venerdì 9 maggio 2014

Delle testimonianze

Come sappiamo, la Storia dei delitti del Mostro di Firenze inizia nel 1968 con il racconto di un bambino di sei anni che riferisce della morte della mamma e dello zio; si complica e si ingarbuglia nel 1982 seguendo le farneticazioni del padre dello stesso bambino, giudicato oligofrenico; e si conclude, quanto meno dal punto di vista sostanziale, 22 anni dopo, con l'accettazione da parte dei giudici di Cassazione delle testimonianze di due soggetti anch'essi valutati di intelligenza inferiore, e non di poco, alla media. Tralascio i successivi processi in quanto le testimonianze problematiche ivi prodotte non sono state comunque valutate positivamente dai giudici.

In questo quadro, ritengo che lo storico non possa porsi, di fronte a tali testimonianze, nell'ottica del realismo ingenuo secondo il quale il testimone o dice tutta la verità e nient'altro che la verità o mente per qualche proprio interesse. Tra i due estremi del bianco e del nero vi sono numerose sfumature di grigio.

Nel seguito, ripropongo, adattandola al contesto di cui si parla, la trattazione svolta da Giuliana Mazzoni nei suoi testi Si può credere a un testimone? (Il Mulino) e Psicologia della testimonianza (Carocci), che approfondiscono particolarmente, anche se non ad un livello specialistico, le tematiche dei meccanismi secondo i quali funziona la memoria e della testimonianza giudiziaria dal punto di vista psicologico. 

Iniziamo dalla falsa confessione: nella storia delle indagini abbiamo due rei confessi, Stefano Mele per il duplice omicidio del 1968 e Giancarlo Lotti per i delitti del 1982, 83, 84,85; entrambi chiamanti in correità terzi che si proclamarono innocenti. Si ebbe in realtà un'ulteriore confessione, nel delitto del 1974, che fu però nell'immediatezza giudicata inattendibile, in quanto proveniente da un malato di mente già conclamato. Vi è la possibilità che nel caso dei primi due la confessione sia stata falsa?

La falsa confessione di aver commesso un crimine non è un fenomeno raro come si pensa. Alcuni utilizzano la falsa confessione come mezzo per diventare famosi o altra sorta di convenienza personale, ma mantengono la convinzione interiore di non aver commesso il fatto; altri interiorizzano la propria confessione e creano un falso ricordo. Nelle ricerche più recenti sono stati identificati tre tipi di false confessioni: quelle volontarie (per attirare l'attenzione, per proteggere una persona cara, per propria patologia mentale), quelle estorte a forza (anche non con la violenza, ma attraverso metodologie di interrogatorio non deontologicamente corrette) e quelle interiorizzate. In tale ultimo caso, il testimone riporta elementi e dettagli "confabulati" (in parole povere, inventati senza l'intenzione di mentire) che lo coinvolgono nel crimine.

Né Stefano Mele né Giancarlo Lotti confessarono spontaneamente, ma in quanto sottoposti a interrogatorio; vi sono degli indizi (Spezi, Filastò) che nel caso del primo furono forse utilizzati metodi "poco ortodossi", mentre per il secondo la tecnica inquisitoria fu senz'altro più sottile e moderna. Anche il secondo (ma a quanto sembra, cronologicamente, il primo) testimone del delitto di Scopeti, Fernando P., non si presentò volontariamente a testimoniare, ma fu individuato a mezzo intercettazioni telefoniche e interrogato a più di dieci anni dai fatti.

(Continua)

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