mercoledì 8 ottobre 2014

Giancarlo Lotti, collaboratore di giustizia (6)


Riprende l'avvocato Mazzeo al processo di appello (21 maggio 1999).

"E allora, torniamo alla Suprema Corte, torniamo ai canoni che devono guidare con umiltà il percorso del magistrato che adopera il buon senso comune e che non intende essere offeso da queste cose. Si parlava di questo con riferimento agli aggiustamenti del racconto, alle modifiche del racconto, perché è evidente che i racconti qui bisogna dire, perché è evidente che in due anni e mezzo il Lotti ha reso vari racconti, quindi i racconti è umano che presentino, che possano presentare sfasature, incoerenze e quindi che ci possano essere anche delle contraddizioni, purché queste contraddizioni non riguardino dati decisivi- dice la Suprema Corte -, ma riguardino soltanto dati di contorno, perché siamo fatti anche noi, voglio dire, di cellule e quindi la memoria umana specie quando si parla di fatti successi 10-15 anni prima può essere fallace, ma, attenzione, qual è il criterio che deve guidare il giudicante? Qui parlano della sentenza Sofri-Marino: <<In relazione ai singoli episodi chiave del racconto del Marino è mancato nell'analisi critica dei giudici un momento essenziale del procedimento logico diretto a stabilire, con riguardo ai singoli contesti, la rilevanza e la significatività delle lacune e della contraddizioni, per saggiare l'attendibilità dell'insieme e la schiettezza dei successivi aggiustamenti e delle correzioni, onde stabilire se si trattasse di genuini ripensamenti, espressione di uno sforzo di chiarezza nell'approfondimento mnemonico ovvero>> ed è il nostro caso <<dell'adeguamento puro e semplice della propria versione a fronte dell'emergere di contestazioni e di risultanze processuali da far quadrare con essa.>> (…) L'aggiustamento del racconto, se è spontaneo, se è non provocato da contestazioni o da risultanze processuali insanabilmente in contrasto con il racconto è ammesso evidentemente, perché fa parte della natura umana non avere la perfezione di una macchina, ma quando questo aggiustamento avviene dopo che ci sono state le contestazioni, dopo che si è fatto presente che il racconto in questo caso contrasta insanabilmente con dati processuali e probatori acquisiti altrove, questo aggiustamento, lungi dall'essere spontaneo, è semmai un'indicazione ben precisa per il magistrato che si tratta appunto di un <<adeguamento puro e semplice della propria versione a fronte dell'emergere di contestazioni da far quadrare con essa>>".

Ma mi sono dilungato troppo, è tempo di concludere con alcune considerazioni del tutto personali. La confessione del Lotti, nonostante con tutta evidenza non rispetti i canoni fissati dalle Sezioni Unite della Cassazione (precisione, costanza, coerenza, spontaneità e così via) e nonostante la personalità del reo confesso dia adito a dubbi fondati sulle sue motivazioni, viene giudicata credibile (incredibilmente credibile, mi si perdoni il calembour). Il fatto si è che la Pubblica Accusa, in mancanza di riscontri oggettivi quali potrebbero essere la pistola o i feticci, si presenta al processo con un'arma imbattibile, un testimone oculare (Fernando Pucci) che conferma (da testimone e non da imputato) la scena narrata dal Lotti riguardo all'ultimo delitto. Accertato che due testi (di cui è uno è anche imputato e quindi assumerà su di sé le conseguenze penali del suo dire) hanno visto Pacciani e Vanni uccidere a Scopeti, tutto il resto viene da sé, andando a ritroso nel tempo. La scelta fatta dalla Procura di non indagare il Pucci per concorso o quanto meno favoreggiamento, permettendogli così di testimoniare, si rivela quindi assai azzeccata dal punto di vista accusatorio. Lotti e Pucci, pur in posizioni processuali del tutto diverse, stanno insieme (simul stabunt vel simul cadent). Dirà la Cassazione: <<Il Pucci offre il riscontro, a volte diretto, altre volte indiretto, alle dichiarazioni, auto ed eteroaccusatorie del Lotti. Egli non è solo il testimone oculare dell'omicidio dei due francesi in contrada Scopeti di San Casciano Val di Pesa, ma è anche il teste "de relato" dell'omicidio di Vicchio di Mugello, di Giogoli, di Baccaiano, avendo raccolto di volta in volta le confidenze dell'amico sulle loro modalità di svolgimento e sulle persone che vi prendevano parte.>> Ciò comporta che i difensori del Vanni dovranno seguire una tattica obbligata; non potendo dimostrare che Vanni non ha partecipato agli omicidi (poiché due testi affermano di averlo visto), devono minare la credibilità dei testi stessi, dimostrare che hanno detto il falso; e quale modo migliore se non quello di negare che i due fossero sul posto, che abbiano davvero visto qualcosa? L'ansia di smentire la veridicità del racconto porta però ad appuntarsi troppo spesso e troppo a lungo su dettagli e particolari; argomentazioni che entrambi i tribunali avranno agio di rigettare adducendo difetti della memoria, il lungo tempo passato, difficoltà di comprensione ed esposizione dei testi. Il risultato è quello che conosciamo, ma forse non si poteva fare di più.

(FINE)

8 commenti:

  1. Nel Natale di quando aveva sette anni, regalai a mio figlio una Playstation. Iniziò così per entrambi un periodo di amore infinito verso i videogiochi, lui da giocatore, io da spettatore. Controllavo che non esagerasse, e nello stesso tempo mi divertiva immensamente vederlo giocare. Era molto bravo, sveltissimo con le levette del controller, ma ogni tanto si bloccava su qualche fase del gioco, e picchia e ripicchia non riusciva a superare il cosiddetto “livello”. Allora babbo doveva intervenire con un consiglio: "Andrea, è inutile che continui con questo metodo, prova a cambiare punto di vista".
    Avevo quasi sempre ragione, ed è logico, poiché uno bravo come lui, prova e riprova, avrebbe dovuto riuscire. Se non riusciva voleva dire che usava il metodo sbagliato. Poteva trattarsi del modo di attaccare il cattivo, ad esempio, farlo frontalmente poteva essere inutile, quello non moriva mai. Bisognava trovare il suo punto debole, insomma, prima di continuare.

    Con questa storia del Lotti trovo un parallelo assoluto. A distanza di quasi vent’anni da un processo nel quale avrebbero dovuto per forza essere smascherate le sue plateali menzogne, e non è successo, si continua ad usare il medesimo metodo che allora ha fallito: dimostrare che si trattava di un personaggio debole, pronto a vendere la propria libertà per un piatto di minestra e che con i delitti nulla aveva avuto a che fare. Non si vuole insomma prendere in esame un punto di vista alternativo, il quale forse potrebbe portare dove il vecchio non ha portato.

    Che Lotti avesse mentito ormai più nessuno ha dubbi, a parte (forse) Giuttari e coloro che conoscono la vicenda soltanto attraverso il suo faziosissimo libro. Ma perché ha mentito, e soprattutto, in che modo? Si possono ignorare, come fecero Mazzeo e Filastò, le testimonianze che lo collocano per l’intero pomeriggio di domenica 8 settembre 1985 sotto la piazzola di Scopeti? Si può pensare che i due personaggi visti dai coniugi De Faveri-Chiarappa, di fisionomia del tutto comparabile a quella di Lotti e Pucci, accanto ad un’auto rossa scodata del tutto simile al 128 del Lotti, non fossero Lotti e Pucci? Se non erano loro chi potevano essere? Per quale coincidenza del destino due personaggi a loro simili si sarebbero comportati in quello strano modo?

    La testimonianza di Gabrielle Ghiribelli, poi. Interrogata il 21 dicembre 1995, la donna raccontò di aver visto un’auto come quella rossa del Lotti la sera di domenica 8 settembre sotto Scopeti. Sulla Ghiribelli se ne sono dette di tutte per sminuire la sua testimonianza. Era un’alcolista, prostituta e compagnia bella, ma la sera stessa di quel primo interrogatorio fu intercettata una chiamata alla sua amica Nicoletti nella quale confermava l’avvistamento, e non avrebbe avuto alcuna ragione di farlo se non avesse detto il vero.

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  2. Dunque sotto Scopeti quella domenica Lotti e Pucci trafficarono a lungo, un esame storico della vicenda non può ignorarlo. È vero che i due francesi erano già morti dal venerdì notte, adesso lo sappiamo, però resta un fatto che Lotti e Pucci erano lì: perché? E non valgono nulla le considerazioni di Mazzeo e Filastò sull’indisponibilità dell’auto rossa da parte del Lotti in quel periodo, poiché non sono basate su fatti certi, ma soltanto ragionevoli (e per un personaggio come il Lotti la ragionevolezza può assumere sfumature molto particolari).

    Passiamo alla piazzola di Vicchio. Lotti la conosceva e l’aveva frequentata prima del delitto del 1984, lo testimoniò la sua amica Filippa Nicoletti. Si trattava di un posto sperduto in campagna a decine di chilometri da San Casciano, dove è difficile che Lotti potesse essere capitato per caso, probabilmente lo aveva trovato durante qualche perlustrazione. Ma quello che più inquieta è la diabolica coincidenza che proprio lì avrebbe colpito il Mostro.

    Ora, si possono invocare tutte le regole della giurisprudenza sulla chiamata in correo, ma prima va dato un senso ai fatti reali, e tra i fatti reali ci sono anche quelli che ho appena citato.

    Infine una considerazione: a distanza di vent’anni sarebbe ora di rivedere alcuni luoghi comuni, come quelli che riguardano le valutazioni sulle capacità intellettive di Pucci e Lotti. Sul primo ancora si prende il ceritificato medico per la pensione per dimostrare che si trattava di un oligofrenico, quando si scoprono continuamente finti ciechi. Era invece un furbacchione, molto sicuro di sé e con buona proprietà di linguaggio, basta vedere come al processo sfuggì alla morsa di Filastò permettendosi anche di prenderlo in giro.
    Riguardo Lotti riporto il giudizio in aula di Fornari, che con Lagazzi lo esaminò per la nota perizia:

    Ci ha dato quello che ha voluto darci con estrema abilità. Con quell'astuzia che può avere l'uomo, il contadino, no? Che però ha un'esperienza di vita che batte magari quella dell'intellettuale. Perché lui è uno che è cresciuto proprio a contatto della vita, no? Quindi lui sa benissimo regolarsi nei confronti dell'esistenza, della vita, è un astuto.

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  3. Tutto giusto, più o meno.
    I nostri obiettivi sono diversi. Tu, a quanto capisco, cerchi di dimostrare chi era il vero MdF; io preferisco dedicarmi alla storia di come vennero condotte le indagini e i processi (chiarendone possibilmente anche il perché, e pure dal punto di vista giuridico, per quello che posso capirne; non sono laureato in giurisprudenza, ma per tutta la mia vita lavorativa ho dovuto interpretare ed applicare norme, anche penali).
    Detto questo, se questi post ed un eventuale seguito in forma più articolata convinceranno qualcuno che le sentenze furono probabilmente sbagliate e che la verità giudiziaria ormai irrevocabile non coincise con quella storica, non sarà stato tempo perso.
    Passando al caso concreto, ed all'astuzia del Lotti, io mi chiedo come si sarebbe evoluta la vicenda se il Lotti avesse continuato, in accordo con il Pucci, a sostenere la primitiva versione di essersi fermato a pisciare e di essere stato cacciato da due malintenzionati non identificati. Invece, parla del 84, poi del 83, poi del 82; e alla Nicoletti dice: << ma lui mi disse, l'avvocato, se tu vai li qualcosa in più bisogna tu dica, l'83, l'82, l'81... o come fo' a sapere tutte queste cose? (...) io sono stato imbrogliato su questo fatto qui>>.

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  4. Intendiamoci bene, la mia critica non è certo al tuo lavoro, mi dolgo soltanto che anche le persone intelligenti non riescano a cambiare il loro punto di vista, un metodo fondamentale per risolvere i problemi che non si risolvono.
    In questo caso, senza voler risolvere quello di chi era davvero o non era davvero il MdF, bisognerebbe almeno affrontare quello di chi era davvero Giancarlo Lotti. Vogliamo continuare con le scemenze alla Spezi di uno che rincorreva i marziani? Oppure con le superficialità alla Filastò e Mazzeo (che ricordiamoci, non salvarono Vanni dall'ergastolo) del tipo che si vende per un piatto di lenticchie? Bene, potremo forse criticare ben bene le indagini, ma non avanzeremo di un centimetro nell'interpretazione di quello che accadde in quei mesi del 1995-1996.
    Come è stato possibile che un personaggio squallido come Giancarlo Lotti sia riuscito a convincere i giudici di due tribunali? Fu preparato dalla polizia? Si studiò le dinamiche dei delitti, che più o meno descrisse, pur con qualche svarione? E come, leggendo i giornali oppure il libro dell'Alessandri?

    Queste e mille altre domande attendono una risposta.

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    1. Il complottismo, vedo, non passa mai di moda...

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    2. Gentile Anonimo, non vedo cosa c'entri il complottismo con questo post - e con questo blog in generale.

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  5. Riguardo questa telefonata del marzo 96 con la Nicoletti, non capisco per quale motivo gli dai così importanza. Non vale niente, fu fatta dalla Questura, con entrambi ben consapevoli che li stavano ascoltando. Questo indipendentemente dal significato di quel "mi hanno imbrogliato", che a ben vedere ha una semplice spiegazione: Lotti non era passato dalla strada sterrata, quindi l'imbroglio fu che gli venne contestato.

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  6. Antonio, io sul ruolo di Lotti una mia idea ce l'avrei anche, ma posso solo pensarla, non scriverla.
    In generale, penso che di confessioni e chiamate in correità sospette è pieno il mondo. Prossimamente scriverò un paio di post sul caso Calabresi-Marino-Sofri, che ha inquietanti punti di contatto con quello di cui ci occupiamo.
    ciao

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