sabato 25 aprile 2020

Lotti e le assicurazioni (4)





Trattoria al Ponterotto - da GoogleEarth
Riprendo a scrivere sul blog per dare una concisa risposta a Marco Aufiero, che in video pubblicato su Youtube (https://www.youtube.com/watch?v=USztu5KK72A) in colloquio con Angelo Marotta, ha sostenuto, contro la mia versione esposta nelle puntate precedenti di questo blog (http://mostrodifirenzevolumei.blogspot.com/2019/10/lotti-e-le-assicurazioni-1.html , http://mostrodifirenzevolumei.blogspot.com/2019/11/lotti-e-le-assicurazioni-2.html e http://mostrodifirenzevolumei.blogspot.com/2019/11/lotti-e-le-assicurazioni-3.html ) che l’auto FIAT 128 coupé di Lotti – la famigerata auto rossa con la coda tronca – era assicurata fino al 20 settembre 1985, nonostante la polizza fosse stata volturata sulla FIAT 124 il 25 maggio 1985, come peraltro accertato dalla stessa sentenza di appello.
Poiché preferisco ragionare sulla parola scritta piuttosto che sulle chiacchiere, mi sono preso la briga di trascrivere integralmente (tranne qualche battuta insignificante) quella che secondo Aufiero sarebbe la deposizione chiave sull’argomento, ovvero  quella di  Roberto Longo, all’epoca titolare dell’Agenzia Allsecures Preservatrice in via Orti Oricellari, Firenze. Il file audio, relativo all’udienza del 19 maggio 1999, si può ascoltare come sempre su Radio Radicale (https://www.radioradicale.it/scheda/118216/processo-bis-dappello-per-i-delitti-del-mostro-di-firenze-vanni-2; la deposizione di Longo è proprio all’inizio del file).

I protagonisti del dialogo che segue sono:
L = Longo Roberto, teste
P = Presidente della Corte d’Appello Arturo Cindolo
P.G. = Procuratore Generale Daniele Propato
M = avvocato Antonio Mazzeo, difensore di Mario Vanni.

P.: Senta, lei si suppone che abbia redatto questa polizza; se ne vuol prendere visione. Ora, ora…  Lei era titolare di questa Agenzia.
L.:  Ero agente della Allsecures Preservatrice all’epoca, sì.
P.: esattamente il 25 maggio del 1985.
P.: Lei ha preso visione di questa polizza…
L.: Sì, sì, sì
P.: e questa polizza risulta rilasciata dal suo ufficio… cioè dalla sua Agenzia…
L.: Certo dalla mia Agenzia…
P.: Ricorda se l’ha rilasciata personalmente?
L.: Personalmente no. Perché io su San Casciano mi servivo dell’Officina Bellini, che vendeva automobili, auto nuove e usate, quindi… l’esazione vera e propria avveniva tramite l’Officina Bellini e io … preparavo la polizza, gliela davo, loro incassavano e me la ritornavano firmata, quindi io il cliente non lo vedevo.
P.: Mi sembra di aver letto negli atti che in realtà si occupava dei contatti con lei  … la moglie del … la signora Mary (Mery? Meri?) Bellini.
L.: Esatto, la signora Mary Bellini, sì.
(…)
P.: (…) adesso io vorrei sapere da lei questo: questa polizza è sostanzialmente la voltura di una polizza precedente su una macchina diversa, un’autovettura diversa; perché precedentemente era assicurata una FIAT 128, con questa polizza si è trasferita la polizza dell’autovettura 128 su un’autovettura 124. Prima di tutto lei conferma la data di emissione?
L:. certo la polizza è stata emessa dal mio ufficio, ora la data…
P.. C’è la data con il timbro, lei la conferma. Poi vorremmo sapere: prima di rilasciare questa polizza, voi ritirate o all’epoca ritiravate il certificato di assicurazione rilasciato sulla macchina che ora non era più assicurata e ritiravate anche il tagliando da esporre o no? E nel caso specifico, le risulta che sia avvenuto questo o no?
L.: Nel caso specifico, signor giudice, non me lo ricordo, però la prassi regolare era quella che dovevano ritirare il vecchio certificato e il contrassegno, se no la compagnia rischiava di coprire due vetture, cioè la vettura che veniva sostituita e la nuova autovettura, quindi… Siccome il certificato, il contrassegno portano la firma della compagnia, la compagnia è responsabile fino alla scadenza del contratto della circolazione del veicolo, quindi se non viene fatto questo atto la compagnia rischia su due vetture, mentre invece risulterebbe solo una vettura per il premio incassato. Questa è la prassi regolare però, ora, signor giudice, non mi ricordo se in quel caso fu fatto o meno…
P.: ecco, lei sostanzialmente mi dice dunque che non attendeva che le pervenissero questi documenti prima di rilasciare la polizza, in questo caso.
L.: no.
P.: … visto che lei agiva per interposta persona?
L:. io di solito, le polizze emesse nel mese precedente venivano pagate, sistemate una volta al mese. Il mese successivo, passava un mese dall’emissione del contratto, quindi a volte io non lo sapevo se veniva ritirato al momento o dopo il contrassegno vecchio, quindi… Perché era una prassi che non avveniva immediatamente presso il mio ufficio, avveniva presso la subagenzia di San Casciano, che io andavo una volta al mese regolarmente. Quindi non potrei confermare se in quella fattispecie fu fatto come doveva essere fatto.
P.: La ringrazio, ci sono domande?
P.G.: volevo capire meglio cosa facevate a Firenze e cosa si faceva San Casciano, cioè la polizza la compilavate qua a Firenze, poi la mandavate tramite qualcuno a San Casciano?
L:. Esatto. Beh, diciamo… I contratti vengono sottoscritti esclusivamente dalle Agenzie, perché le Agenzie sono responsabili  nei confronti della Compagnia della emissione delle polizze, poi il subagente cura l’incasso e rimette i simpli diciamo all’Agenzia (Nota: simplo = Termine in uso gergale per definire l’esemplare della polizza, che di norma è in tre copie: la prima per l’Assicuratore, la seconda per l’eventuale Intermediario e la terza per l’Assicurato; da “Sito consulenza sinistri”) ; .. Il discorso delle variazioni era un po’ difficile perché a volte si davano dei certificati e contrassegni  per poter cambiare senza andare materialmente ogni volta…
P.G.: Quindi la signora a San Casciano faceva da tramite, consegnava materialmente la documentazione…
L.: Esatto
P.G.: … e ritirava il certificato…
L.: Esatto, doveva ritirare il certificato vecchio…
P.G.: e gliel’avevate chiesto? Lo sapeva questa signora?
L.: La prassi lo sapeva quello che doveva fare, poi se nella fattispecie l’ha fatto io non glielo posso dire però la prassi…che doveva ritirare il vecchio certificato e dare quello nuovo, sì.
(…)
P.G. : questo certificato… il contrassegno …
L.: è quello esposto al vetro che si chiama contrassegno e il certificato quello che dovrebbe stare nel …
P.G.: e lei cosa voleva di questi due?
L.: Tutti e due.
P.G.: Tutti e due… poi … questo certificato non l’ha avuto perché l’abbiamo noi… quindi non è che stavate dietro a controllare …
L.: questo però è una copia, non è l’originale, eh
P.G.: No, no, io parlo della FIAT 128, il certificato che lei dice andava restituito, quello è stato consegnato al giudice successivamente, e non dall’Agenzia.  Quindi la domanda è: una volta partita la polizza da Firenze, non è che qualcuno aspettava, diceva, ehi mandami i documenti che non sono arrivati…
L.: questo no.
Interviene l’avvocato Bertini con una domanda sulla polizza della FIAT 124 stipulata nel maggio 1985, in sostituzione della precedente.
Il teste Longo ritorna sul punto discusso col P.G.
L.:  (…) quindi fino al 20 settembre 1985 può darsi che il cliente abbia avuto in mano anche il certificato vecchio… questo … questo … abbia avuto in mano anche il certificato vecchio, se non è stato ritirato. Quindi la compagnia era responsabile fino al 20 settembre 1985, se non viene ritirato il certificato e il contrassegno,  del contratto precedente.  Però questo non glielo posso garantire perché non so se è stato ritirato il certificato o meno.
P.: La ringrazio.
M.:  Senta lei ha detto, l’ha chiamata prassi, che in caso di voltura in corso della durata del contratto da un veicolo a un altro dell’assicurazione, lei l’ha chiamata prassi, l’agente è tenuto nell’interesse della compagnia che rappresenta e così vale per il subagente immagino, quando consegna il certificato e il contrassegno nuovo a ritirare quelli vecchi, perché sennò … perché sennò … può spiegare alla corte quali sarebbero le conseguenze? In caso di questa omissione, non so se mi è sfuggito, l’ha già detto? Cioè la compagnia risponderebbe…
L.: per tutti e due i veicoli sì. Le conseguenze sono queste.
M.: Lei l’ha chiamata prassi, ma forse c’è un altro termine, mi corregga se sbaglio, è un obbligo dell’agente di fare questo, perché sennò ne risponde la compagnia.
L.: è un obbligo dell’agente, però se il subagente mi dice, guarda, l’abbiamo ritirato, l’abbiamo smarrito, ora ce lo porta, ce lo dà, capito …  a volte perché …  Non siamo fiscalmente, cioè … Ora sono più, le prassi sono più … All’epoca… All’epoca diciamo, eravamo un po’ più malleabili, diciamo, per queste cose qui, se uno ci dichiarava che effettivamente non viaggiava più su un altro veicolo, a volte, si poteva ammettere che aveva smarrito o distrutto il certificato o il contrassegno…
M.: ecco lei sa che comunque la legge prevede in caso di smarrimento o distruzione, può dirlo alla corte cosa prevede?
L.: Certo.  In caso di smarrimento o distruzione dovrebbe fare la denuncia affinché noi possiamo annullare il contratto.
M.: bene. E il vecchio certificato e il vecchio contrassegno, quando vi vengono restituiti, voi che ne fate?
L.: Noi li spilliamo al simplo dell’agenzia, non li mandiamo alla compagnia. Lo spilliamo sempre al simplo dell’agenzia. Cioè l’incartamento cartaceo deve rimanere nell’Agenzia.  La direzione no. Anche gli attestati di rischio, ecc.; ora sì, perché c’è stato altre cose, quindi le compagnie vogliono gli originali, mentre invece prima si accontentavano delle copie oppure di dire, l’agente sapeva che ritirava il certificato e il contrassegno, poi noi avevamo una volta l’anno un’ispezione amministrativa che ci controllava i documenti.
M.: Senta a me risulta che a quell’epoca il vecchio certificato e il vecchio contrassegno, una volta riconsegnati all’agente o al subagente, venivano semplicemente strappati. 
L.: A quell’epoca non mi risulta, se la signora Bellini lo aveva fatto …
M.: … perché cessavano di avere qualunque validità ed era interesse della Compagnia distruggerli, proprio per la ragione che ha detto lei prima, che un’eventuale messa in circolazione di questi documenti poteva comunque obbligare la compagnia verso un terzo danneggiato, a risarcire…
L.: Certo, obbligare la Compagnia verso un terzo danneggiato, però di solito era meglio conservare il certificato e il contrassegno vecchio , perché se l’ispezione amministrativa non trovava questo, ci poteva fare un verbale negativo.
M.: Quindi lei mi sta parlando di prassi, qualcuno poteva fare in un modo, qualcuno poteva fare in un altro.
L.: Esatto.
M.: Un fatto è certo, però, che voi chiedevate la restituzione di questo.
L.: Io le dico, nell’85 era un po’ più malleabile la legge, diciamo. Cioè, delle compagnie… compagnie… agenti… diciamo che… siccome c’era una mole… anche la mia agenzia aveva una mole notevole di emissione di contratti, quindi… su duecento, trecento contratti emessi  poteva capitare che cinque, sei contratti non avessero il certificato o il contrassegno precedente allegato al simplo della polizza, quindi non era sempre che si faceva, come dice lei, che si strappava il certificato o il contrassegno, di solito si allegava alla polizza nuova il vecchio certificato, a volte andava smarrito dal cliente, dichiarandoci, conosciuto eccetera, eccetera.
M.: … che avreste dovuto denunciarlo…
L.: … si evitava di … a volte … - e si faceva male – si evitava di dire al cliente: vai a denunciare questo smarrimento. Il subagente o l’agente si fidava del cliente che gli diceva, guarda io l’ho strappato, l’ho smarrito, non viaggio più con la macchina…
M.: Si fidava del cliente. Lei l’ha mai conosciuto questo suo cliente, Lotti? Lei si fidava?
L.: All’epoca non l’ho conosciuto perché i rapporti li aveva con la signora Bellini.
Segue una domanda dell’Avvocato Filastò, non inerente il tema, con la quale si chiude l’interrogatorio, dopo di che il teste viene congedato.

Officina Bellini a San Casciano, oggi (da GoogleEarth)


Ho evidenziato in neretto i due passaggi sui quali si basa il falso sillogismo di Aufiero, che è il seguente: poiché Lotti non aveva restituito il certificato del 128 (il suo avvocato lo presentò al giudice di I grado, anche se, come abbiamo visto, non è ben chiaro da chi e come lo abbia avuto), la compagnia assicuratrice doveva essere ritenuta responsabile per i danni causati dalla FIAT 128 coupé fino alla scadenza del certificato e relativo contrassegno, quindi l’auto era, di fatto, assicurata fino al 20 settembre 1985, data riportata sui documenti originali, non restituiti alla Allsecures Preservatrice.
E’ evidente che il ragionamento fa acqua da tutte le parti. Per chiarirne i punti deboli senza disquisizioni di tipo legale, proviamo a fare un esempio pratico  e,  con uno sforzo di immaginazione, trasferiamoci  a San Casciano, nei panni di Lotti, negli anni Ottanta del secolo scorso. Immaginiamo però un Lotti estremamente astuto, tendente a delinquere, benestante e ricco di fascino con le donne, dovuto sia al suo eloquio forbito che alla sua prorompente virilità; quelle doti, insomma, che ne fanno nello stesso periodo un ricercato e apprezzato ospite  dei festini dei mandanti gaudenti nelle varie ville dei misteri del contado fiorentino (e non il vero Lotti al quale la Nicoletti assegna, come amante, un misero 4 in pagella). Bene, questo Lotti qui, a un certo punto decide di comprarsi una macchina nuova (in realtà usata, ma gli garba quella), ma per qualche motivo non vuole rinunciare a quella attuale (che non va più, ma non si sa mai), assicurata fino al 20 settembre 1985. Come fare per usarle entrambe, pagando una sola assicurazione? Semplice. Basterà fare gli occhi dolci alla subagente dell’assicurazione, una certa Mery, che, nel fare la voltura della RCA,  dimenticherà di chiedergli di restituire il certificato e il contrassegno della macchina vecchia. Il callido Lotti, che in gioventù ha fatto, dopo la quarta elementare, alcuni esami di diritto privato e un Master in diritto delle assicurazioni all’università del Bargino, sa infatti che, finché detiene quei due documenti, è in una botte di ferro: dei danni risponde la Compagnia, a lui che gliene frega. A quel punto, perché fermarsi; Lotti pensa bene di regalare un’auto nuova-usata all’amata Nicoletti; nuova voltura, nuova mancata restituzione (la Mery, totalmente affascinata, non sospetta nulla) e a quel punto sono tre le auto che viaggiano, coperte da assicurazione, con un solo premio pagato. Gli amici del cuore Vanni e Pucci sono sprovvisti di patente, quindi facciamo un regalino alla cara  Ghiribelli: quarta macchina che gira impunemente con documenti a prima vista in regola, almeno fino alla scadenza del primitivo certificato di assicurazione. In questa situazione, che ho volutamente reso paradossale, Aufiero sosterrebbe che, poiché la compagnia, rappresentata dalla subagente Mery, non ha ritirato / distrutto i precedenti certificati e contrassegni, in caso di incidente la Compagnia risponderà dei danni ai terzi, quindi tutte e quattro le auto circolanti sono di fatto assicurate.  In realtà, viste le successive volture, le polizze precedenti sono esaurite /invalidate e l’unica auto ad essere regolarmente assicurata è l’ultima (nella finzione, quella regalata alla Ghiribelli, nella realtà la FIAT 124), mentre i danni  a terzi provocati dalle altre auto sarebbero stati risarciti dalla Compagnia (questo almeno quanto sostiene Longo in udienza), la quale si sarebbe poi inevitabilmente rivalsa sul cliente truffaldino Lotti, sulla subagente sbadata / infedele Mery e probabilmente sull’agente disattento Roberto per culpa in vigilando. Questo solamente dal punto di vista civile, lascio agli avvocati di individuare i reati previsti dal Codice Penale e Codice della Strada commessi dal nostro ipotetico Lotti (truffa, frode, falso ideologico, mancata copertura assicurativa…?).

In questo quadro, sostenere che la FIAT 128 era assicurata fino al 20 settembre 1985 è un’assurdità. Al massimo si può dire che, ammettendo che la 128 fosse ancora marciante e che Lotti avesse volutamente omesso  di restituire certificato e contrassegno, poteva passare indenne un controllo volante delle Forze dell’Ordine, poiché l’informatizzazione dei dati RCA era di là da venire.
Una spiegazione possibile, ma ovviamente indimostrabile, è che la signora Mery non pretese indietro la documentazione assicurativa della FIAT 128 non perché si fidasse in astratto del suo cliente, ma perché sapeva che l’auto non era più in grado di viaggiare e poteva solo essere rottamata. E’ plausibile che Lotti, prima di decidere di acquistare la “nuova” FIAT 124, abbia fatto controllare lo stato del 128 proprio dall’Autofficina Bellini, di cui, come sappiamo, era cliente, ricevendone il consiglio di rottamarla. Illazioni, ovviamente, ma che non mi sembrano campate in aria.

Ma rimangono alcune domande. La prima è la classica: Cui prodest? Perché il nullatenente Lotti avrebbe dovuto mantenere contemporaneamente due auto, di cui una assicurata solo all’apparenza, con possibili ripercussioni civili e penali negative per lui? Sapeva, a maggio, che in un giorno di settembre avrebbe dovuto partecipare a un duplice omicidio? Preferiva andare sul posto con un’auto malandata e facilmente riconoscibile invece che con un’anonima FIAT 124 celeste? Perché al processo dice un sacco di bugie per difendere la tesi accusatoria della Procura, che si ritorce ovviamente contro lui stesso? 

En passant, ricordo che nessuno di coloro che videro la presunta auto di Lotti la domenica pomeriggio (ovvero Carmignani, Chiarappa e De Faveri) riconobbero Lotti (e Pucci); mentre il riconoscimento serale della Ghiribelli è, come ho più volte dimostrato, destituito di ogni fondamento.

La draga del Ponterotto, oggi (da GoogleEarth)

 L’argomentazione portata da Aufiero non dà alcuna risposta a queste domande. Rimango quindi pienamente convinto di quanto sostenuto nelle puntate precedenti in cui ho trattato l’argomento.





domenica 8 dicembre 2019

Verbali 23 agosto 1968




Ho trascritto i verbali del23 agosto del 1968, contenenti la confessione del Mele, gentilmente forniti da Flanz Vinci.

Legione territoriale carabinieri di Firenze

gruppo di Firenze – reparto operativo

nucleo investigativo


Processo verbale di interrogatorio di

Mele Stefano di Palmerio e fu Murgia Pietrino, nato a Fordongianus il 13 gennaio 1919 (...) Coniugato, manovale muratore.

L’anno 1968, addì 23 del mese di agosto, in Lastra a Signa Ufficio stazione carabinieri, alle ore 11:35.

Avanti a noi sottoscritti, ufficiali ed agenti di polizia giudiziaria sottoscritti è presente Mele Stefano, il quale opportunamente interrogato, spontaneamente dichiara:

“Prima di iniziare l’interrogatorio del Mele si dà atto che allo stesso assiste il signor Mucciarini Pietro (…) Residente a Scandicci (…).

Dall’anno 1960 conosco il signor Vinci Salvatore abitante a Vaiano località La Briglia, il quale ha avuto numerosi contatti carnali con mia moglie. Ne ero a conoscenza perché sia mia moglie che lui lo avevano ammesso che sia perché io personalmente li avevo visti uscire insieme.

Durante il periodo in cui sono stato ricoverato in ospedale e questo nel febbraio di quest’anno, mio figlio mi ha riferito che il Vinci Salvatore veniva a dormire a casa mia nel letto con mia moglie e a lui lo facevano dormire nel lettino in un’altra stanza.

Nell’anno 1960 – 61 il Vinci ebbe ad acquistare una moto Lambretta facendola intestare a mio nome adducendo il pretesto che non aveva la residenza in Toscana. Dopo qualche tempo il Vinci ebbe un incidente stradale a Sesto Fiorentino per cui sono stato costretto – in giudizio – a pagare i danni provocati all’investito. Nel febbraio di quest’anno mi è occorso un incidente stradale per il quale l’assicurazione della macchina investitrice mi ha pagato un risarcimento di lire 480.000 che ho riscosso nella seconda decade del mese di giugno 68. Il Vinci Salvatore faceva l’amante geloso di mia moglie. Più di una volta ha minacciato mia moglie di morte perché non voleva che andasse con altri. La minaccia è stata fatta in mia presenza e più di una volta era stata fatta anche a mia moglie da sola e mia moglie mi aveva riferito le minacce del Vinci e mi aveva espresso la paura che il Vinci le aveva prodotta talché questa più di una volta mi disse anche che un giorno o l’altro la avrebbero ammazzata. Il Vinci Salvatore circa un mese fa venne in Lastra a Signa a casa mia e mi chiese la somma di lire 150.000 in prestito. Nello stesso periodo aveva ottenuto da mia moglie altro prestito più o meno dello stesso importo. Successivamente a questo periodo chiesi al Vinci di restituirmi i soldi che aveva ottenuto da me e mia moglie, il Vinci che evidentemente non possedeva la cifra ebbe a rispondermi: – io prima o dopo faccio fuori tua moglie e così facciamo pari del debito. Io risposi: che non ero contento e non volevo anche se mia moglie si era comportata male. Il Vinci replicò che siccome io non avevo il coraggio di ammazzare mia moglie e per questo motivo ci pensava lui e andò via.

Infatti mia moglie nei momenti di debolezza quando con me si confidava, mi ha detto che (illeggibile).

A.D. R. Il Vinci Salvatore mi ha minacciato affinché facessi  intestare a mio nome il motorino, acquistato da lui  nel 1960 – 1961.
A D. R. Io avevo paura del Vinci Salvatore. Mi disse che aveva ucciso la sua prima moglie, con la quale era sposato solo civilmente, disse infatti che aveva ammazzato la moglie lasciando di proposito la bombola del gas aperta. Il fatto si è verificato in Sardegna, a casa dei genitori del Vinci. 
Quando il Vinci era d’accordo con mia moglie e cioè quando mia moglie praticava soltanto il Vinci e lui dormiva a casa mia, ha tentato più di una volta uccidermi lasciando il gas aperto. Aggiungo che il Vinci mi ha riferito che quando ha ucciso la moglie in Sardegna in casa vi era anche il figlio, che era stato salvato dal gas. La versione fornita circa la proposta del Vinci Salvatore ad uccidere mia moglie e trattenersi le L. 300.000 è tutta la verità. Non avevo alcuna intesa con il Vinci di riferirmi sull’esito del suo proposito e cioè di farmi sapere quando aveva ucciso mia moglie. Per cui il Vinci non è più tornato a casa mia e io ho appreso la notizia dell’uccisione di mia moglie soltanto da voi.
Fatto letto, confermato e sottoscritto:

 Mucciarini Piero

 Mele Stefano

 Funari Filippo M.M.C.C.

 Giacomini Pietro C.C.

 Gerardo Matassino B.C.C.



Legione territoriale carabinieri di Firenze

gruppo di Firenze – reparto operativo

nucleo investigativo

Processo verbale di interrogatorio di

Mele Stefano di Palmerio e fu Murgia Pietrino, nato a Fordongianus il 13 gennaio 1919 (...) Coniugato, manovale muratore.

L’anno 1968, addì 23 del mese di agosto, in Lastra a Signa Ufficio stazione carabinieri, alle ore 21:30.

Avanti a noi sottoscritti, ufficiali ed agenti di polizia giudiziaria sottoscritti è presente Mele Stefano, al quale prima di iniziare l’interrogatorio rendiamo noto:

•     Lei è imputato di duplice omicidio, reato commesso in località Castelletti di Signa in danno di Lo Bianco Antonio e LOCCI BARBARA, consumato nella notte dal 21 al 22 agosto 1968. Al momento non intendo nominare un difensore di fiducia.

•     Avvalendosi delle disposizioni vigenti lei può non rispondere alle domande che gli saranno rivolte.

A questo punto l’imputato, opportunamente interrogato, spontaneamente dichiara:

il giorno 21 agosto 1968, era mercoledì, al mattino mi recai puntualmente al mio consueto lavoro di manovale muratore in località Santa Lucia frazione di Lastra a Signa, feci ritorno a casa mia verso le 12:00 per il pranzo, dopo di che accusai disturbi allo stomaco e rimasi in casa senza tornare al lavoro. Verso le ore 15:30 dello stesso giorno venne a casa mia a tale Lo Bianco Antonio a me noto come Enrico e mentre questi si trovava nella mia abitazione giunse anche tale Cutrona Carmelo a me noto con il nome di Virgilio. Costoro si incontrarono. Però verso le ore 16:30 il Lo Bianco se ne andò e dopo circa un’ora se ne andò anche il Virgilio. Mia moglie Barbara nell’orario in cui avvennero le visite era presente in casa.

Alle 22:00 circa, sempre del giorno 21 mentre io mi trovavo a letto udii mia moglie che si trovava affacciata alla finestra della camera del bambino, finestra che dà sulla strada, parlare con qualcuno. Incuriosito mi alzai ed affacciato nella stessa finestra notai che quel qualcuno era Enrico. Poco dopo mia moglie scese per strada ed io rimasi a osservare alla finestra, quando essa ritornò in casa mi fece presente che sarebbe andata a fare una passeggiata con Enrico a bordo della sua macchina. Avrebbe portato seco anche nostro figlio. Anzi mi precisò che il bambino era in strada a giocare con altri coetanei ed era già salito sulla vettura e non voleva discendere. Io acconsentii senza muovere alcuna obiezione, considerato che ormai ero abituato a questo comportamento di mia moglie. Rimasto solo in casa, verso le ore 23:30, stanco di stare solo decisi di uscire a fare una passeggiata per prendere una boccata d’aria sperando che mi facesse star meglio. Giunto in Piazza IV Novembre incontrai casualmente Vinci Salvatore, un vecchio amico di famiglia, il quale vedendomi solo mi chiese dove si trovasse mia moglie Barbara e mio figlio Natalino al che risposi che probabilmente, dato che erano usciti in macchina con Enrico, erano andati al cinema a Signa. A questo punto Salvatore evidentemente a conoscenza della relazione esistente tra mia moglie Barbara ed Enrico (illeggibile): Perché non la fai finita? Io risposi: come faccio senza nulla in mano? Sapendo che Enrico aveva praticato la boxe. Salvatore a questo punto replicò: io ho una piccola arma, mi fece salire in macchina ed andammo a Signa, ove nella piazza del cinema di Signa alta trovammo parcata la macchina dell’Enrico. Aspettammo che uscissero dal cinema. Verso le 24 – 0.30 mia moglie con l’amico e mio figlio uscirono dal cinema e salirono in macchina, partirono e noi, io e Salvatore, preciso che Salvatore guidava la sua Fiat 600, li seguimmo. Partendo dal cinema Enrico si diresse verso la strada posta in salita che porta al castello, da qui dopo aver percorso circa 3 km ed essere passato davanti al cimitero di Signa, proseguì per la strada dritta che fiancheggia il cimitero e dopo poche centinaia di metri svoltò in una strada bianca posta sempre sulla destra fermandosi a circa 100 m dal bivio.

Preciso che noi seguivamo la macchina a una certa distanza. Una volta che Salvatore si accorse che Enrico aveva girato, fermò la macchina tra il cimitero e una casa colonica posta quasi vicino al bivio. Una volta fermata la macchina Salvatore aprì una borsa e mi diede una pistola dicendomi: –guarda che ci sono otto colpi –. Io presi la pistola, percorsi a piedi il tratto di strada fino al posto ove era ferma l’autovettura di Enrico e giunto a pochi metri mi abbassai e camminando carponi raggiunsi la macchina dal lato sinistro, preciso che l’autovettura era ferma con direzione di marcia opposta all’incrocio; e poiché il vetro dello sportello posteriore sinistro era abbassato, visto che mia moglie era in atteggiamento intimo con Enrico; preciso: – Enrico era sdraiato sul sedile anteriore destro, che aveva la spalliera abbassata e mia moglie si trovava sopra di lui, presi la mira e feci fuoco esplodendo tutti i colpi che conteneva il caricatore in direzione dei due amanti. I due non dissero neanche una parola , evidentemente morirono sul colpo. Preciso che mio figlio Natalino nel frattempo si trovava coricato sul sedile posteriore dell’autovettura e stava dormendo. Il ragazzo non si svegliò quando sparai bensì subito dopo. Immediatamente dopo aver sparato aprì lo sportello anteriore sinistro della macchina e mentre mi sostenevo con la mano sinistra sul volante dell’autovettura con la destra afferrai mia moglie per le vesti e la tirai verso di me e la feci ritornare in posizione di seduta. Poiché era scomposta nell’abbigliamento, aveva le mutandine abbassate fino al ginocchio, provvidi a tirargliele su e cercai di coprirle le gambe con la veste, queste però rimasero parzialmente scoperte. La stessa operazione feci con Enrico. Dopo avere aperto lo sportello, nel poggiare la mano sul volante ebbi a toccare qualche cosa perché si accese una luce che poi rimase accesa. Dopo avere sistemato parzialmente i corpi dei due amanti mio figlio si svegliò e vedendomi mi disse: – babbo.  Non aggiunse nessun’altra parola o se lo fece non ebbi modo di sentire perché  

(perché aprì lo sportello posteriore destro ed uscì dalla macchina cancellato a verbale quando mi accorsi che mi aveva conosciuto ed ebbe a chiamarmi babbo, scappai subito via raggiungendo la macchina di Salvatore. Preciso che Salvatore non scese dalla macchina e lo ritrovai dove l’avevo lasciato. Girò la macchina e mi accompagnò fino al ponte di Signa, precisamente nei pressi del ponte e seguendo l’argine del fiume arrivai a casa. Non appena salii in macchina dissi a Salvatore le seguenti parole: – sono belli e sistemati. Salvatore mi chiese del bambino al che io risposi che era salvo.


In relazione alla pistola preciso che non appena ebbi sparato la buttai via. Non posso precisare il posto preciso però sicuramente nei pressi della macchina. Preciso che buttai via l’arma di iniziativa. Vinci Salvatore mi chiese della pistola e quando gli dissi che l’avevo buttata via ebbe a rispondermi: – pazienza.

D. Dopo aver ricomposto il corpo di Barbara lei dice che ha ricomposto il corpo di Enrico, ci dica come ha fatto.

R. Dopo aver chiuso lo sportello anteriore sinistro, preciso che avevo già sistemato il corpo di Barbara, ho girato attorno alla macchina, ho aperto lo sportello anteriore destro e poiché Enrico aveva la gamba sinistra posta di traverso sulla parte anteriore destra del sedile anteriore sinistra tirai la gamba per mettergliela distesa vicino all’altro. Preciso che mentre effettuavo quest’operazione si sfilò la scarpa di Enrico e terminò vicino allo sportello sinistro anteriore sempre rispetto a chi guida.

D. Ci dica se quando sua moglie uscì dal cinema aveva con sé il bambino oppure lo stesso era con Enrico?

R. Quando i tre uscirono dal cinema mio figlio Natalino era in braccio alla madre, penso che fosse già mezzo addormentato tanto che lo mise sul sedile di dietro e durante il percorso non riuscì a vedere mai il capo del bambino. Quando giunsi sul posto per uccidere i due il bambino dormiva regolarmente nella seguente posizione: il capo rivolto verso lo sportello posteriore sinistro e le estremità inferiori verso quello destro sempre rispetto a chi guida.

D. Conosce il tipo di pistola che il Vinci gli diede per uccidere sua moglie ed Enrico?

R. Non conosco il tipo di pistola che Vinci mi diede, però in relazione a quella che oggi mi avete mostrato e che mi dite essere una Beretta calibro nove preciso che quella del Vinci aveva la canna molto più lunga tanto che penso si tratti di una pistola per tiro a segno. Preciso anche che la pistola che il Vinci mi diede era pronta per sparare perché io non feci altro che tirare il grilletto.

Confermo ancora una volta che ad accompagnarmi con la macchina fu il Vinci Salvatore. Mi dichiaro colpevole del duplice omicidio commesso in persona di Lo Bianco Antonio e LOCCI Barbara consumato in località Castelletti di Signa nella notte dal 21 al 22 agosto 1968.

Ho ammazzato mia moglie e l’amante perché ero stanco di vedermi continuamente umiliato. Mia moglie mi tradiva da diversi anni però è da qualche mese che avevo deciso di eliminarla.

A.D.R. non ho niente altro da dichiarare ed in fede di quanto sopra previa lettura mi sottoscrivo.

Fatto, letto, chiuso, confermato e sottoscritto in data e luogo di cui sopra.

MELE Stefano

Funari Filippo

Gerardo Matassino

(illeggibile

illeggibile)

Olinto dell’Amico tenente C.C.

(illeggibile)

[Nota: firmano anche tre agenti o ufficiali di P.S. dei quali non conosco i nomi]

Sarebbe interessante leggere anche i successivi verbali stesi nella notte tra il 23 e 24 agosto nei confronti di Salvatore Vinci e Nicola Antenucci, ma  non sono ancora riuscito a ottenerli. Non dispero. Nel frattempo, ne troviamo il sunto in Torrisi:
"Il 24 agosto 1968, alle ore 01,20, VINCI Salvatore, sentito in merito alle accuse mossegli poco prima dal  MELE,  nel  negare ogni addebito,  sostiene che la sera di quel  mercoledì
21.8.68,  uscito di casa,  sita in località "La Briglia " di Vaiano, verso  le ore 20,30, si  è intrattenuto presso il locale bar Sport, sino alle ore 22,15, in compagnia di VARGIU Silvano
e di un certo Nicola (ANTENUCCI). suo dipendente, di essersi recati successivamente con i due amici a Prato, presso il Circolo dei preti, ove sarebbero rimasti a giocare fino alle ore
24, facendo rientro a casa. Egli conclude affermando di aver saputo dell'omicidio il mattino del giorno successivo, perché un suo operaio aveva il giornale e lo stava leggendo.
Il  24  agosto  1968,  alle  ore  02,00,  a  meno  di  un'ora  dall'interrogatorio  del  suddetto, ANTENUCCI  Nicola,  sentito  in  merito,  conferma  la  circostanza  richiamata  dall'altro,
precisando che dalle ore 22:15 alle ore 00,30, ora in cui si erano divisi, prima di dirigersi a casa,  il  VINCI Salvatore  non si  è  allontanato  da lui".  

Non faccio commenti. Dalla lettura degli atti risulta non vero che Mucciarini fu presente alla confessione del Mele e addirittura la controfirmò. Chissà se qualcuno ne prenderà atto, personalmente ne dubito. [EDIT: Vedi Postilla di seguito]


POSTILLA
Volevo riservare gli interventi per le novità, ma devo precisare alcune cose perché sono stato accusato di travisare o tacere fatti ben noti.
Faccio riferimento alla precedente constatazione che Mucciarini non risulta, dagli atti in nostro possesso, essere stato presente alla confessione del Mele. Questa osservazione è la semplice presa d’atto che Mucciarini firma il verbale delle 11.30 (accusa contro Salvatore Vinci), ma non quello delle 21.30 (confessione di Mele di aver agito in prima persona, su istigazione dello stesso Salvatore). Ma – mi si dice – sei un pirla perché Rotella aveva già spiegato tutto in sentenza, l’interrogatorio procede fuori verbale, poi Mucciarini nel pomeriggio va a dormire quindi è ovvio che alle 21.30 non c’è; inoltre lo sanno anche i sassi che prima Mele confessa poi gli fanno fare il giretto cimitero – via di Castelletti infine tornano in caserma a verbalizzare. Potrei ribattere che è buona norma indicare e dare atto  della presenza di terzi, anche non firmatari, nei verbali di P.G.; ma che non sia stato fatto non è purtroppo prova di assenza. E comunque, se lo dice Rotella deve essere vero per forza.
Abbiamo però dovuto amaramente constatare che Rotella alcune cose, anche molto più vicine nel tempo, le ignora o preferisce ignorarle (sia chiaro che io sono per la prima ipotesi). Occorre contestualizzare. Rotella non partecipò alle indagini del 1968-70, anzi, prese in mano il caso MdF nel 1983, quando la pista sarda era in piena corsa, tirò fuori di galera Francesco Vinci e vi rinchiuse Piero Mucciarini e Giovanni Mele. Quindi la sua conoscenza degli accadimenti del 1968 non è di prima mano, bensì basata su atti di indagine verbalizzati e sui racconti dei carabinieri che sentì e che ancora con lui collaboravano (probabilmente Matassino, certamente Dell’Amico). In altre parole Rotella è nella nostra stessa situazione, deve ricostruire le indagini, naturalmente ha tutto il materiale a disposizione, cosa che noi non abbiamo. Siccome però ha la buona abitudine di citare le fonti nella sua sentenza, andiamo a leggere quali sono; premettendo che Mucciarini nel rapporto Matassino non compare proprio. Intanto Rotella scrive: “[I CC] Intuiscono che Mele è implicato nell'omicidio più di quanto abbiano supposto. Insistono nell'inquisirlo (fuori verbale e con l'ausilio di Mucciarini), ma è difficile stabilire in qual misura lo stimino ancora un teste o già un indiziato”. Il fuori verbale è per forza di cose una fonte orale, può derivare dai ricordi dei sottufficiali o ufficiali che condussero l’interrogatorio. Prosegue il G.I.: “Nell'istruttoria attuale si è appreso anche che Mele, prima dell'interrogatorio, era fortemente preoccupato di venire arrestato, già da prima perché i carabinieri, che l'avevano lasciato andare con il figlio la sera innanzi, lo attendevano di primo mattino quel giorno. Tanto si desume già dalle dichiarazioni di uno degl'investigatori al G.I., nel 1969 (cfr.: fasc. testi) brig. Matassino, che è colui che ha steso il rapporto di P.G.. Ed è stato confermato da Funari ed altri in questa istruttoria.” Quindi qui si sta parlando, sulla base di osservazioni di Matassino e Funari, della preoccupazione del Mele. Arriviamo al passaggio più significativo: “Per questa ragione hanno coinvolto anche Mucciarini, apparso disponibile ad adoprarsi a questo fine (cfr.: Ferrero in corte d'Assise). Finalmente Mele confessa di esser lui stesso l'assassino, aiutato da Salvatore Vinci, che lo ha accompagnato sul luogo e gli ha fornito l'arma del delitto. Gl'inquirenti non verbalizzano subito. Mucciarini non è oltre disponibile, perché deve dormire e poi recarsi al suo lavoro notturno di fornaio. Hanno bisogno essi stessi di credere e perciò conducono Mele sul luogo del delitto e si fanno rappresentare da lui i fatti, come narreranno nel rapporto”.
Quindi la collaborazione di Mucciarini (alla confessione da parte del cognato) trova il suo fondamento nella deposizione del mar.llo Ferrero in Corte d’Assise. Fortunatamente l’abbiamo a disposizione e possiamo leggerla. "(…) Fu il giorno dopo – in seguito ad altri interrogatori – che il Mele confessò indicando con particolari le modalità  e le circostanze del delitto. Alla confessione si giunse attraverso l'opera di persuasione fatta da un cognato del Mele, Mucciarini Piero. Il Mucciarini si presentò spontaneamente in caserma, anzi era il Mele che ci chiedeva di affidare il bambino alla sorella, moglie del Mucciarini e costui pertanto fu presente all'interrogatorio del Mele e firmò il relativo verbale”. Ma ora sappiamo che il verbale controfirmato da Mucciarini fu soltanto quello delle 11.30, in cui veniva formulata l’accusa a Salvatore Vinci; quindi Ferrero in giudizio ricorda male e confonde gli atti. Per cui la base documentale della collaborazione di Mucciarini rimane alquanto traballante.
Questo non significa che il cognato non fosse effettivamente presente quando Mele infine decise di confessare; in effetti non lo sappiamo. Siccome però lo storico, come il giudice, deve tenere conto di tutte le circostanze, che gli piacciano o meno, citerò anche un passaggio che sembra confermare la presenza di Mucciarini.  Facciamo un salto temporale in avanti all’agosto del 1982, quando sono riprese le indagini, condotte in quel momento dal G.I. Tricomi, e leggiamo ancora Rotella: “L'ultimo ad essere escusso, della famiglia di Stefano Mele, è Piero Mucciarini (26 agosto 82, 37 ss. loc. cit.), il marito di Antonietta Mele. (…) Ricorda di essersi recato con il cognato Marcello (Chiaramonti, marito di Teresa Mele, che ora vive a Piombino) a casa del Mele la mattina in cui questi apprese dal giornale del duplice omicidio (è la visita di cui ha parlato anche Teresa). Quando Mele li vide arrivare scoppiò a piangere, dicendo che gli avrebbero dato l'ergastolo. [Nota: Teresa dirà un po’ differentemente: “(Stefano) le aveva detto di essere innocente e che tuttavia sarebbe finito alle Murate]. "Io gli chiesi cosa aveva fatto e lui rispose: «non ce la facevo più» e piangeva". Condotto in caserma il Mele, egli aveva parlato con lui, per invitarlo a dire la verità, ma Stefano rispondeva: "Mi ammazzano il figlio". Alla domanda 'chi?', taceva. Il Mele non gli dava risposta neanche alla domanda: "la pistola dove l'hai comprata e dove l'hai messa?".
Questa domanda sulla pistola si giustifica soltanto dopo che Mele ha ammesso di aver sparato. In mancanza del verbale del 1982, è arrischiato fare altre considerazioni.
Ne approfitto per chiarire ancora una volta – e spero definitivamente – che ritenere le confessioni di Stefano Mele e Giancarlo Lotti false non significa ipotizzare alcun complotto di investigatori, avvocati, magistrati ecc., ma più semplicemente accettare l’eventualità che indagini carenti ebbero come risultato, nell’uno e nell’altro caso, un molto probabile errore giudiziario.