sabato 11 aprile 2015

Intercettazioni


Il primo dei due ponti che Natalino incontrò lungo la sua passeggiata notturna

Traggo dalla ben nota sentenza-ordinanza del G.I. Rotella (dicembre 1989)


"Sulla stessa linea (telefonica) di Antonietta (Mele), sarà il 21 agosto del 1982, la sorella Teresa Mele, che abita a Piombino con marito e figli.

 Riferisce che suo fratello Stefano, presso il quale erano accorsi lei, suo marito Marcello Chiaramonti, ed il cognato, marito di Antonietta, Piero Mucciarini, la mattina di due giorni dopo il delitto, e cioè del giorno in cui egli avrebbe confessato (23 agosto 1968), le aveva detto di essere innocente e che tuttavia sarebbe finito alle Murate. In seguito, durante le visite in carcere, le aveva ripetuto la professione d'innocenza e manifestato rassegnazione, senza spiegare il perché. In altra occasione alle Murate, un detenuto le aveva detto: "Io so che non è stato lui, povero tonto!" 

La stessa mattina, in cui aveva parlato con il fratello ancora libero, riceveva in custodia il nipote Natalino, al quale chiedeva di riferirle che cosa ricordasse di quella notte e Natalino le aveva risposto che stava dormendo, che ricordava un'ombra che gli diceva di camminare e che l'aveva portato a suonare ad una porta."

Se questo è vero (è un'intercettazione di un dialogo telefonico tra le sorelle Mele, non una testimonianza), Natalino Mele, prima del ben noto esperimento giudiziario condotto dal Mar.llo Ferrero, asserì di essere stato guidato da "un'ombra" alla casa di De Felice; e saremmo al 23 agosto, data della prima confessione e conseguente fermo del Mele. Senonché il 24 agosto 1968, pomeriggio, Natalino, blandamente pressato dal maresciallo, ricorda non un'ombra, bensì il padre. Sembra molto improbabile che un ricordo confuso di "un'ombra" si materializzi il giorno successivo con assoluta precisione nel padre che lo porta a cavalluccio fino al ponticino ecc.; il percorso dal ricordo all'indeterminatezza dovrebbe andare in senso opposto.

Naturalmente, Teresa Mele può, dopo 14 anni, confondere le date e le parole. Sta di fatto che la testimonianza è quanto meno in buona fede, in quanto rivolta ad una parente e non interessata e neppure influenzata dai successivi sviluppi della vicenda. Ne risulterebbe che il bambino sapeva di essere stato accompagnato da qualcuno (e molto probabilmente dal padre), ma non voleva dirlo, neppure alla zia. Molto probabilmente, gli era stato detto di non dirlo (illazione mia, si capisce). Però tutto ciò è difficilmente inquadrabile nello scenario di Natalino che si sveglia, vede i cadaveri, si avvia da solo verso la lucina che non può vedere.

Attendo commenti e chiarimenti da Paccianisti e altri Antisardisti.

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