venerdì 10 febbraio 2017

Intorno al 20 di luglio ...



Posto  qui un articolo di compilazione di fonti sull'incipit della "pista sarda. Vorrei poi fare alcune considerazioni personali, ma mi riservo di verificare se ci saranno commenti o interventi utili allo sviluppo della discussione. Capisco che un articolo così lungo non è di agevole lettura sul monitor e in formato blog, se preferite copiate, incollate e stampate. Sarò grato a chi segnalerà errori o fornirà integrazioni.

La Città, 3 dicembre 1982

 

Raccolta delle fonti relative alla nascita della “pista sarda”


Il collegamento tra il primo duplice omicidio (Signa 1968) e i successivi è da sempre uno dei misteri più controversi tra i molti che costellano il caso criminale del Mostro di Firenze: cittadino amico sì vs cittadino amico no; messaggio anonimo sì vs messaggio anonimo no; depistaggio sì vs depistaggio no. Nel mio libro ho dedicato un’appendice al maresciallo Fiori e al suo apporto alle indagini, prendendo posizione abbastanza netta per depistaggio certamente no, anonimo probabilmente no. Una discussione in corso su un forum dedicato mi induce a ripercorrere la vicenda vagliando nuovamente le fonti in mio possesso; chissà che una rinnovata analisi a qualche anno di distanza e con qualche nuovo elemento a disposizione non possa portare a una conclusione diversa.

Quella che segue è in sostanza una raccolta commentata delle fonti sull’argomento. Nello scorrerle occorrerà tener ben presente che il termine “fonti” è qui usato nel senso più generale e improprio; si tratta in massima parte di testimonianze secondarie (giornalistiche e letterarie) inframezzate da qualche fonte primaria, senza peraltro dimenticare che anche la fonte primaria (es. una sentenza) rappresenta comunque non il fatto in sé bensì un’interpretazione dei fatti. Richiamo qui quanto già scritto su questo blog, disponibile anche su academia.edu (https://www.academia.edu/10202449/Gerarchia_delle_fonti_per_lo_studio_del_caso_del_Mostro_di_Firenze).

Avevo tentato di mettere insieme i pezzi in ordine più o meno cronologico, ma testi e fatti si incrociano in maniera troppo complessa per una raccolta di questo tipo: ad esempio, una sentenza del 2010 ci parla di avvenimenti del 1974. Seguiremo pertanto un ordine logico.


Iniziamo dal 30 giugno 1982, quando, sull’onda dell’emozione per il delitto di Baccaiano, gli inquirenti decidono di far pubblicare sugli organi di stampa l’identikit dell’uomo visto da testimoni sull’Alfa rossa in fuga da via dei Prati a Calenzano, pubblicazione che darà la stura a una miriade di segnalazioni, molte delle quali anonime. Il 3 luglio 1982 abbiamo da parte della Procura della Repubblica di Firenze la richiesta al Nucleo Operativo dei CC e alla squadra Mobile di accertare “se si siano verificati, nel territorio dello Stato o all’estero, episodi delittuosi che per modus operandi siano analoghi a quelli verificatisi in Borgo San Lorenzo, Scandicci, Calenzano, Montespertoli (…) Il periodo che interessa è quello che va dal 1970 ad oggi”. Per ora su questa iniziativa investigativa, a firma di Pier Luigi Vigna e Silvia Della Monica, limitiamoci a osservare solo quella data “dal 1970 a oggi”: ossia gli inquirenti spostano all’indietro il lasso temporale da mettere sotto esame. 


Intorno a metà del mese di luglio apprendiamo da Articoli di Mario Spezi apparsi su La Nazione che: 14 luglio 1982: Carabinieri e magistrati si sono recati a Borgo San Lorenzo. Frenetica attività degli inquirenti. 15 luglio. Frenetico lavoro svolto martedì sera a Borgo San Lorenzo dal giudice Pier Luigi Vigna e da alcuni ufficiali dei carabinieri. 16 luglio 1982:Il caso del mostro diventa “top secret”. Il lavoro frenetico delle ultime settantadue ore sembra in parte essersi calmato e si sarebbe incanalato in una ricerca che richiede tempi abbastanza lunghi e metodicità. Questa “frenetica attività” rimasta indefinita potrebbe essere collegata alla ricerca di una pistola apparentemente scomparsa, a leggere il recente volume “Al di là di ogni ragionevole dubbio” (2.a ed.): “I primi di luglio del 1982, ad esempio, le indagini sull’arma da fuoco portarono a Borgo San Lorenzo il Dr. Vigna in persona, a caccia di una pistola presa in carico da una armeria del luogo e poi scomparsa nel nulla della burocrazia. Quella pista si sgretolò con l’arrivo del filone sardo, poiché la pistola sparita risultava costruita nel ‘67 ma registrata in carico al grossista solo nel ‘69 e quindi dopo il delitto di Signa”. Può sembrare strano che in cerca di una pistola si muova, per più giorni, il Sostituto Procuratore, ma naturalmente mi inchino a chi ne sa più di me. Se questo è vero, le indagini svolte a Borgo San Lorenzo non avevano nulla a che fare con la “pista sarda” che stava nascendo proprio in quei giorni. 


Infatti il 17 luglio 1982 il Giudice Istruttore di Firenze–(ossia Vincenzo Tricomi) faceva richiesta alla Cancelleria della Corte d’Appello di Perugia di ricevere il fascicolo del processo di appello a Stefano Mele, completo del corpo di reato (bossoli per comparazione). E’ questa la prima fonte sulla “pista sarda”; quindi o qualcuno (diciamo subito il nome, tanto lo sappiamo tutti: il maresciallo Fiori) si era ricordato o aveva ricevuto una soffiata nei giorni immediatamente precedenti. C’è da interrogarsi sull’eventuale rapporto tra il ricordo del maresciallo e la richiesta della Procura del 3 luglio, rammentando che la stessa riguardava fatti avvenuti dal 1970 in poi, mentre il delitto di Signa era antecedente. Oggi sappiamo che la richiesta a Perugia andò inevasa perché il fascicolo era stato restituito a Firenze. 


In effetti nella Sentenza del GUP di Perugia del 20 aprile 2010 leggiamo che (nota: il giudice sta citando la requisitoria del P.M. Mignini) – “dall’informativa che il Responsabile del G.I.De.S. Dr. MICHELE GIUTTARI ha inviato alle due Procure di Firenze e di Perugia in data 2 marzo 2005 emerge che il G.I. Dr. TRICOMI il 20.07.1982 ha effettivamente richiesto gli atti alla Cancelleria della Corte d’Assise di Firenze ma non è stata rinvenuta traccia documentale dei successivi passaggi e, quindi, del rinvenimento dei bossoli”. Gli atti processuali erano in realtà stati restituiti a Firenze il 1 aprile 1974. Si evince chiaramente dalla lettura, pur mediata, che nel 2005 gli investigatori del GIDES che indagavano sull’esistenza di presunti mandanti dei duplici omicidi ritenevano che il collegamento del delitto del 1968 avesse rappresentato un clamoroso depistaggio. Infatti così procede la requisitoria del P.M., sempre citata in sentenza: “Va ancora aggiunto che le risultanze della perizia sui proiettili del ’68 sono state non univoche almeno per quanto riguarda il proiettile estratto dal corpo di ANTONIO LO BIANCO, perché, mentre il Colonnello ZUNTINI ha colto sul proiettile in questione n. 6 rigature destrorse, gli altri periti hanno individuato sempre nello stesso proiettile, solo n. due frammenti di impronta di rigature con andamento destrorso”. Se ne deve concludere, tralasciando la mancanza di tracce documentali del passaggio dalla Cancelleria all’Ufficio Istruzione, che : 1. Tricomi chiese il fascicolo (e i reperti) a Perugia; 2. ebbe risposta negativa; 3. chiese il fascicolo a Firenze; 4. ottenne il fascicolo, probabilmente lo stesso 20 luglio.


Per una di quelle coincidenze straordinarie e forse diaboliche di cui è ricolmo il caso che ci occupa, quello stesso 20 luglio 1982 La Nazione pubblicava “Un appello dei carabinieri per il mostro, Un appello è rivolto dal comando del nucleo investigativo dei carabinieri di Borgo Ognissanti a una persona che ha dato più volte il suo contributo anonimo all’indagine sui delitti del maniaco perché si rimetta in contatto con loro. L’uomo, che nella sua ultima lettera si è firmato “un cittadino amico” e che ha scritto tre volte (…) dovrebbe fornire di nuovo la sua collaborazione, magari anche solo telefonando al nucleo investigativo”. Da questo trafiletto, molti anni dopo, il sommo esperto mostrologo che si nascondeva sotto lo pseudonimo di De Gothia ha tratto un breve (e famoso) scritto sul caso, dal titolo “La notte del cittadino amico”, nel quale sostiene la tesi del depistaggio e ritiene di trovare la fonte del collegamento nelle lettere anonime inviate ai carabinieri di Borgo Ognissanti nel 1982 dall’ignoto che si firmava “Un cittadino amico” o “Colui che capisce il mostro”. 


A questo punto abbiamo già in campo l’ipotesi segnalazione anonima al fine di depistaggio, ma dobbiamo ancora sentire l’altra campana, ossia la versione ufficiale dei fatti, rappresentata dal maresciallo Francesco Fiori del quale citiamo, alla data del 28 novembre 1986, il verbale di testimonio senza giuramento dinanzi al G.I. Rotella alla presenza dei PM Vigna e Canessa.- (già riportato da Paolo Cochi nel sito Cronaca-Nera, , ora nel volume “Al di là di ogni ragionevole dubbio, 2.a ed.). “Avevo seguito il caso sul delitto di Signa, accompagnando il Maresciallo Ferreri (sic) all’Istituto dove era ospitato il bambino Natalino Mele. Nei giorni dell’omicidio non ero presente a Signa perché in ferie. Dopo il delitto del 1982, parlando con l’appuntato Piattelli Ugo, che era in servizio a Signa nel 1968, venne fuori il ricordo del duplice delitto del 1968. Più precisamente, ricordammo che in quella località fu compiuto un duplice omicidio ai danni di un uomo e una donna insieme a colpi di arma da fuoco. Ricordo anzi che tra me e il Piattelli nacque una discussione intorno all’anno in cui si era consumato il delitto di Signa. Io sostenevo che si trattasse del 1964 mentre l’appuntato lo attribuiva al 1968. Certo è che poi io mi recai dal Colonnello Dell’Amico (…)”  Inserisco qui per facilità di riferimento il seguito dell’articolo di Cochi, che non se ne è stato e ha intervistato l’appuntato Ugo Piattelli: “Confermo l’episodio descritto dal Maresciallo Fiori e ricordo che avemmo una discussione circa l’anno dell’omicidio, lui ricordava il 1964, mentre io sostenevo che si trattava del 1968. Assieme ci recammo dal Colonnello Dell’Amico che seguiva le indagini, il quale rinvenne un fascicolo personale, non so a quale persona implicata nella vicenda appartenesse. Dell’Amico informò subito il G.I. Dr. Tricomi, che dapprima contattò il perito balistico dell’epoca e poi fece richiesta alla Cancelleria della Corte d’Appello di Perugia  e successivamente a quella di Firenze per l’acquisizione degli atti processuali.“ Se la memoria, invero prodigiosa, dell’appuntato non sbaglia, prima lui e Fiori ebbero il ricordo, poi andarono dal colonnello, il quale andò dal G.I. il quale prima interpellò il perito Zuntini (non è chiaro a quale scopo, forse per avere in anteprima copia della perizia?), infine, il 17 luglio fece la prima richiesta del fascicolo a Perugia. Quindi la ricerca di “vecchi casi” avviata dalla Procura il 3 luglio, sempre posto che lo spunto del ricordo di Fiori fosse quello, aveva dato i propri frutti in un tempo molto ristretto.


Tutta la vicenda è stata poi riassunta in questi termini dal Giudice Istruttore di Firenze  (Mario Rotella) nella Sentenza Ordinanza del 13 dicembre 1989, che è opportuno citare per esteso. “(…) ricordo del m.llo Fiori, in servizio presso il Comando Gruppo Carabinieri di Firenze, e nel 1968 alle dipendenze della Compagnia di Signa. Egli rammentava al comandante del Reparto Operativo, T. Col. Dell'Amico, che in quell'anno dirigeva il Nucleo Investigativo dello stesso Gruppo, che nel 1968, appunto, era stata uccisa una coppia in Castelletti di Signa a colpi di pistola. L'arma non era mai stata rinvenuta. Un colpevole era stato trovato in persona del marito della donna uccisa, per quanto se ne sapeva condannato dalla Corte d'Assise di Firenze nel 1970. Effettuati opportuni riscontri, si accertava che il condannato, Stefano Mele, aveva subito tutti i gradi di giudizio ed uno di rinvio a Perugia. Il G.I. dell'epoca, avvertito, disponeva il recupero del fascicolo processuale. Intorno al 20 di luglio del 1982 esso si trovava sul suo tavolo. Allegati al fascicolo erano, per fortuita e inspiegabile combinazione, i bossoli e i proiettili rinvenuti dopo il duplice omicidio. Disposta comparazione, già a livello informale si accertava l'identità dell'arma adoperata nel 1968 e nel 1982. Il giudice avvertiva il p.m. La notizia veniva tenuta segreta per necessità imprescindibili delle indagini, che avrebbero poi condotto all'incriminazione di Francesco Vinci. Scagionato quest'ultimo dalle sopravvenienze nel 1984, la riservatezza del 1982 avrebbe suscitato non poche diffidenze, mai sopite, nei mass-media e perciò nell'opinione pubblica, con seguito di anonimi consiglieri che hanno ritenuto d'indirizzare le indagini nei confronti di taluno degli stessi membri delle stesse forze di P.G.

Nel 1983 tutti coloro che, tra i carabinieri del gruppo di Firenze, avevano contribuito alla scoperta del precedente sono stati escussi e taluni, nuovamente, negli anni successivi. Da ultimo, in questo 1989, si è ritornati incidentalmente sull'argomento, in rapporto (…) alla possibilità, smentita in maniera assoluta dagli accertamenti, che la notizia del precedente del 1968 fosse stata ottenuta diversamente, per esempio attraverso una confidenza. Analogamente non ha nessun fondamento che sia pervenuto al G.I. dell'epoca (1982) un anonimo, nel quale fosse menzionato in relazione agli omicidi delle coppie, il precedente di Signa”.

Il resoconto di Rotella sembra esaustivo e in effetti potremmo fermarci qui. 
Ma proseguiamo alla ricerca di quelle diffidenze nei mass media di cui parlava Rotella e grazie all’emeroteca di Insufficienza di Prove ne troviamo tre (ma ce ne saranno altre): 


L’Unità 7 novembre 1982 (articolo di Giorgio Sgherri, che brucia i colleghi e pubblica la notizia) affermando: “L’inchiesta su questo duplice omicidio è stata riaperta nella base di alcune lettere anonime giunte agli inquirenti, le stesse lettere anonime, a quanto pare, facevano riferimento a 5 e non a 4 duplici omicidi. È così che i magistrati sono andati a rispolverare il fascicolo sulla tragica fine di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco”.

La Città 9 novembre 1982 (articolo di Franca Selvatici). “Dopo l’ultimo delitto cominciarono ad arrivare lettere di denuncia e di sospetto. Un autore anonimo ricordò agli inquirenti un delitto avvenuto sei anni prima di quello di Borgo San Lorenzo” e successivamente La Città 9 settembre 1983 (articolo di Franca Selvatici). “Ai primi di luglio (del 1982) alcune lettere anonime suggerirono di riconsiderare il lontano e dimenticato delitto del '68 a Lastra a Signa. E fu così che si giunse alla sconvolgente scoperta che l'arma del delitto era sempre stata la stessa.Stessa formulazione in un articolo del 27 gennaio 1984, non firmato, probabilmente dalla penna della stessa giornalista.
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E’ pacifico che il cronista di nera dell’Unità, essendo il primo a dare la notizia, si assume la paternità, nell’ambito della stampa, di propagare la versione delle lettere anonime. Undici anni dopo, nella pubblicazione collettiva L’ultimo mostro (Supplemento al n. 293 dell'Unità del 15-12-93) Sgherri attribuirà il merito del collegamento al solo Francesco Fiore (sic), ma manterrà in gioco le lettere anonime scrivendo: “Ma alla fine del '82 il candidato più quotato era Francesco Vinci. A mettere gli investigatori sulle sue tracce ci sono anche delle lettere anonime inviate ai carabinieri”; segno che qualcosa gli è rimasto a frullare in testa. Notiamo che il contenuto della presunta segnalazione (nella versione primigenia del novembre 1982) non coincide con quanto ricostruito da De Gothia (indirizzamento diretto su Signa) né con la successiva versione di Spezi, che ora andiamo a leggere.





Detto questo, risulta che all’epoca vi erano già versioni autorevoli che ripetevano la storia ufficiale. Ad esempio, Mario Spezi nel suo primo libro sul caso,  Il Mostro di Firenze (1983): “A metà luglio (1982) gli inquirenti decidono di tentare una nuova strada. Si tratta di fare un’indagine su tutti i reati commessi prima del 1974 in cui è comparsa una Beretta cal. 22. E un’idea che sembra pazzesca attraversa la mente di un sottufficiale dei carabinieri la mattina di uno dei primi giorni di agosto. Il maresciallo Francesco Fiore (sic) ricorda che nel 1968 a Signa, non lontano da Firenze una coppia di amanti vennero uccisi mentre erano in macchina in campagna. (…) i due amanti furono uccisi  con una pistola calibro 22 e l’arma non fu mai ritrovata. Perché non confrontare i bossoli del delitto del ’68 con quelli degli omicidi del Mostro?” A questo punto, possiamo aggiungere che nesso stesso libro Spezi fa riferimento al “cittadino amico”, lo stesso di De Gothia, che avrebbe scritto tre lettere in quel lasso di tempo e sarebbe stato oggetto di una richiesta di collaborazione da parte del Comando Carabinieri di Borgo Ognissanti apparsa sui giornali (come si vede tutto coincide), ma ne spiega dettagliatamente il contenuto in maniera del tutto diversa e le attribuisce, per farla breve, a un mitomane. 


Qualche anno dopo, però, Spezi cambierà opinione, se non sul “cittadino amico” quanto meno sulla genesi della “pista sarda”, come risulta dalla lettura del suo Delitti in Toscana (1989). “Secondo una voce che non ha mai trovato conferma ufficiale e che fu per la prima volta riportata da chi scrive queste pagine (dove? abbiamo visto che il primo era stato Sgherri), arrivò nel giugno 1982 un biglietto anonimo alla caserma dei carabinieri di Borgo Ognissanti a Firenze. L’autore del messaggio invitava gli inquirenti ad andare a rivedere le carte del vecchio processo d’appello per i fatti del ’68 celebrato a Perugia anziché a Firenze. (…) La storia del biglietto anonimo non è mai stata confermata ufficialmente, E tuttavia, per la prima volta, chi scrive può dire quale fonte gliela rivelò: il giudice istruttore Vincenzo Tricomi (…). Mi aggiunse un particolare grave: quando chiese di vedere il biglietto, gli fu risposto che era irreperibile. Quel biglietto, insomma, non esiste più”.  Più o meno la stessa versione verrà ribadita in Toscana nera dello stesso autore, pubblicato nel 1998: “Siamo in grado di rivelare che gli investigatori furono informati da un biglietto anonimo, probabilmente inviato dal mostro stesso. In quel biglietto – anzi un ritaglio di giornale in cui si parlava dell’uccisione di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco era scritto. <<Perché non andate a rivedere il processo d’appello per i fatti del 1968 che si svolse a Perugia?>> Incredibilmente il messaggio, custodito nella caserma dei carabinieri di Borgo Ognissanti, si perse. La Procura della Repubblica negò che fosse mai esistito. Ma il giudice Vincenzo Tricomi lo ebbe in mano e ci ha autorizzato a confermarne l’esistenza.

Considerate le teorie di Spezi, esplicitate da ultimo nel suo “Dolci Colline di sangue” (vedi infra), il messaggio anonimo sarebbe non un depistaggio bensì un “pistaggio”, un indirizzamento preciso; ma in questa sede questo non ci interessa. Notiamo che Tricomi fu sostituito nel ruolo di giudice istruttore già nella prima metà del 1983; quindi quando e per quale motivo avrebbe avuto occasione di chiedere di vedere (o ri-vedere) il biglietto anonimo? Quando il misterioso ritaglio sarebbe stato “smarrito”? Possibile che nel giro di pochi mesi, pur lavorando a tempi pieno sul caso, ne avesse dimenticato il contenuto? O che addirittura non avesse mai chiesto di prenderne visione? Vedremo nel seguito la sua versione dei fatti.


Una conferma indiretta del racconto di Spezi, o meglio che Spezi raccontava pubblicamente quello che aveva scritto, ci viene da Carmelo Lavorino, autore di vari scritti sul Mostro. Nel suo Mostro di Firenze  - La teoria finale (1991) - “Mi ha detto il mio amico giornalista Mario Spezi: nel 1982 arrivò al maresciallo Fiori un biglietto anonimo che indicava il collegamento … di tale biglietto non è rimasta traccia … io lo so perché il giudice Tricomi lo ha visto e me lo ha confermato…  Cosa può essere accaduto:? L’inquirente cattivo appartiene a una combinazione criminale che dal 1974 comincia a sparare e sezionare per motivi che a noi non è dato conoscere, ma solo supporre. La pistola con cui la combinazione spara non è la stessa del 1968.L’inquirente cattivo spara con la pistola che uccide dal 1974 otto proiettili e li recupera, congiuntamente ai bossoli, si reca a Perugia, fa sparire i reali proiettili e bossoli della calibro 22 del clan sardo (nota: si intende, sostituendovi i bossoli sparati dalla vera pistola del Mostro, Lavorino si dimentica di dirlo esplicitamente). Nel 1982, dopo il delitto di Montespertoli, fa stabilire il collegamento, avvalendosi del m.llo Fiori o strumentalizzandolo” (nota: nel seguito l’autore chiarisce di non credere per nulla a questa ipotesi e di averla citata, per così dire, solo per smontarla). Questa comunque è una testimonianza de relato di secondo livello (Tricomi lo dice a Spezi che lo dice a Lavorino) che lascia il tempo che trova, ma che inseriamo per amore di completezza.


Infine, arriviamo alla esplicita dichiarazione dell’ipotesi “depistaggio”. Nel romanzo Coniglio il martedì di Aurelio Mattei (1993) Il protagonista, che è anche l’assassino, si insinua nella Cancelleria di un Tribunale fingendosi collaboratore di un avvocato e sostituisce i reperti di un altro fascicolo inserendovi i bossoli sparati dalla sua pistola; dopo di che telefona in questura e suggerisce di collegare gli omicidi. Una battuta del romanzo forse degna di nota è la seguente: “Dove avete trovato i bossoli?» «In tribunale», rispose Cadone, «nell'archivio reperti. È stato per puro caso; secondo il cancelliere tra un mese sarebbe andato tutto al macero. Mi ha detto che, dopo un certo numero di anni, se non ci sono oggetti preziosi, oppure materiale d'interesse per il museo criminologico, viene tutto incenerito.» «Non dovevate controllare», riprese il criminologo, «tutti gli omicidi degli anni precedenti?» «Sì, il controllo è stato eseguito, ma c'eravamo fermati al 1970.» Se un controllo simile e la stessa data vi fa scattare un’associazione di idee con l’indagine avviata il 3 luglio del 1982, beh, non avete torto. Che dire? Si tratta di un romanzo ispirato alla vicenda del Mostro; ma a volervi cercare una chiave, la si trova.


Un sostegno alla versione ufficiale, dopo queste note a dir poco dissonanti, viene da Giuseppe Alessandri, il quale nel periodo tra processo di primo grado e appello nei confronti di Pacciani diede alle stampe  La leggenda del Vampa (1995), che, condivisibile o meno il suo assunto, resta un libro affascinante e frutto di una ricerca sul campo. A quanto pare, l’autore parlò con il maresciallo Fiori, che gli confermò direttamente (ma come avrebbe potuto non farlo?) quanto a suo tempo dichiarato agli inquirenti. “Fu proprio in questi giorni di inizio luglio che il colonnello Dell’Amico invitò tutti i suoi collaboratori del Comando fiorentino dei carabinieri a fargli presente ogni episodio delittuoso che riaffiorasse alla loro memoria e che potesse in qualche modo essere ricollegato agli omicidi del Mostro. Fu così che il maresciallo Fiori, anch’egli in servizio a Borgognissanti – al nucleo investigativo – si ricordò di un duplice omicidio avvenuto nell’estate del 1968 nella campagna di Signa (della cui stazione egli, brigadiere, faceva parte), peraltro in un periodo in cui si trovava in licenza. Sì badi bene dunque: non fu, come è stato tendenziosamente affermato, un biglietto anonimo a richiamare all’attenzione dei militari dell’Arma su quel vecchio delitto di Castelletti, ma fu il maresciallo Fiori ad avere, su sollecitazione del colonnello Dell’Amico, tale intuizione. Nacque così quella che sarebbe divenuta tristemente famosa come la “pista sarda” delle indagini sui misfatti del mostro di Firenze”. Tanto per essere chiari, per Alessandri la “pista sarda” è “tristemente famosa” perché allontanò l’attenzione dall’arcicolpevole Pacciani.


Nel 1996, Tornielli e Bruno (Analisi di un Mostro) sono sicuri che il maresciallo Francesco Fiore (sic) fu aiutato da un biglietto anonimo (forse un’imbeccata dello stesso Mostro?) Peggio, nel suo singolare pastiche intitolato Mostro d’autore (1996-2001) Tommaso D’Altilia si schiera apertamente per il depistaggio, sulla base, a suo dire, di un’interpretazione storica e logica, il che in parole povere significa “facendo ampio ricorso alla fantasia”-  (nota: cito unicamente dalla premessa programmatica del volume) “Raccolta di elementi indicanti: depistamento doloso delle indagini, compiuto nel luglio del 1982 mediante la creazione di una falsa “pista sarda”; che l’autore del depistamento fu il maresciallo dei carabinieri Francesco Fiore (sic); che il depistamento fu attuato mediante manomissione dei reperti allegati al fascicolo processuale di Stefano Mele, ciò allo scopo di ingannare i periti balistici; che dopo il doloso depistamento il maresciallo Fiore negò recisamente l’imbeccata di una lettera anonima” Nel seguito, l’autore definisce il maresciallo Fiore “utile idiota di cui si servì qualcuno che aveva già attuato la manomissione dei reperti (bossoli)”. E’ singolare, ma forse nemmeno tanto, che D’Altilia venga citato come fonte attendibile nella requisitoria del PM Mignini, che riporta un brano di una sua audizione del 2002 presso la Squadra Mobile di Perugia: “posso dire che il depistaggio è avvenuto, a mio avviso, nella città di Perugia o meglio nel Tribunale di Perugia, allorquando il dottor VIGNA subentrò come Capo del Pool Investigativo che si occupava dei duplici omicidi avvenuti nella città di Firenze. (…)Nella circostanza un Maresciallo dei Carabinieri, FRANCESCO FIORE, affermò di ricordare che nel '68 c'era stato un delitto analogo, una coppia uccisa forse a Lastra a Signa, LOCCI – LO BIANCO. Il maresciallo o la magistratura ritennero di recuperare i bossoli al fine di procedere alla comparazione degli stessi, e siccome l'iter giudiziario del procedimento a carico di STEFANO MELE si concluse nella città di Perugia, tutti i reperti erano presenti presso quest'ultimo Tribunale, da cui si deduce che solo presso quegli uffici sia stato effettuato lo scambio dei bossoli affinché quelli della serie partente dal '74 coincidessero con l'arma dell'omicidio del '68”. Tuttavia, lo stesso Mignini informa che il fascicolo era tornato a Firenze (si veda Sentenza del GUP di Perugia già citata). 


A questo punto, avendo già citato una varietà di fonti, possiamo fare un’osservazione di carattere filologico. Chi, scrivendo, usa il nome Fiore anziché Fiori molto probabilmente non conosce gli atti e ripete la storiella “per sentito dire” oppure non ricorda bene. E’ pur vero che la stessa Dott.ssa Della Monica, in un’intervista raccolta da Paolo Cochi per il suo documentario (I delitti del Mostro di Firenze), chiama il maresciallo “Di Fiore” e lo qualifica come “collaboratore di Piero Vigna”, ma parlando a braccio ci si può sbagliare, scrivendo un libro no – o quanto meno non si dovrebbe.

Siamo alla fine. Concludo questa raccolta di fonti con un interscambio a distanza Tricomi – Spezi. Ecco quanto scrive Spezi in Dolci Colline di Sangue (2006) – “Parlammo del delitto di Montespertoli, l'ultimo, e a un tratto chiesi al giudice, senza una vera ragione: 'Ma davvero fu solo per la memoria del maresciallo Fiori che vi accorgeste che le pallottole del 1968 erano le stesse degli altri delitti?' "Tricomi si accese un'altra sigaretta, si guardò le punte delle scarpe e con il suo stretto accento siciliano mi disse senza esitazioni: 'Macché! Può anche essere che quel maresciallo si sia ricordato del delitto del '68, ma la verità è che ricevemmo un'informazione precisa'. '"Un'informazione? E da chi? Che tipo d'informazione?' lo incalzai, annusando una notizia clamorosa. "'Arrivò un biglietto', riprese Tricomi per nulla agitato, 'un biglietto anonimo, scritto in stampatello. Anzi, la scritta era su un vecchio ritaglio di giornale che parlava dell'omicidio del '68. Si leggeva Perché non andate a rivedere il processo di Perugia contro Stefano Mele?” in questo passaggio del romanzo Spezi descrive un dialogo intercorso con il G.I. Tricomi, in occasione dell’apertura di un anno giudiziario [dialogo fittizio? La scena è intrinsecamente credibile in quanto Tricomi intorno all’aprile 1983 fu trasferito alla Corte di Appello di Firenze, venendo sostituito all’Ufficio Istruzione da Rotella, ma ovviamente l’abilità del romanziere sta nel costruire situazioni fittizie ma verosimili). Temporalmente, la confidenza andrebbe situata tra il 1983 (prima versione di Spezi) e il 1989; ma spostando la data in avanti viene a cadere il riferimento all’ultimo delitto come quello del 1982. L’unica apertura dell’anno giudiziario nella quale il delitto di Montespertoli è ancora l’ultimo è quella del 1983 e all’epoca Tricomi ancora si occupava del caso. Insomma, nel modo in cui viene narrata la scena qualcosa non quadra; il che non implica di per sé che la sostanza del dialogo non sia veritiera. 


Ma ecco il testo della dichiarazione rilasciata da Vincenzo Tricomi a Mario Spezi datata 15 gennaio 2002 - “In ordine all'episodio di cui mi si chiede, premesso il notevole lasso di tempo sbiadito e incerto ogni ricordo, posso dire di ricordare che presumibilmente nell'inverno 1982 venne il maresciallo Fiore (sic) con un ritaglio di giornale di cui ignoro come e con quale modalità erano venuti in possesso i carabinieri che riferiva della conferma della condanna in sede definitiva a Perugia. Mi chiese se era possibile acquisire il processo e io lo ritenni del tutto possibile". Notiamo che nel 2002 Tricomi ricorda poco o nulla e sbaglia anche lui, come un D’Altilia qualsiasi, il nome del povero maresciallo; del resto, sono passati, dai fatti, vent’anni. Notiamo anche che, nella dichiarazione, non si parla affatto di anonimo, ma solo di un ritaglio di giornale, che poteva benissimo provenire dall’archivio del Nucleo di Borgo Ognissanti. Ancora, secondo Tricomi, fu il maresciallo a venire direttamente da lui, mentre il duo Fiori – Piattelli afferma concordemente di aver lasciato l’incombenza, per ovvi motivi gerarchici, al colonnello Dell’Amico. Lo stesso iter informativo proceduralmente corretto (Fiori – Dell’Amico – Tricomi) si ritrova nella sentenza Rotella, il magistrato che all’epoca, a menti ancora relativamente fresche, si occupò di chiarire il caso. La mia impressione è che nel 2002 Tricomi scrisse, per far piacere a Spezi (che forse si stava precostituendo le basi per il suo prossimo romanzo e l’ipotesi “Carlo”), il massimo che si ricordava e poteva confermare in coscienza; quindi il dettaglio dell’articolo di giornale è (probabilmente) autentico, mentre non troviamo conferma di una segnalazione anonima indirizzante al processo di Perugia. 


Infine, Vincenzo Tricomi rilasciò un’intervista a Paolo Cochi ( 13 agosto 2011 – ora anch’essa nel volume “Al di là di ogni ragionevole dubbio”).  “Devo precisare che dopo quel delitto (Baccaiano di Montespertoli, giugno 1982) fui io personalmente a disporre l’invio di fonogrammi ai vari Comandi dei CC e polizia di ricerca per eventuali casi di duplice omicidio con modalità simili. Un giorno venne il Maresciallo Fiori con un vecchio articolo di giornale inerente il caso del delitto del 1968 chiedendomi se sarebbe stato opportuno approfondire la questione. Ovviamente disposi il recupero del fascicolo che stava a Perugia ed il Maresciallo se ne occupò assieme al Colonnello Olinto Dell’Amico. (...) Rammento che intorno al 20 di Luglio 1982 il fascicolo relativo al duplice omicidio del 1968 di Signa era a nostra disposizione. Nel fascicolo, come è ormai noto, rinvenimmo una bustina con allegati i bossoli di quello strano omicidio. Le perizie del Colonnello Zuntini erano all’interno del faldone. Ci fu dunque un controllo immediato con i bossoli esplosi dalla famigerata calibro 22 e ricollegammo gli omicidi”. Notiamo alcune cose. Lo stesso Tricomi che nel gennaio 2002 (dichiarazione a Spezi) sbagliava il nome del maresciallo, ora lo dice giusto; quel  Tricomi che sbagliava il tempo dell’indagine (“presumibilmente nell’inverno 1982”) ora ricorda addirittura il giorno (20 luglio). Ma non solo: usa una locuzione molto simile a quella riportata nella sentenza Rotella; “Intorno al 20 di luglio del 1982 esso si trovava sul suo tavolo” vs ”intorno al 20 di luglio 1982 il fascicolo era a nostra disposizione”. Un filologo che si trovasse di fronte a due testi A e B, che raccontano la stessa storia nello stesso modo, conoscendo l’anteriorità di A, non avrebbe problemi a stabilire che B deriva da A, soprattutto quando in un testo antecedente l’autore di B dimostra di non conoscere (nel nostro esempio, non ricordare) dettagli riportati da A. Sperando di essere stato chiaro, richiamo un ulteriore dubbio su quanto detto da Tricomi a Cochi, ossia: era stato il G.I. a far ricercare delitti simili verificatisi negli anni precedenti o era stata la Procura (richiesta del 3 luglio) e Tricomi ricorda male? O erano stati entrambi autonomamente? Il giudice istruttore poteva all’epoca prendere iniziative investigative autonome; d’altra parte,  se l’invito non fosse venuto direttamente da Tricomi , perché mai Fiori (o Dell’Amico) avrebbe portato da lui il ritaglio di giornale, anziché fare rapporto alla Procura della Repubblica? E’ impossibile optare per una ipotesi o per l’altra, non disponendo di documentazione. Sta di fatto, che quand’anche su alcuni particolari esposti nell’ultima intervista la memoria dell’ex giudice sia stata probabilmente aiutata, un episodio importante come un anonimo che scatena un’indagine durata sette anni e che manda in galera gente innocente, non si può dimenticare; e Tricomi, a esplicita domanda di Cochi, confermò recisamente che  non gli risultava che la notizia fosse arrivata dall’esterno e che l’identità dell’arma era una delle poche certezze di questa storia.



[1] Franca Selvatici, interpellata direttamente in merito alla segnalazione anonima (data 10/02/2017) ha confessato di non ricordare nulla dell’anonimo.

18 commenti:

  1. Inserito riferimento su articolo di Sgherri, grazie a una segnalazione anonima :-)

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  2. Complimenti, un lavoro prezioso per chiarezza e completezza. Ho letto anche con attenzione, e non posso che consigliarlo a tutti coloro che si interessano alla vicenda, "Gerarchia delle fonti per lo studio del caso del mostro di Firenze".
    Iornando all'articolo, dovrò rileggere più volte -e meditare- prima di entrare nel dettaglio ma 3 cose mi hanno colpito già dalla prima lettura.

    1) L'attività frenetica di Vigna a Borgo, alla ricerca di una pistola che, persa in meandri burocratici (ma non si è obbligati a pensare bene), diventa poi ininfluente proprio in coincidenza del ricordo del maresciallo Fiori.
    Sarà disponibile? L'avranno comunque recuperata? Ne dubito fortemente.

    2) Il fonogramma invita a ricercare casi a partire dal 1970. L'unica ragione che al momento mi sovviene è che ci fosse qualcuno "sotto la lente", un presunto S.K. solitario. La limitazione al 1970, in questo senso, sarebbe indice di una notevole convinzione di trovarsi sulla pista giusta. Pista abbandonata all'aprirsi della pista sarda, appunto.
    3) Tricomi, Spezi, Fiori. Per ragioni diverse, nessuno dei tre sembra cosciente dell'importanza nodale della questione "collegamento con Signa".
    Mi riferisco ai cambiamenti (Spezi Tricomi) ai "non ricordo" (Tricomi), ai "ricordi a rate" (Fiori). per questo lascio aperta la possibilità che considerassero (almeno i servitori dello Stato), la questione come un tabù giudiziario o meglio un pentolone da non rimestare troppo.
    E' vero che la prima versione di Tricomi è di seconda mano, ed è vero che Spezi non è l'uomo da cui comprerei un'auto di seconda mano. Ma Tricomi non si è premurato di smentire, che io sappia.

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    1. Nel mentre attendo altri tuoi commenti, esprimo la mia convinzione che, al contrario di quanto tu pensi, l'ampiamento delle ricerche ai casi precedenti al 1974 è solo indice del fatto che dopo baccaiano gli inquirenti brancolano totalmente nel buio. In tal senso, nell'ottica della versione ufficiale, il limitarsi al 1970 è un errore, al quale solo la buona memoria del duo Fiori - Piattelli pone rimedio.

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    2. Ho idea che ci sia una spiegazione precisa al limite del 1970. Forse dettata semplicemente da una questione di procedura. Forse da considerazioni criminologiche. A presto.

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    3. C'è un aspetto che mi era sfuggito sinora, la corrispondenza tra la testimonianza non giurata di Fiori e l'intervista rilasciata da Piattelli a Cochi. Sottoponendo a spietata analisi questo aspetto:
      1) La testimonianza del 1986 è il primo documento ufficiale (un verbale) che collega Fiori a quegli eventi del 1982.
      4 anni in cui Fiori fu solo ufficiosamente il fautore di una pista che invece portò subito ad arresti.
      2) Piattelli (che "non esiste" fino al 1986) non viene verbalizzato contestualmente a Fiori ma sentito da Cochi quando ormai informato delle dichiarazioni del collega e senza nessuna ufficialità. Le probabilità che scegliesse quell'occasione per "sputtanare" il collega sono infinitesimali. L'avrebbe, nel caso, fatto all'epoca e per vie ufficiali. Quell'intervista aveva un esito previsto.
      3) Piattelli, come Fiori, àncora il ricordo alla discussione avuta sull'anno del delitto di Signa. Ricorda questa discussione negli stessi esatti termini. I ricordi autentici tendono a differire per ovvi motivi, questi sono fotocopie.
      4) Rotella non fa alcuna menzione a Piattelli nelle motivazioni della sentenza. Forse non era convinto del suo effettivo coinvolgimento, forse non poteva non essendo stato verbalizzata la sua dichiarazione.

      Se mi chiedo, a chi conveniva (ipoteticamente) inventare il ricordo di Fiori invece che ammettere l'esistenza di lettere anonime ad indicare Signa come primo delitto?
      Sicuramente giovava alla credibilità della prova. Il legittimo sospetto di essere stati "presi all'amo" da chissà chi svaniva. Conveniva all'arma che perdeva terreno rispetto alla polizia giudiziaria sempre più coinvolta.
      A completare il quadro fumoso, il mistero delle lettere anonime citate nell'appello del 20 luglio, e quindi esistenti, ma mai trovate né messe a verbale o repertate in alcun modo. Legittimo sospettare che ci abbiano nascosto qualcosa.



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  3. i "misteri" restano misteri FINO A CHE non la si smette di riproporre cose smentite nei fatti.

    Dichiarazioni Tricomi.
    Dichiarazioni Zuntini.
    Documentazioni sequestrate dal GIDES a Spezi
    Dichiarazioni firmate del M.llo Fiori.
    Dichiarazioni del suo (del Fiori),ex-collega Piattelli (a conferma).
    Nei fatti:
    - documentazioni ufficiali che smentiscano quanto dichiarato ufficialmente dal Fiori?
    Zero. Niente. Nulla. Nessuna.
    - Documentazioni che smentiscano quanto dichiarato dal Piattelli?
    Zero. Niente. Nulla. Nessuna.
    - Documentazioni ufficiali che smentiscano il documento sequestrato dal GIDES a Spezi?
    Zero. Niente. Nulla. Nessuna.
    - documentazioni ufficiali che smentiscano il Tricomi?
    Zero. Niente. Nulla. Nessuna.
    - documentazioni ufficiali che smentiscano lo Zuntini?
    Zero. Niente. Nulla. Nessuna.


    Ma il "fumo" è roba assai comoda, visto che permette il riproporsi ciclicamente dei soliti pour-parlez ad muzzum, che posson far tanto fico e tenere in vita le (risibili ma ben utilitaristiche) sparate del Filastò e dello Spezi (R.I.P.) tra gli altri.

    E togliere la fuffa alla storia del MdF significa togliere l'ossigeno a chi nelle fuffa sguazza.

    Ma... ma senza fuffa in cui sguazzare, la storia del MdF non è abbastanza interessante da generare click e dare palcoscenico (e business collaterale).

    Business is business, fetecchia is fetecchia.
    The show must go on.

    Hazet




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  4. Inoltre, andrbbe anche messo ben in evidenza cosa le "uniche 3 possibilità" portano obbligatoriamente con sè.

    1)Fiori e Investigatori
    Fiori/CC/investigatori/etc si ricordarono di Signa (come loro dovere lavorativo fare).
    Nulla di strano, nulla di implausibile, nulla di complottesco, nula di manipolazioni.
    Risultato? Pista Sarda 100%, e complotto 0%

    2) Fonte anonima (in buona fede)
    Fiori/CC/investgatori/etc giungono a rcordarsi di Signa perchè imbeccati in buona fede da una fonte anonima.
    Per immagine e autoreferenzialità però dichiareranno sempre di esserci giunti da soli e non tramite imbeccata anonima.
    Non si capisce cosa mai gli sarebbe cambiato ammettere un comune aiutino esterno; resta che sempre lo negarono (e nessuno è mai riuscito a portare un solo documento ufficiale capace di smentire ua simile reiterata affermazione).
    Risultato? Pista Sarda 100%, e complotto 0%

    3) Fonte anonima (manipolatrice)
    Mdf o altri che si preferisca, questa versione oltre a non essere suffragata da niente se non da pietose illazioni (dei soliti noti ed illeggibili nomi che hanno infestato per anni le discussioni sul mdf), porta obbligatoriamente con sè la necessità di spiegazione (che i fuffari si guardano sempre bene dall'indicare nello specifico):
    -> dei "come": una simile manipolazione di faldone (comprese perizie e macrografie autografate e bossolame vario) avrebbe fisicamente aver avuto luogo
    -> dei "dove": fisicamente una simile manipolazione avrebbe avuto luogo (Firenze? Perugia? e come sapere dove era qel faldone... che comuqnue a ragiond i logica non era l'unico esistente per quello che rigurdava gli esite delle perizie)
    -> dei tanti "chi": avrebbe poi come minimo indotto da semplici appuntati fino a colnnelli dei CC, e procuratori e periti e compagnia bella a mentirne in proposito
    -> e dei "perchè": tutta questa pletora di appuntati, brigadieri, colonnelli, etc etc avrebbero dovuto mentire (o si vuole addirittura sostenerne una complicità omicida con il mdf??? dello Zuntini magari??? ma LOL!!!)

    Risultato? credibilità per possibilità del complotto: 0%


    Hazet

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    1. sono abbastanza d'accordo. i commenti li metterò nella seconda parte.

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    2. @Hazet
      Questa semplificazione è eccessiva.
      L'onere della prova spetta all'accusa. Non è l'accusa però che decide cosa sia una prova e cosa no. E' la legge.
      Le modalità del rinvenimento dei bossoli e dei proiettili di Signa '68 invalidano la prova che si presta a divenire un indizio di poca professionalità, nella migliore delle ipotesi. Questi bossoli non erano nel deposito prove, blindato e sorvegliato a custodia e garanzia del non inquinamento della prova. Questa la prescrizione di legge, che nessun richiamo ad altre e mai dimostrate convenzioni in uso, può scalfire. Peggio per chi non vi si attiene.
      La "ratio" della disposizione di legge è stabilire l'impossibilità per chiunque di accedere alle prove di un reato senza averne titolo e senza lasciare traccia del suo passaggio. Per intenderci, ci fosse bisogno, uso una metafora: una cosa è il caveau di una banca, l'altra l'armadietto di un impiegato. Dove vorresti tenessero i tuoi gioielli di famiglia?
      Un altro aspetto importante è la non-tracciabilità dei passaggi che hanno portato la prova nelle mani di Tricomi nell'82. Sarebbe inutile preservare la prova se poi non si sa chi l'ha spostata e quando. A questo proposito trovo strano che la procura di Firenze abbia commesso lo stesso errore di quella di Perugia, tenendo i bossoli spillati all'incartamento. Forse che i bossoli a Perugia non c'erano e sono comparsi a Firenze?
      All'interno dei palazzi e tra le f.d.o. ci sono tutte le risposte capaci di chiarire modalità e responsabili delle mancanze in termini di custodia, garanzia e tracciabilità. Non capisco perché, a tuo parere, debbano essere i "fuffari" a fornire risposte. Vuoi interrogarli perché non si allineano al tuo atto di fede?
      Sulla base degli elementi in nostro possesso non possiamo affermare con certezza neppure se i bossoli repertati provenissero dal delitto di Signa oppure no. Negare o affermare che ci fu depistaggio rientra nell'ambito delle opinioni. Comunque la si pensi non ci sono elementi sufficienti per negare una possibilità alla tesi avversa.

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    3. @toxicity

      scrivi: ..."Negare o affermare che ci fu depistaggio rientra nell'ambito delle opinioni." [citazione]

      Tra opinioni ed illazioni c'è una enorme differenza. abissale e completa.
      Le opinioni si basano su elementi accertati/accertabili e d validità di catena logico-pragmatica.
      Le illazioni si basano sul volontari adattamenti interpretativi che tengono in conto solo degli elementi a favore e non di quelli contrari (nonostante piu e piu volte ripetuti).

      Ma anche fosse (e non è) un mero gioco di "opinioni", per cui "tutto deve avere lo stesso valore, e duqnue tutto si può dire" (e non è): l'errore principale è proprio lì che sta.
      Le opinioni non sono sinonimo nè di 'giustezza' nè di 'correttezza', nè hanno valore paritario tra loro.
      Nè, soprattutto, hanno valore maggiore dei fatti, delle dichiarazioni ufficiali, delle deposizioni giurate e dei documenti.

      Hanno i 'complottisti' almeno una vaga idea di cosa (e di quanti passaggi e di quanti complici omertosi) avrebbe comportato una manomissione di quel faldone?

      Il depstaggio 1968/1982 è la più crassa "fantozziana corazzata potiomkyn" del caso mdf, assieme all potyomkinata del mdf alla guida della macchina del Mainardi.
      [non per nulla, esattamente le robe negli anni sostenute dai peggiori, meno affidabili e più deleteri 'mostrofili' che hanno imperversato in rete]

      Hazet

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    4. scrivo: ..."Negare o affermare che ci fu depistaggio rientra nell'ambito delle opinioni." [citazione]
      Lo sostengo perché non va mai messo "il carro davanti ai buoi".
      Prima, andando con metodo, è necessario escludere la possibilità di manipolazione sui bossoli e sui proiettili di Signa. Seguire la procedura di legge avrebbe salvaguardato il valore della prova e avrebbe evitato, a monte, ogni dubbio o illazione. Il fatto che le procedure siano state violate ripetutamente è accertato. Non significa di per se "malafede", basta infatti l'incompetenza. La malafede però interviene (o emerge) quando, invece di difendersi (ricostruendo i passaggi saltati, chiarendo da chi e perché) si attacca, pretendendo un occhio benevolo su mancanze sostanziali. A che pro? Per avere punti fermi costi quel che costi? Non sono ancora così "disperato".
      Dici che la manomissione di quel faldone avrebbe comportato enormi difficoltà. Vero solo se i termini di custodia e garanzia fossero stati rispettati e così non è stato. Non è un opinione nè un dato secondario.
      A questa grave mancanza di metodo si aggiungono contestualmente le altre anomalie su cui non mi ripeto ma cito la più macroscopica; l'appello dei cc del 20 luglio 82 (mai spiegato).
      Ergo non posso accertare od escludere un depistaggio oltre ogni ragionevole dubbio.
      Ora, se devo pormi nell'ordine di idee che i servitori dello Stato non possono mentire e quindi ogni ipotesi in quella direzione è un'illazione, tanto vale abbandonarsi alla verità ufficiale, in toto. Mi pare invece che tu ipotizzi che alcuni possano mentire e ingannare (Giuttari e Mignini) mentre altri no (Fiori e Tricomi). Quale sarebbe la discriminante? Non vorrei fosse la tua opinione. La deposizione poi era "non giurata", se ti riferisci a quella di Fiori del 1986 (non me ne risultano altre).
      Per evitare di finire in un inconcludente "gioco di opinioni" come temi non si può usare la scorciatoia di trasformare arbitrariamente un'opinione in verità, come fai quando affermi che non ci fu nessun anonimo a suggerire Signa nè nessun depistaggio.
      De Gothia, tramite i suoi scritti, sprizza ancora acume e stile. Non mi disturbano neppure, i tuoi tentativi di etichettarlo per ciò che non è mai stato; sono destinati a fallire. E' un bersaglio troppo grosso per te, anche nell'assenza.

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  5. ciao Frank,
    magari se ti riesce, nella 'seconda parte', aggiungi anche qualche interessante ragionamento sul fatto che un depistaggio nel 1982 molto mal si aggancerebbe alle successive 'manipolazioni' (quelle sì) "pro-Pacciani" e seguitur "pro Pacciani+CdM" del duo Vigna-Giuttari).
    Perchè, il legame con Signa viene appunto fuori in un momento in cui il 'grande totem dell'utile colpevolezza del PP' è ancora ben di là dal venire; e all'epoca tutto quello che c'era era un gran brancolare nel buio.
    Anche per i fautori complottisti più spinti (quelli che mettono in mezzo servizi segreti e menate simili) è del resto assai difficile spiegare la necessità di una manipolazione nel 1982 quando proprio nessuno avevano nel mirino gli inquirenti (e soprattutto nessuno di altolocato come nome).

    Comuqnue lo sai che per quanto tu possa sbatterti e documentare e scrivere... ci sarà sempre chi ritirerà fuori il solito torrone del complotto e della manipolazione :(
    Del resto, fino a che si continua addirittura oggi a citare (in positivo, sic!!!) financo il De Gothia, e sui forum e blog di riferimento si lasciano circorale senza ban ogni genere di simili sproloqui: un cambierà un bel nulla.
    Come già detto, per sguazzare (nei click): ci vuole il fango (che sono il nemico principe dei tanti paletti fermi e certi della vicenda mdf).

    PS: buon proseguimento (as always)


    Hazet

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  6. ...ed un ulteriore utile spunto di ragionamento

    La inverosimile manipolazione di faldone, quando si prende sul concreto quanto di pratico avrebbe comportato, non può che portare a dover supporre una manipolazione/depistaggio avvenuta con "complicità interne alle Istituzioni".

    Infatti, NON possono essere attribuibili ad tapino qualunque (mdf depistatore o cittadino amico che piu si preferisca), tutta la serie di obbligatorietà necessarie al depistaggio:
    - conoscenza efettiva esistenza e luogo dove il faldone si trovasse;
    - disponibilità di accesso plurimo a detti locali;
    - disponibilità bossoli e palle compatibili, per sostituzione;
    - falsificazione materiale plausibile e coerente, di perizia e macrografie allegate e firmate;
    - garanzia di cecità & omertà da parte di alto graduati delle FFOO, periti, investigatori etc etc

    Ma questo crea alla farlocca tesi complottista, un problema ancora più grosso di quello già palese e di spessore del fatto che nel 1982 le indagini brancolassero nel buio e non ci fossero sospetti di rilievo all'orizzonte. meno che meno sospetti appuntati su personaggi di rilievo socio-istituzionale (rendendo già questo di fatto inutile completamente il depistare in sè).

    Infatti, nel 1982, erano proprio le FFOO/innvestigatori/procura/etc = ossia i soggetti papabili da illazionare per il 'complotto' (sic) come "complicità interne alle Istituzioni", a sapere che il mainardi era morto senza aver ripreso mai conoscenza e senza aver fornito la benchè minima indicazione sul MdF che l'aveva assalito assieme alla sua compagna !!!

    E' il gatto che si morde la coda. Dell'implausibilità.

    Perchè da un lato per attuare quel popò di manipolazione ci volevano dei qualcuni di "interni alle Istituzioni", MA al contempo, proprio in quanto "interni alle Istituzioni", quei qualcuni ancor meno di chiunque altro avevano bisogno di un complotto per allontanare le indagini (che manco li sfioravano di striscio) da loro, visto che se potevano accedere a fare tutto quanto obbligatorio nel depistaggio, altrettanto facilmente avrebbero saputo del silenzio e della morte del Mainardi.

    E' che il complotto/depistaggio, prorio non sta in piedi sotto nessun punto di vista: nè fisico, nè utilitaristico, nè documentale.

    Hazet

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  7. Hazet e Toxicity
    ho preso atto dell'opinione e delle argomentazioni di entrambi. Prossimamente pubblicherò qualche considerazione mia personale, dopo di che potremo riaprire il dibattito, volendo.

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  8. Delitto Signa 68 é ad opera dei Sardi e qui siam quasi tutti d'accordo , nel 68 un duplice omicidio non aveva minimamente un eco mediatico quasi nauseante come in questi anni tra mille trasmissioni televisive, poteva un persona seppur predisposta ripetere tali omicidi leggendo solamente qualche articolo sui giornali ? Possibile ma altamente improbabile. .. Oltre a ripetere tali omicidi senza aver vissuto in prima persona il delitto 68, questa persona poteva solo pensare e poi fare quello che Hazet ha elencato per far si che il depistaggio andasse in porto ? Hihihihi scusate ma mi scappa da ridere... no dai torno serio , ma per favore !!!! Neanche nelle fiabe di fantaghiró si é arrivato a tanto ... Allora le ipotesi sono 2 , un guardone era già in loco prima che che arrivassero la Locci e il Lo Bianco oltre che ai killer , ha assistito al delitto e raccolto la pistola lanciata dal Mele , o molto semplicemente era Salvatore Vinci ...

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  9. Delitto Signa 68 a opera dei sardi non è vero che siano quasi tutti d'accordo. Ad esempio Filastò, Canessa 1994, Master,Scrivo, più o meno anche Cochi e Flanz Vinci e chissà quanti ne dimentico. Ultimo tra cotanto sessno, io non so decidere.
    Quindi partendo già da un dato incerto (sardi sì - sardi no) non mi sento di dire che le ipotesi residuali siano solo le due che hai nominato.
    Sul non depistaggio invece rischio di sbilanciarmi: sono cose da romanzo, infatti compare per la prima volta in un romanzo.
    Personalmente per Signa resto ancora affezionato a FV, ma è una pura questione di innamoramento per l'ipotesi.
    Ciao

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  10. Ci sono delle anomalie nella tesi assassino estraneo alla cerchia dei Sardi ,la coincidenza che ha ucciso una donna la quale la volevano morta sia i Vinci sia i Mele e agli alibi falsi di questi , se non ricordo male Valerio Scrivo sostiene che il killer non si é accanito sulla donna perché si é accorto della presenza del bambino, quindi causa il bambino non ha potuto soddisfare le sue pulsioni , possibile che non riuscendo nel suo intento di accanirsi sulla donna aspetta ben 6 anni per fare quello che gli é stato impedito nel 68?

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    1. Conosco bene gli argomenti pro e contro e li ritengo, purtroppo, non conclusivi o escludenti né in un senso né nell'altro.
      Non si può nemmeno escludere che a compiere il primo delitto sia stato un conoscente della Locci mai individuato (quindi non dei "sardi ben noti"). Difficile ma non impossibile.

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