsene e in particolare Vigna (con Chelazzi): determinante per l'incriminazione e la successiva condanna di Signorelli in primo e secondo grado per concorso morale nell'omicidio Occorsio fu la testimonianza di Aldo Tisei e per ben due volte, nel 1987 e nel 1989, la Prima Sezione Penale della Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale (che nel 1993 fu poi sospeso dal servizio, in relazione alle indagini promosse a suo carico per concorso esterno in associazione a delinquere di stampo mafioso) annullò le condanne in appello di Signorelli emesse nel 1986 e nel 1988 dalla Corte d'Assise d'Appello di Firenze (la vicenda si è poi conclusa con il passaggio in giudicato della sentenza di assoluzione emessa nel 1993 dalla Corte d'Assise di Appello di Bologna). Una gustosa rassegna di "pentiti" dell'ambiente dell'estrema destra eversiva, di pugno probabilmente dello stesso Signorelli, è nelle pagg. 212-257 del testo "Paolo Signorelli - il Teorema, il Mostro, il Caso", a cura del Comitato di Solidarietà pro Detenuti Politici, Rovereto 1988.
Su altra sponda politica, si pensi alla rilevanza della testimonianza, ottenuta con metodi non proprio cristallini, del tassista Rolandi, alla base delle lunghe traversìe giudiziarie dell'anarchico Pietro Valpreda per la strage di piazza Fontana.

Un piccolo commento dell’autore del blog.
Premesso che sulla seconda parte dell'intervento di Reimarus dichiaro la mia ignoranza e non esprimo opinioni, torno subito al tema che qui ci occupa.

 Temo che ogni studioso, di qualsiasi materia, nella sua attività, quand’anche sia convinto di operare con la massima oggettività possibile, finisca con lo sposare un’ipotesi che sia in grado di spiegare il fenomeno che è oggetto di studio. In altre parole, un’acribìa assoluta è probabilmente irraggiungibile.
Segnini si è convinto per illuminazione ricevuta vedendo un video (almeno così ho capito) che Lotti sia stato il vero Mostro di Firenze; e ha passato anni a individuare, con grande acutezza e perspicacia, ogni piccolo elemento che concordasse con questa sua ipotesi, trascurandone altri che con questa non si accordavano. Faccio solo un esempio. La strenua difesa che Lotti fa della sua colpevolezza nel finale del processo di I grado e in quello di appello, quando spunta la questione delle auto, dimostra a mio parere ad abundantiam che in quel frangente Lotti, ben lungi dall’essere un astuto che sta fregando la giustizia, non è altro che un docile strumento dell’apparato giudiario, dichiarante a suo stesso discapito.


Sposare un’ipotesi, innamorarsi di un’ipotesi di lavoro (notare la valenza affettivo /erotica dei termini che abitualmente si usano) è un fenomeno dal quale nessuno è immune. Io stesso, che predico come mantra che “del Mostro di Firenze non sappiamo niente”, involontariamente formulo un’ipotesi (quella del dubbio sistematico) di cui sono innamorato. Faccio un altro esempio concreto riferito ora alla mia modalità di pensiero. Ritengo che MdF fosse probabilmente un killer unico; tendo di conseguenza a trascurare ogni ipotesi che comporti gruppi assassini, complotti, mandanti, sette esoteriche; e quando le approfondisco, ad esempio contra “Compagni di Merende”, è per contestarle, ricadendo quindi inevitabilmente in tunnel vision, cherry picking ecc.
In tema religioso, può accadere che quando si apostata da una dottrina spesso si diventa i peggiori nemici di quella fede cui un tempo si aderiva; abbiamo esempi medievali di ebrei o eretici convertiti che divennero persecutori dei loro antichi correligionari. In altre parole, quando ci si distacca da una credenza, si tende ad estremizzare in senso opposto. Così io, che ho iniziato come mostrologo “sardista” nel 2011, affascinato dalla storia del bambino sperso di notte nei campi, avendo acquisito ora una visione d’insieme “non sardista”ho maggior difficoltà a interpretare nuovi elementi di conoscenza in maniera neutra, ma cercherò di vedervi solo i dettagli che confermano la mia credenza. Brutta cosa, ma invitabile, temo.

lunedì 1 gennaio 2024

Buoni propositi 2024


Per il 2024 faccio qualche modesto proposito in campo mostrologico.

Ho deciso di accettare la sfida, più volta propostami da Antonio Segnini, a segnalare ed esplicitare quello che non mi convince (o meglio “non quadra”) nella sua ipotesi di Lotti serial killer unico dal 1974 al 1985.




Premetto che la storia raccontata da Segnini nel suo blog, nei suoi video su YouTube e da ultimo nel suo recente volume [“Quando sei con me il Mostro non c’è”] è romanzata, non perché l’autore abbia voluto comporla così, ma per oggettiva mancanza di informazioni sul presunto protagonista. Ora, se un romanzo è ben costruito, e quello di Segnini indubbiamente lo è, è difficile trovare dei punti deboli nella trama, soprattutto quando di un personaggio si conosce piuttosto poco. Faccio due esempi, relativi alle opere del grande romanziere francese Alexandre Dumas. “I tre moschettieri” è un romanzo di fantasia inserito in un’ambientazione storica. I personaggi (Anna d’Austria, il duca di Buckingham e anche d‘Artagnan) sono persone realmente vissute, gli avvenimenti hanno maggiore o minore riscontro nei libri di storia (l’assedio di La Rochelle,lo scandalo dei diamanti). Intorno a questo nucleo di realtà, Dumas intesse una meravigliosa storia d’avventura e amore; per quanto non è storico, subentra la “suspension of disbelief” del lettore, aiutata dalla maestria dell’autore. “La regina Margot” sempre di Dumas è un romanzo bellissimo e - a mio parere - sottovalutato: anche qui i protagonisti sono personaggi storici (Margherita di Valois e i suoi fratelli, Caterina de’ Medici, Enrico di Borbone e anche il protagonista principale, il meno conosciuto conte de La Môle) e gli avvenimenti sono tristemente noti (le nozze vermiglie di Enrico e Margherita e la concomitante notte di San Bartolomeo). Anche qui, il nucleo è storico, l’intreccio avventuroso/amoroso e la sovrastruttura sono dell’autore.

Allo stesso modo dei romanzi che ho citato, l’ipotesi di Segnini non è falsificabile. Come non si può dimostrare che d’Artagnan non abbia partecipato al recupero dei diamanti della regina, così non si può dimostrare che Lotti non sia il Mostro di Firenze. E come dimostrare che non sia davvero esistita un’affascinante e perfida dama soprannominata Milady, visto che un personaggio dello stesso cognome (de Winter) è attestato in altre fonti narrative? Tuttavia, è chiaro che l’intreccio è opera esclusiva dell’autore. Bisogna quindi ragionare in termini di minore o maggiore plausibilità; è possibile delineare una ricostruzione del personaggio Lotti che sia più lineare, più semplice, in una parola più verosimile di quella di Segnini? A mio parere essa esiste e ne ho parlato spesso in queste pagine: in breve, si tratta di Lotti falso testimone, estraneo alla vicenda, ma portato a confessare con il miraggio di non finire in carcere a far compagnia a Pacciani. In questo senso potrei rivolgere a Segnini l’opposta domanda: cosa non gli quadra in questa ricostruzione di cui ho scritto ad abundantiam? Sono consapevole che esiste qualche crux  (la prima confessione di Pucci, la piazzola di Vicchio), ma ne parleremo con tutta calma e a tempo debito. Quindi metto in cantiere ufficialmente un saggio ispirato al Contra Celsum di Origene a confutazione delle false credenze su Lotti.

 

Altri propositi sono la visione del lunghissimo film di Francis Trinipet (credo sia solo il primo di una serie) la cui creatività artistica e documentaria ho sempre apprezzato. E come penitenza per  miei peccati l’ascolto dei post a libero accesso di Marco Aufiero, perché conoscere le argomentazioni degli avversari è sempre necessario.

 

I moltissimi mostrologi che non ho citato mi perdonino, ma oltre alla storia del MdF ho tanti altri interessi, il tempo è poco e l’età avanza.  Buon 2024 a belli e brutti!


Nota: mi sembra che recentemente Blogger abbia problemi ad accettare commenti se non inviati attraverso il browser Chrome. Chi trova difficoltà può comunque commentare sulla pagina FB dedicata: https://www.facebook.com/profile.php?id=100042219083689