venerdì 30 giugno 2017

Il teste Alfa (5)






Riassumiamo. Abbiamo scoperto (non certo una grande e nuova scoperta, ma comunque una verità ignorata da molti) che Alfa / Pucci sta all’origine della pista investigativa dei compagni di merende, alla cui fine (non Beta, ma Omega) sta Giancarlo Lotti.
E’ Pucci che per primo (2 gennaio 1996 – ma chissà poi chi era quel misterioso teste che venne sentito in questura il 28 dicembre 1995?) afferma di essere stato a Scopeti la presunta notte dell’omicidio.
E’ Pucci che per primo (9 febbraio 1996) fa il nome (quanto atteso dagli inquirenti!) di Pacciani e Vanni.
E’ Pucci che (stessa data) colloca se stesso e Lotti a Vicchio (non in coincidenza temporale con l’omicidio, ma tanto basta per dimostrare una conoscenza e frequentazione della piazzola da parte dei due compari).
E’ Pucci che (18 aprile 1996) afferma la compartecipazione del Lotti ai delitti di Giogoli e Baccaiano (e forse Calenzano).
Qui la serie si arresta, poiché, avendo Pucci chiarito che, per quanto riguarda i duplici omicidi precedenti a Scopeti, la sua conoscenza è solo de relato, a questo punto si inserisce a pieno titolo nella girandola di rivelazioni l’astro nascente di Lotti e brillerà fino alla sentenza di Cassazione, relegando – ma molto utilmente per la giustizia – il Pucci a ruolo di riscontro.
Allora, bisognerebbe capire perché il teste Alfa parla a rate, visto che è solo testimone e in nessun modo, come sostengono le diverse sentenze, coinvolto nei delitti. Per le confessioni (anch’esse a rate  e spesso discordanti tra loro) di Lotti, la sentenza di primo grado cerca di definire un iter che spieghi le diverse e contraddittorie dichiarazioni rese dal teste rispetto a quelle rese nello stato di indagato e poi di imputato, scegliendo di sposare esclusivamente l’ultima versione, ossia le dichiarazioni fatte in aula in sede di esame e controesame. Ci dice il giudice (pag. 26 della sentenza): “Tale premessa appare dunque doverosa, non solo ai fini di meglio capire la successione dei fatti, ma anche e soprattutto al fine di meglio valutare la credibilità del Lotti, posto che le sue prime ed intermedie dichiarazioni non sono sempre in linea con le ultime, perché allora il Lotti aveva avuto tutto l’interesse a dare una versione di comodo, dal quale risultasse la sua presenza sul posto ma non il ruolo realmente ricoperto: si spiegano così alcune inesattezze o contraddizioni rispetto alle dichiarazioni finali.” Se dovessimo applicare lo stesso metro alla testimonianza Pucci, otterremmo il risultato contrario, poiché, come già si è detto, in aula Pucci non ricorda nulla di quanto ha dichiarato in fase di indagine e, cosa più grave, ammette che “non se ne ricordava neanche prima”. Ma soprattutto, anche omettendo di cercare di capire perché Pucci, essendo perfettamente a conoscenza di chi fossero gli autori degli efferati delitti che avevano sconvolto l’Italia per più anni, abbia deciso di tacere perlomeno dal settembre 1985 al 2 gennaio 1996, rimane a mio parere inevasa la domanda: perché non dice tutto quanto sa già quel 2 gennaio in cui viene “incastrato” dal sapiente interrogatorio di Giuttari? Giacché non ha, affermerà il PM e confermeranno i giudici, alcune responsabilità penale personale nella vicenda, quindi nulla da temere?
Mi pare che la sequenza logico-temporale sia chiara a chi voglia vederla in maniera obiettiva. Riportiamoci alle frenetiche giornate d’investigazione di quella fine dicembre 1995. La Ghiribelli ha visto sotto la piazzola una macchina rossa, Lotti aveva una macchina rossa, ergo Lotti è un possibile testimone del delitto (l’ipotesi che ne sia l’autore non sfiora la mente degli inquirenti, che il nome del colpevole già lo sanno e stanno solo cercando complici o, al peggio, persone informate sui fatti). Ma nel pomeriggio vicino alla macchina rossa c’erano due uomini (così Chiarappa – De Faveri), ergo ci deve essere un altro testimone, un testimone che non può essere altri che lo storico compagno di girate Pucci. Infatti Pucci conferma di essere stato presente e di aver visto qualcuno. E’ quello che in questa fase si aspettano gli  inquirenti, il presunto testimone c’era (anzi, ce ne sono due) e ha visto qualcosa, ma ben poco, giacché è stato mandato via da due uomini. Questi due uomini non possono essere altri che Pacciani e il suo complice. Che poi il complice sia Mario Vanni è nell’ordine naturale delle cose, da quel famoso 26 maggio 1994 in cui lo sfortunato ex postino ebbe la cattiva idea di pronunciare la fatidica frase: “Io sono stato a fa’ delle merende co’ i’ Pacciani…” Al secondo interrogatorio, il 23 gennaio, Pucci, pur tra molte incertezze (“io vidi due persone; se poi uno dei due fosse proprio il Vanni, non sono sicuro”) conferma (e con questa conferma, almeno per quanto riguarda Scopeti, il gioco è fatto).
A quel punto, agli investigatori sarà montata la curiosità. Dato che anche a Vicchio erano state notate due macchine, di cui una rossa, non sarà mai che Lotti e Pucci fossero anche da quelle parti? Tanto più che  già il 6 febbraio, la Nicoletti aveva detto di essere stata a fare l’amore a Vicchio (non con Lotti, però; una coincidenza inquietante e difficile da spiegare), proprio nel posto dove era stata ammazzata la Rontini. Prontamente, interrogato tre giorni dopo, Pucci ammette; ha visto, in un giro con Lotti, la coppia che è stata ammazzata alla Boschetta. Dopo una pausa di qualche tempo, in cui Lotti parla ampiamente di Scopeti e Vicchio, ma non dei precedenti omicidi (e diventa, da persona informata sui fatti, indagato), gli inquirenti fanno due più due: hanno avuto la prova –testimoniale – che Pacciani e Vanni, con la partecipazione - in un ruolo ancora poco chiaro - di Lotti, sono stati gli autori degli due ultimi duplici omicidi.   Che il deus ex machina Pucci non riservi altre sorprese “ricordando “ fatti più remoti? E’ così. Pucci coinvolge Lotti a  ritroso fino all’omicidio di Calenzano (18 aprile) e il 26 aprile Lotti fa una cosa un po’ strana: prima, alla presenza di Vigna nega tutto, fa mostra di non saper nulla di cosa parli il suo compare. Al che Vigna si alza  e se ne va e, al cospetto dei soli ufficiali di P.G. (e, beninteso dell’avvocato d’ufficio, o, per essere più precisi, del sostituto dell’avvocato d’ufficio), Lotti finalmente la canta giusta, ovviamente dopo che gli son state lette le affermazioni di Pucci di qualche giorno prima. A proposito dell’attività del primo avvocato d’ufficio, traggo dal vecchio blog di Master una frase, colta in una  intercettazione Lotti – Nicoletti del 24.03.1996, che appare molto significativa: : "...ma lui mi disse, l'avvocato, se tu vai lì, qualcosa in più bisogna tu dica, l'83, l'82, l'81... o come fo’ a sapere tutte queste cose?" Analogo concetto nella stessa telefonata, che traggo da “Al di là di ogni ragionevole dubbio” (ma, caveat lector, senza indicazione di fonte):
- Giancarlo Lotti: “Poi m’hanno interrogato dell’84.”
- Filippa Nicoletti: ‘Eh. ”
Giancarlo Lotti: “Se ero andato. Gl’hanno visto la mi’ macchina a coso, là (Nota: si intende Vicchio).  E i’ che gli dico?”
- Filippa Nicoletti: ‘Eh se hanno visto la tu’ macchina...”
- Giancarlo Lotti: ‘No, m’hanno imbrogliato su questo fatto qui. Sennò io... sapevo su uno solo, solo e basta.” (Nota: grassetto mio)
- Filippa Nicoletti: “Di uno solo, sapevi?”
- Giancarlo Lotti: ‘Eh, oh. Quando mi fermai lì, veddi la tenda, c’era la tenda. ”
- Filippa Nicoletti: “Ah. ”
- Giancarlo Lotti: ‘E c’era du’ persone. ”
- Filippa Nicoletti: ‘Eh. ”
- Giancarlo Lotti: “Quell’altro l’ha riconosciute subito. Io non l’ho riconosciute.
- Filippa Nicoletti: “Ah. ”
Giancarlo Lotti: ‘Poi mi voglian domanda’ le cose dell’83, dell’82... come fo a sapere queste cose?” (…)
Giancarlo Lotti: “Ma poi gli hanno visto una macchina, dice, a Scandicci, a Giogoli. E io che ne so? Per l’appunto la mi’ macchina l’è da tutte le parti. Io se vo a trovare una cugina, io un lo so. Loro dice... lì a Giogoli c’era un furgone, dice, quei du’ tedeschi... ”
Filippa Nicoletti: “Ah. ”
Giancarlo Lotti: “Ma come fo a dire una cosa che un n’ho vista?”
Filippa Nicoletti: “Eh ma tu... gli dici che non l’hai visto. ”
Giancarlo Lotti: “Dice: ‘ma te tu vai dalla tu cugina.’ E questo i’ che vuol dire? Perché dalla mi’ cugina un ci posso andare?”
Filippa Nicoletti: ‘Eh .. . ”(...)
Filippa Nicoletti: ‘Eh, comunque, tu se hai delle cose... devi dire la verità. Quando hai detto la verità pare che non si sbaglia mai. Capito?”
Giancarlo Lotti: ‘Eh ormai... Per me ho detto più di che un n’è. E son stato imbrogliato, guarda. (Nota: grassetto mio)
Torniamo ancora al fatidico 18 aprile che mette definitivamente nei guai Lotti, già indagato. A Pucci viene chiesto il movente degli omicidi, ma non sa dire altro che a qualcuno garbava uccidere, a qualcun altro guardare; quanto al quarto compagno di merende, “quello di Calenzano”, ci andava volentieri, per motivi suoi che Pucci non conosce. Gli inquirenti avevano già chiesto a Lotti del movente, ricavandone l’affermazione che Pacciani voleva far mangiare alle figliole il ricavato delle escissioni, una spiegazione evidentemente ritenuta poco soddisfacente. Anche la semplice e chiara motivazione data dal Pucci (ammazzavano perché gli garbava così, una verità incontestabile) non accontenterà gli investigatori, tanto che successivamente Lotti tirerà fuori la storia del “dottore” (storia invero non nuova, era stata fatta circolare nel maggio 1983 da Mario Spezi come corollario della sua ipotesi sul “dottor B.”), innescando in un sol colpo due nuovi filoni di indagine, quello dei mandanti e quello esoterico-satanico.

La Nazione - 2 luglio 1996


 Insomma, il perché delle ammissioni a rate di Pucci si spiega facilmente e senza troppi giri di parole: il teste dice in buona fede quello che ritiene che gli inquirenti desiderino sentire da lui. Su questo meccanismo psicologico, che in realtà è molto più comune di quanto si pensi, non è il caso di spendere parole qui, visto che la moderna bibliografia su suggestionabilità e falsi ricordi è imponente.
Naturalmente, dobbiamo presumere che le SIT di Fernando Pucci siano state condotte tutte in maniera corretta e ineccepibile, ma la tecnica di verbalizzazione riassuntiva non permette di valutare se gli investigatori abbiano involontariamente fatto ricorso a domande suggestive dalle quali il teste abbia potuto desumere quali informazioni avrebbe dovuto fornire per riuscire gradito agli interroganti. Il testo trascritto della registrazione del confronto Lotti-Pucci – già citato – non è filtrato da redattori (in filologia si parlerebbe di ipsissima verba) ed è prezioso per definire il livello di conoscenza dell’episodio delittuoso di Scopeti da parte dei due testi.
Ma sentiamo di nuovo la versione dei parenti del Pucci. Come sappiamo, nella sua prima versione (2 gennaio) Pucci non identifica i due uomini minacciosi; eppure nel corso delle sommarie informazioni testimoniali di quella decisiva giornata i nomi di Pacciani e Vanni sono fatti più volte in relazione ad altri episodi: vanno a fare merende e si ubriacano con il Lotti, vanno a prostitute, non trovano più la macchina, Lotti ha paura di loro ecc. Nell’udienza del 4 ottobre 1997 il PM dà lettura di un breve passo delle dichiarazioni rese il 24 gennaio 1996 da Marisa Pucci, sorella di Fernando, la quale aveva dichiarato: “Voi mi chiedete se mio fratello Fernando ha mai detto qualcosa circa i motivi per cui è stato recentemente sentito in Questura dai Magistrati. Effettivamente la sera che lui ritornò, accompagnato dal nostro fratello Valdemaro, dopo essere stato sentito in Questura, intorno alle 21.30 io gli chiesi cosa gli era stato domandato. Lui mi rispose genericamente che gli avevano fatto domande sul 'Vampa',  che lui aveva detto tutto quello che sapeva (Nota: grassetto mio), specificando a me di non parlare con nessuno in paese e che anche lui sarebbe stato riservatissimo con chiunque, perché così gli era stato raccomandato dalla Polizia”. E’ chiaro che il 24 gennaio 1996, chiedendo spiegazioni alla sorella, gli inquirenti si stanno essi stessi chiedendo come sia possibile che Fernando Pucci abbia tenuto un completo silenzio sui fatti di cui era stato testimone per più di dieci anni, con i suoi stessi parenti con i quali convive e che hanno nei suoi confronti, per loro esplicita ammissione, un ruolo accudente e genitoriale. E’ altrettanto chiaro che, già nel primo interrogatorio, l’attenzione si era ampiamente posata su Pacciani, giacché, nel riferirne il contenuto, Pucci dichiara solo “che gli avevano fatto domande sul Vampa”. E il fratello Valdemaro (udienza del 6 ottobre 1997): “Io non sapevo perché lo avevano chiamato (prima SIT, 2 gennaio 1996). Poi, quando... Perché dentro non fate entrare nessuno. Quando lo ripresi in macchina, gli dissi: 'ma icché t'hai fatto? Che c'è qualcosa di male?' 'Mah, io passai così dagli Scopeti, mi fermai per fare un bisogno con Giancarlo e ho visto, ho sentito delle voci, poi degli spari, poi sono andato via. Ma la voce la mi sembrava quella del Pacciani'”. Quindi già dopo la prima deposizione Pucci dice, a Valdemaro, che gli sembrava la voce di Pacciani. Poi, dirà Valdemaro, “a tavola, me lo disse insieme alla mi' moglie. Io, quando, non me ne ricordo, avvocato. Mi disse: 'ho visto Mario che con un coltello tagliava la tenda. E il Pacciani a sparare'.” In sostanza, Fernando ripete ai fratelli, nella stessa sequenza (13 febbraio e poi 24 aprile, date desunte dalla perizia), le stesse ammissioni  a rate che ha già fatto alla polizia; mai un’anticipazione, mai un elemento nuovo.
Ce n’è abbastanza per chiedersi cosa sapeva veramente – o cosa pensava di sapere – il nostro teste.

La Nazione - 6 luglio 1996
 
La consulenza Fornari – Lagazzi conclude nel senso che “nella fattispecie in esame, è possibile affermare, senza riserva alcuna, che Pucci Fernando è perfettamente in grado di rendere una testimonianza attendibile, purché lo voglia.” (Nota: i periti ebbero l’impressione che il teste non volesse confermare le dichiarazioni già fatte; in italiano corrente questo si chiama “mettere le mani avanti”). Si può essere d’accordo. Il problema è che, in dibattimento, la sua testimonianza è pressoché nulla e allora si ricorre, in modo assolutamente abnorme, alle contestazioni basate sui verbali di P.G.; e si ricorre ai verbali perché il teste, sostanzialmente, non sa rispondere o dà risposte incongrue – e non solo, come a volte si legge, agli avvocati difensori perché pressato o intimidito, ma anche al P.M. e allo stesso Presidente. I file audio sono oggi disponibili, per cui chi vuole farsi una propria opinione ha modo per farlo.
Lascio la serie aperta, perché ho speranza di ottenere un’intervista con uno psicologo che aiuti a capire meglio cosa si intende per “ritardo mentale” e le sue eventuali ricadute in termni di attendibilità della testimonianza.

Quindi, forse (CONTINUA). 

15 commenti:

  1. Bravo Frank, bel lavoro

    Hazet

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  2. Vorrei fare alcune considerazioni su aspetti secondo me trascurati di questa vicenda:
    -è giusto domandarsi perché Pucci non abbia vuotato il sacco al primo interrogatorio, ma c'è una parziale giustificazione da considerare: il fastidio di essere accostato a una vicenda così incresciosa e il comprensibile desiderio di tenersene fuori il più possibile, oltre alla paura delle eventuali conseguenze ( ed è un comportamento comune a molti testi, anche nel processo a Pacciani. Spesso Canessa contestò le deposizioni dei testi richiamando verbali di interrogatori avvenuti prima della fase dibattimentale);
    -a mio pare le imprecisioni, le mezze verità, le contraddizioni nelle dichiarazioni di Pucci e Lotti sono a volte riconducibili alla loro difficoltà nell'esprimersi: spesso inciampavano semplicemente sulle parole, e questo è un aspetto su cui insisteva con eccessiva furbizia Filastò;
    -bisogna sempre tenere conto che una cosa è leggere le dichiarazioni di Pucci, Lotti o di chiunque altro; altra cosa è avere un contatto diretto e poter valutare la paura, la genuinità o la reticenza del testimone di persona: come hanno potuto fare Vigna e Giuttari;
    -come mai il racconto di Pucci e Lotti si fermò all'omicidio di Calenzano? perché non accollare al duo Pacciani-Vanni anche i delitti precedenti?
    Questi sono aspetti sui quali chi ritiene la storia dei compagni di merende una totale invenzione dovrebbe riflettere (non mi riferisco all'autore del blog cui riconosco un rigore veramente esemplare).

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    1. Ora che possiamo leggere gran parte dei verbali di PG relativi alla nascita dell'ipotesi investigativa dei "Compagni di merende", la storia si presenta in gran parte trasparente a chi voglia vederla nel suo logico sviluppo. Dico qui il mio parere sulle due domande che Lei pone.
      Non si vede in Pucci alcuna reticenza o rifiuto negli interrogatori, anzi, a quanto sembra, spiattella tutto il sostanziale alla prima domanda (2 gennaio 1996); i successivi sono abbellimenti relativi a Scopeti e ampiamenti del quadro, sempre alla prima pressione degli inquirenti. Quando viene interrogato su un argomento, risponde, sempre nel senso auspicato da chi lo interroga.
      Quando Lotti ammette di aver partecipato a Baccaiano e di aver sentito dire su Calenzano, il cerchio si chiude. La giustizia ha ora elementi sufficienti per mandare a processo i colpevoli. Del resto, un ulteriore passo a ritroso avrebbe rischiato di sbugiardare lo stesso Lotti su quanto detto in precedenza, quindi sarebbe stato rischioso per l'accusa. Quindi non mi stupisce che Lotti non sia stato pressato per dire altro (per rubare l'espressione a Manzoni e Mazzeo: "temevano di non trovarlo reo"). Purtroppo, occorre ragionare in termini di utilità: Lotti dice quanto serviva alla Procura per chiudere il caso, non intendeva fare una storia del Mostro di Firenze, anche se noi oggi vorremmo sapere di più :-)

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    2. Anche Lei aveva avanzato delle legittime perplessità sul perché Pucci non avesse raccontato tutto quello che sapeva già il 2 gennaio, al primo interrogatorio davanti a Giuttari, non essendo neppure indagato. Non le pare che Lotti sapesse più cose rispetto a Pucci e quindi non sia irragionevole ritenerlo coinvolto nei delitti? La storia delle munizioni procurate a Pacciani e Vanni da Filippo Neri Toscano è credibile fosse frutto della fantasia di Lotti? O il delitto di Giogoli commesso per scagionare Francesco Vinci? O alcuni particolari sui delitti, come il tortuoso percorso di fuga da Vicchio o la luce nella tenda dei francesi agli Scopeti? Le pare davvero possibile che tutti i racconti di Lotti (e di Pucci) siano inquadrabili nel sottile gioco condotto dagli inquirenti? Preciso che alla teoria di un Lotti astuto genio del male (e quindi mostro unico) non credo neppure io.

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    3. Bisognerebbe discutere a lungo su confessione / chiamata in correità e necessari riscontri. Per adesso Le faccio osservare che, da una parte Lotti conferma quello che gli inquirenti già sanno (meglio: credono di sapere): es. via di fuga a Vicchio; omicidio di Giogoli per scagionare Francesco Vinci; dall'altra, quello che lui dice di nuovo (relativamente, se n'era già parlato sulla stampa negli anni ottanta) non ha trovato conferma nelle indagini (appuntato fornitore dei proiettili) o in sede giudiziaria (dottore mandante).
      In realtà, contrariamente a quanto affermato dalle sentenze, Lotti non ha alcun riscontro, a parte Pucci; che è anche il motivo per cui Pucci non venne mai incriminato, dovendo appunto servire da riscontro terzo a Lotti. La strategia della Procura, probabilmente sotto la regia di Vigna, è ben chiara. Per ora mi fermo qui.

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    4. Lei ha certamente ragione sul fatto che le dichiarazioni di Lotti sull'appuntato fornitore delle munizioni o sull'improbabile mandante altolocato non hanno mai trovato conferma in sede giudiziaria né di indagini. Io però mi riferivo alla genuinità di Lotti e alla possibilità che potesse in tutto e per tutto aderire alla strategia degli inquirenti (in qualche caso) o inventare di sana pianta (negli altri casi): le sembra un personaggio capace di racconti particolareggiati? (almeno per quanto riguarda la provenienza dei proiettili, sul resto in effetti si tenne sempre sul generico). Non le sembra un quadro oltremodo perverso quello che viene fuori sulla giustizia? Gli inquirenti erano alla ricerca dei veri colpevoli o di poveri disgraziati da sbattere in galera ad ogni costo? Io per esempio sono convinto che Perugini e Vigna sulla colpevolezza di Pacciani nutrissero pochi dubbi.

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    5. Non ho dubbi che gli inquirenti fossero certi della colpevolezza di Pacciani. Tanto più bisognava incastrarlo, in un modo o nell'altro. Poi Ognibene ci mise il carico, trasformando gli indizi a sua discolpa in prove della partecipazione di complici, innescando così un meccanismo a orologeria che si è fermato solo con la sentenza di Perugia. E mi auguro che le attuali indagini non riaprano quell'aspetto della vicenda.

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    6. Anche Lei ritiene plausibile che la sentenza di Ognibene fosse una mano tesa alla Procura, nella consapevolezza che il debole quadro indiziario raccolto su Pacciani non potesse reggere in appello? Secondo me Ognibene era convinto tanto della colpevolezza di Pacciani quanto della presenza di complici. Il ragionamento del giudice a mio avviso è stato più o meno questo: Pacciani ha detto un'infinità di bugie, le coincidenze e i fatti riferiti dai testi in dibattimento sono troppo numerosi per poter credere a una montatura nei suoi confronti; allo stesso tempo alcune testimonianze indicherebbero la presenza di un assassino diverso: perché allora non credere alla presenza di più persone? Per me è un ragionamento logico, anche se viziato forse da un'impostazione eccessivamente colpevolista. La ricerca di un mandante o di un ispiratore insospettabile dei delitti è una deriva che secondo me poco ha a che vedere con la sentenza di Ognibene, che attribuiva la creazione del mito di un assassino dalla cultura raffinata alla frustrazione per il fallimento delle indagini e a proposito delle supposte operazioni chirurgiche compiute sui corpi femminili parlava di sbrani da macelleria.

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    7. Non vorrei sembrare troppo semplicistico, ma a me il rapporto causa - effetto tra quanto venne fuori al processo e il seguito, avviato in gran parte dalla sentenza Ognibene, sembra chiaro. Di fronte a testimonianze contraddittorie (Nesi - Longo - Zanetti sono le prime che mi vengono in mente a memoria), invece di rendersi conto che potevano scagionare Pacciani, il giudice le interpreta al contrario: poiché Pacciani era - nella sua mente - sicuramente colpevole, gli altri soggetti (il tizio in macchina, il prestatore dell'auto vista da Longo, l'uomo a Scopeti visto da Zanetti) non potevano che essere suoi complici. Ma il sillogismo regge solo essendo certi della colpevolezza di Pacciani, colpevolezza che invece era l'oggetto del giudizio. Mi sembra un grossolano errore di prospettiva (anche se naturalmente non ho la sicurezza opposta, quella dell'innocenza dell'imputato).

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    8. Qui si rischia di entrare in un campo un po' scivoloso, quello del libero convincimento di un giudice. La certezza della colpevolezza di Pacciani potrebbe essere un risultato del lungo dibattimento: se per Ognibene gli indizi erano significativi (e avevano un peso le deposizioni della sorella di Meyer e dei periti grafologi per il block notes; di Perugini, dei tecnici e degli altri investigatori per la cartuccia), la colpevolezza (o la non estraneità) di Pacciani era dal suo punto di vista inevitabile (sarebbe quindi l'effetto non la causa). Ognibene avrebbe dovuto inevitabilmente interpretare le testimonianze di Zanetti e degli altri come indizi a discolpa di Pacciani se avesse assunto come fatto certo l'unicità dell'assassino, che era però l'impostazione dell'accusa, non un dato acquisito.

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    9. Invece assume come fatto certo la colpevolezza dell'imputato... quindi piega ogni fatto discordante a quell'assioma.
      Capisco il ragionamento, ma non riesco a condividerlo. Vero è che Ferri fece il perfetto contrario. Una brutta storia, da qualunque parte si guardi.

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  3. caro Frank complimenti e grazie per il tuo lavoro ! Come è possibile che Pucci per il suo animo semplice non abbia sentito il bisogno di confidare quello che aveva visto, un fatto terribile e insostenibile ritengo dal punto di vista razionale ? E' evidente un forte soggiogamento verso il Lotti , ma il Lotti stesso ne esce o come unico colpevole o come un antieroe di una tragicità assoluta .

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  4. come è possibile? forse perché non aveva visto in realtà nulla di attinente agli omicidi? forse inserisce Pacciani e Vanni in un altro episodio di vita vissuta?
    quanto al Lotti, riveste per me il ruolo di vittima (della "giustizia") e di "infame" (nei confronti dell'amico Vanni. Naturalmente è un convincimento personale basato sullo studio e analisi storica, quindi un'ipotesi interpretativa.

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  5. Il discorso non farebbe una piega, ma restano inspiegati alcuni fatti: perché Lotti ha tenuto un comportamento da "infame" nei confronti dell'amico Vanni? cosa ci ha guadagnato: 26 anni di carcere? E per giustificare il suo coinvolgimento nei delitti aveva bisogno di tirare fuori una squallida e infamante storia di ricatti sessuali? (e aggiungerei che questo è anche uno degli argomenti "contro" la tesi del Lotti serial killer unico). Gli inquirenti erano convinti della colpevolezza del solo Pacciani o anche di Vanni?

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    1. Forse, e dico forse, ci fu una differenza tra quello che gli era stato promesso e quello che ricevette (è il tema dell'articolo successivo). Quanto alla storia di ricatti sessuali, che cambia nel tempo, potrebbe essere giustificata dalla ricerca - da parte degli inquirenti - di un movente alla partecipazione obbligata di Lotti agli omicidi.
      Quanto a quello cui credevano Vigna, Canessa, Giuttari non è detto che le rispettive ricostruzioni ipotetiche coincidessero, anche se è probabile che all'inizio lo facessero. Fatto sta che dal luglio 1994 la ricerca si rivolse al complice o complici; e in questo ruolo Vanni era predestinato.

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